Giovani e vino
Di Paolo Francesco Mandelli
Ci sono interviste che iniziano da una bottiglia e finiscono per parlare di famiglia, generazioni e di un Paese che non sa più bene come raccontare il vino. “Lei studia, lui stappa” è il nome Instagram di Marta e Max, figlia e padre: una ventenne che studia all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e un ristoratore che da oltre vent’anni vive tra produttori, fiere, cantine e clienti.
Il loro dialogo è interessante perché non assomiglia a una lezione: non c’è l’adulto che spiega e la figlia che ascolta, né la retorica della giovane generazione che viene a “insegnare il futuro”. C’è un confronto continuo tra memoria ed esperienza, studio e pratica, tavola di famiglia e social network.
Giovani e vino: due generazioni a confronto
PFM (Paolo Francesco Mandelli). La prima domanda è inevitabile: chi è il più fortunato dei due?
Marta. Sono io. Grazie a papà ho avuto accesso a un patrimonio di incontri che alla mia età, da sola, costruirei in molti più anni: fiere, produttori, visite in cantina, cene, confronti diretti. L’università mi ha aperto una porta, ma lui mi ha aperto il retrobottega del vino, dove si guardano in faccia le persone dietro ogni bottiglia.
Max. Io invece penso di essere quello più fortunato. “Io invecchio”, e per quanto possa restare curioso e aggiornato, sono comunque un uomo formato in un altro tempo. Avere accanto mia figlia mi permette di vedere come ragiona un consumatore giovane: che cosa cerca, che cosa rifiuta, quali parole lo avvicinano al vino e quali lo allontanano.
PFM. La tua scelta di studiare a Pollenzo non nasce però da un destino già scritto.
Marta. In famiglia c’è un ristorante, quindi sì, c’è sempre stata un’abitudine alla qualità e alla ricerca del prodotto. Ma la vera consapevolezza è arrivata durante un periodo in America. Ho mangiato spesso male, o comunque in modo lontano da ciò che per me è “casa”. Per contrasto ho capito che cosa significano davvero la tradizione, la polenta della nonna, i formaggi, i ravioli fatti a mano, una pizza pensata e non solo “servita”. Tornando in Italia ho visto che cibo, viaggio e cultura potevano convivere, e Pollenzo è stata una conseguenza naturale.
PFM. Il vostro rapporto padre-figlia sembra anche una lente sul vino italiano.
Max. Io sono cresciuto in un mondo in cui il vino stava sulla tavola del nonno, accanto all’acqua. C’era nelle vendemmie di famiglia, nelle cantine del paese, nelle abitudini quotidiane. Non era un oggetto di culto o di lusso: era parte della vita, come il pane.
Marta. Per la mia generazione non è più così. I ragazzi incontrano prima un cocktail in discoteca che una bottiglia a tavola. L’alcol entra spesso attraverso il costume, non attraverso la cultura. Quando il vino arriva, è già carico di codici: prezzo, status, calorie, giudizio, competenze richieste. Non è più il bicchiere del nonno, ma qualcosa che può intimidire o sembrare “non per tutti”.
Perché i giovani bevono sempre meno vino
PFM. Qual è il problema principale del vino oggi?
Max. Il problema non è solo il calo dei consumi, ma una crisi di sistema. La filiera funziona come una catena di anelli che si parlano poco: produttore, distributore, rappresentante, ristoratore, consumatore. Ognuno sembra muoversi in una sola direzione, senza un vero ritorno di informazioni. La soluzione non è aggiungere complicazioni, ma creare scambio. Il vino deve tornare a parlare una lingua comune: non povera, ma accessibile.
PFM. Possiamo dire che una certa generazione di sommelier ha trasformato il vino in un recinto per iniziati?
Max. Sì. Quando il vino viene raccontato con sentori improbabili, descrizioni iperboliche e formule incomprensibili, si finisce per allontanare chi sta dall’altra parte del bicchiere. Se a un ragazzo fai capire che “non sarà mai in grado” di comprendere davvero una bottiglia, quel ragazzo semplicemente berrà altro.
Marta. Il rischio è che il vino diventi sempre più un bene di lusso, come una borsa o un profumo caro. Ma il vino non nasce come oggetto esclusivo: nasce come alimento, parte della tavola, prodotto agricolo e culturale. Se diventa appannaggio di pochi, non sparisce, ma cambia funzione: passa da rito condiviso a nicchia.
Giovani e vino tra salute e consapevolezza
PFM. Arriviamo al grande tema della salute. Oggi una pubblicità come “chi beve birra campa cent’anni” sarebbe impensabile.
Marta. Non possiamo separarci dal concetto di nutrizionismo, ma non possiamo neanche guardare il cibo solo come somma di nutrienti, calorie, rischi e benefici. Il punto non è negare che l’alcol abbia effetti sulla salute. Il punto è non ridurre tutto a quello, cancellando la dimensione sociale, culturale e affettiva di ciò che mangiamo e beviamo.
Max. Io vedo un paradosso: da un lato si ripete che il vino fa male, dall’altro ci si chiede come venderne di più. Se l’obiettivo è ridurre il consumo perché il prodotto è dannoso, bisogna dirlo chiaramente. Se invece vogliamo salvare una filiera, dobbiamo trovare un modo nuovo e credibile di raccontarla. Continuare a ripetere che “un calice al giorno fa bene” non basta più.
PFM. Parliamo di consapevolezza: non solo quantità, ma qualità.
Marta. La domanda da farsi è: che cosa c’è dentro una bottiglia? Come è stata fatta? Da dove arriva l’uva? È lì che si gioca la differenza tra una scelta qualsiasi e una scelta consapevole.
Max. Packaging, distribuzione, margini, scelte agronomiche e di cantina pesano tanto quanto il numero di bicchieri. Tornare a farsi domande su questi aspetti è un modo per rimettere il vino dentro una storia, non solo dentro un listino.

PFM. Domanda provocatoria: è arrogante dire che non si dovrebbe comprare un vino da tre euro al supermercato?
Marta. No. È meglio comprare una bottiglia da dieci euro in enoteca e sapere cosa si beve. Tolti vetro, tappo, etichetta e confezione, che cosa resta davvero in una bottiglia venduta a tre euro? Per produrre a certe cifre servono grandi rese, economie di scala, vigneti spinti, correzioni e aggiustamenti. Non è solo una questione di gusto, è una questione agricola, ambientale e culturale.
Max. Dire che certe bottiglie non dovrebbero esistere non significa disprezzare chi non può permettersi vini costosi. Significa chiedersi quale modello di produzione e consumo vogliamo difendere. La qualità non coincide automaticamente con il prezzo alto, questo è chiaro. Ma sotto una certa soglia bisogna chiedersi chi paghi davvero il costo di quella “convenienza”: il produttore serio, la terra, il consumatore, o tutti insieme.
Il futuro del vino passa dalla cultura
PFM. È possibile tornare in cantina per acquistare vino, non come nostalgia ma come esperienza contemporanea?
Max. Sì. Andare dal produttore, vedere i vigneti, ascoltare il racconto, comprare una bottiglia sapendo da dove arriva permette al consumatore di vivere un’esperienza vera. La cantina può offrirla in modo autentico, come incontro con il “papà” del prodotto, non come spettacolo costruito.
Marta. È bello, ma c’è un limite: non tutti hanno tempo, voglia o possibilità. Non tutti hanno la conoscenza per affrontare questo percorso. Per questo non possiamo rimproverare alla mia generazione di non bere più vino.
PFM. Se i giovani non bevono più vino, di chi è la colpa?
Marta. Io non credo sia una questione di colpa. Sono cauta nel giudicare. Se i giovani non bevono vino, forse non è perché sono superficiali, ma perché nessuno glielo ha più raccontato nel modo giusto.
Alla fine “Lei studia, lui stappa” non è solo un titolo brillante. È il manifesto di un passaggio di testimone che non avviene per sostituzione ma per contaminazione.
Il padre non consegna alla figlia un mondo intatto: le affida un settore pieno di problemi, tra prezzi alti, consumi in calo, linguaggi sbagliati e filiere spezzate. La figlia non arriva con soluzioni miracolose, ma con domande, strumenti, studio e un’altra percezione del tempo e del consumo.
Il vino può uscire dalla nostalgia e dalla retorica se accetta di farsi raccontare da due voci: quella di chi l’ha vissuto come abitudine quotidiana e quella di chi deve sceglierlo in un mondo dove nulla è più ovvio. Il futuro, forse, non sarà nel bere come una volta, ma nel capire meglio cosa beviamo, perché lo beviamo e quale storia vogliamo sostenere quando una bottiglia arriva sul tavolo.
Fabio Riccio –
Interessato da più di venticinque anni al modo del cibo, crapulone & buongustaio seriale.
Dal lontano 1998 autore della guida dei ristoranti d’Italia de l’Espresso, Scrive sulla rivista il Cuoco organo ufficiale della FIC, ha scritto sulla guidade le Tavole della Birra de l’Epresso, Su Cucina a Sud, sulla guida Osterie d’Italia Slow Food, su Diario della settimana e L’Espresso, e quando capita scrive di cibo un po’ ovunque gli gusta.
Infine è ideatore e autore di www.gastrodelirio.it – basta questo?
Penso che molto derivi dal fatto che gli adulti a tavola con gli adulti sentano detto regolarmente che il vino fa male non spiegando loro che è solo una questione di quantità ed il sapere mantenere ferma la propria volontà come in tutte le altre cose che mettono a repentaglio la salute.