La salicornia è una pianta alofita che cresce spontaneamente nelle lagune, nelle saline e lungo le coste caratterizzate da terreni salmastri. Pur essendo conosciuta come “asparago di mare”, non è un’alga ma una pianta terrestre dal gusto naturalmente sapido e dalla consistenza croccante.
La gastronomia contemporanea ha un vizio che ormai conosciamo fin troppo bene: si accorge dell’esistenza di un ingrediente soltanto quando qualcuno decide che è diventato di moda.
Prima lo ignora. Lo considera robaccia buona per pescatori e quattro ambientalisti romantici. Poi, all’improvviso, arriva il cuoco giusto, il post giusto, la fotografia giusta e scatta il miracolo. L’ingrediente compare nei menu, invade i social, finisce nelle gastronomie gourmet, viene rinchiuso in un elegante vasetto di vetro e, naturalmente, il prezzo comincia a lievitare. Come se il valore di un prodotto dipendesse dal contenitore e non dalla sua storia.
È successo anche alla salicornia,.
E come tutte le mode gastronomiche, c’è già chi pensa di averla inventata.
Per decenni se ne è stata indisturbata dove il mare incontra la terra, senza chiedere niente a nessuno. Oggi sembra che sia stata inventata ieri mattina. Eppure continua a essere raccontata con una superficialità disarmante. C’è chi la definisce un’alga, chi la liquida con il più rassicurante “asparago di mare”, chi la usa come decorazione e chi, con un sadismo quasi agghiacciante, trova perfino il modo di aggiungergli del sale. A una delle pochissime piante che il sale ce l’ha già dentro…
La gastronomia del ventunesimo secolo, più che scoprire ingredienti, sembra scoprire mode. E le due cose non coincidono quasi mai.
Le mode passano. Gli ingredienti veri, invece, hanno un pessimo vizio: continuano a esistere anche quando nessuno li fotografa.
Eppure la salicornia merita molto di più dell’ennesima fotografia destinata ai social o del solito piatto costruito per raccogliere applausi virtuali. Merita di essere conosciuta, perché racconta un pezzo di Italia che esiste da sempre, molto prima che qualcuno decidesse di trasformarla nell’ingrediente del momento.
Cos’è davvero la salicornia?
La prima cosa da chiarire è anche la più importante. La salicornia non è un’alga. Cresce in ambienti salmastri, lungo lagune, estuari, saline e tratti costieri, ma è una pianta terrestre a tutti gli effetti. Appartiene alle cosiddette alofite, specie vegetali capaci di vivere in terreni ad altissima concentrazione di sale, un ambiente che metterebbe in seria difficoltà la maggior parte delle altre piante.
Il suo aspetto racconta già questa straordinaria capacità di adattamento. I fusti carnosi immagazzinano acqua per contrastare la salinità del terreno; le foglie sono praticamente scomparse, sostituite da piccoli segmenti succulenti che limitano la dispersione dell’umidità.
La natura, quando vuole, riesce a essere infinitamente più intelligente di tante lezioni sulla sostenibilità che oggi vanno tanto di moda.
La salicornia era già lì. A cambiare è stato soltanto il nostro modo di guardarla.
Il problema non è mai l’ingrediente. È la nostra capacità di accorgercene soltanto quando qualcuno ci dice che vale la pena guardarlo.
Dalla laguna di Lesina al Delta del Po
La prima volta che l’ho incontrata davvero non è stata nel Delta del Po, come qualcuno potrebbe immaginare conoscendo il mio debole per quei luoghi, ma in Puglia. Precisamente a Lesina, dove cresce spontanea sulle rive dell’omonima laguna, uno degli angoli più suggestivi dell’Adriatico.
Lì non mi limitai a osservarla: la assaggiai. E fu una piccola rivelazione. Quel gusto naturalmente sapido, quella consistenza croccante e quella capacità di evocare il mare senza bisogno di aggiungere un solo granello di sale mi fecero capire che avevo davanti qualcosa di molto più interessante di una semplice curiosità botanica.
Qualche tempo dopo la ritrovai nel Delta del Po. Anzi, la ritrovai più volte, in località diverse, quasi che fosse stata lei a seguirmi lungo uno dei paesaggi che continuo a considerare fra i più affascinanti d’Italia. Ripensandoci oggi, mi piace l’idea che il primo incontro sia avvenuto in Puglia e il secondo nel Delta.
Due mondi lontani, due territori diversissimi, uniti dalla stessa acqua salmastra e da una pianta che non conosce i confini amministrativi, ma soltanto quelli, molto più antichi, disegnati dalla natura.
Forse è proprio questo il suo fascino. La salicornia non cresce in serre perfette né in campagne ordinate con contadino “biologico” d’ordinanza. Vive in luoghi effimeri, di confine, dove mare e terra si contendono ogni giorno il medesimo spazio. È figlia dell’equilibrio, dell’adattamento e della pazienza. E forse è proprio per questo che continua ad apparirmi infinitamente più autentica di tanta gastronomia che oggi pretende di raccontarla.
Come si cucina la salicornia

Assaggiarla significa capire immediatamente perché tanti cuochi e perfino alcuni pizzaioli abbiano iniziato a interessarsene. È croccante, succosa, intensamente vegetale e possiede una sapidità naturale che sembra racchiudere il mare dentro ogni piccolo segmento del fusto. Non serve quasi mai aggiungere sale; anzi, farlo significa spesso compromettere proprio quell’equilibrio che la rende così particolare.
Bastano pochi minuti di sbollentatura oppure una rapida cottura in padella con un filo di buon olio extravergine. La salicornia è una magnifica complice di pesci, crostacei e molluschi, ma sorprende anche accanto a certe carni bianche, uova e formaggi freschi. È uno di quegli ingredienti che migliorano un piatto senza sentire il bisogno di rubargli la scena.
Quando la salicornia diventa una moda
Ed è proprio qui che, secondo me, iniziano gli equivoci.
Sempre più spesso la salicornia viene trattata come il prezzemolo del terzo millennio: due rametti appoggiati in verticale sul piatto, giusto il tempo di una fotografia. Fa scena. Comunica territorio, sostenibilità, mare, biodiversità e tutte quelle parole oggi obbligatorie in qualsiasi menu. Ma quasi mai racconta davvero il prodotto.
Viviamo nell’epoca in cui basta che l’ultimo chef di periferia pubblichi una fotografia perché qualcuno scriva che il tal ingrediente è stato “riscoperto”. In realtà non è stato riscoperto proprio niente. È semplicemente cambiato il modo di raccontarlo.
Il marketing gastronomico è un prestigiatore straordinario. Riesce a trasformare un’erbaccia in un oggetto del desiderio e un vasetto di vetro in un’esperienza gourmet.
Trovata la giusta angolazione, riesce a vendere come novità perfino ciò che cresce spontaneamente lungo le nostre coste da secoli.
Naturalmente, dopo la fotografia arriva il comunicato stampa; poi il menu degustazione; infine il vasetto gourmet. L’ordine cambia di rado…
Salicornia in salamoia e uno sguardo al futuro
E a proposito di vasetti, non c’è nulla di scandaloso nel trovare oggi la salicornia conservata in salamoia. Anzi, per chi vive lontano dalle coste rappresenta un’opportunità interessante. Quello che conta è leggere con attenzione le etichette. Alcune preparazioni rispettano il prodotto; altre finiscono per coprirne il carattere con troppo aceto o troppo sale, snaturando proprio quella personalità che dovrebbe essere valorizzata.
C’è poi un aspetto di cui si parla ancora troppo poco. Da alcuni anni la salicornia è osservata con crescente interesse anche dal mondo della ricerca agronomica.
La sua capacità di prosperare in terreni salini potrebbe rivelarsi preziosa in un futuro in cui la disponibilità di acqua dolce diminuirà e molti suoli saranno sempre più esposti alla salinizzazione. È curioso: mentre qualcuno continua a usarla come semplice decorazione, altri la studiano come possibile risorsa per l’agricoltura del domani.
Naturalmente questo non autorizza a raccoglierla ovunque. Molte delle aree in cui cresce sono protette e la raccolta è regolamentata o vietata. Inoltre assorbe ciò che trova nell’ambiente circostante; per questo è sempre preferibile consumare salicornia proveniente da raccolte controllate o da coltivazioni autorizzate.
Forse, fra qualche anno, la salicornia passerà di moda. Arriverà un’altra erba spontanea, un’altra bacca sconosciuta, un altro ingrediente che qualcuno presenterà come una rivoluzione. La gastronomia funziona così: dimentica in fretta e si entusiasma ancora più velocemente.
La salicornia continuerà a crescere dove è sempre cresciuta, infischiandosene delle mode, degli chef televisivi e degli influencer gastronomici. Lei non ha bisogno di marketing per esistere. Siamo noi, semmai, ad avere ancora bisogno di qualcuno che ci spieghi dove guardare.
La salicornia non è soltanto un ingrediente
Dietro la salicornia c’è molto più di una moda gastronomica. È una pianta che racconta lagune, saline e territori di confine, ma anche un crescente interesse scientifico per il suo impiego nell’agricoltura del futuro. Se vuoi approfondire, ecco tre letture che meritano attenzione.
- Pizzeria Cruna del Lago (Lesina)
La salicornia arriva perfino sulla pizza: un esempio concreto di come un ingrediente del territorio possa essere valorizzato senza diventare una semplice moda. - AQUACOMBINE
Progetto europeo dedicato allo studio delle piante alofite, tra cui la salicornia, e alle loro possibili applicazioni nell’agricoltura sostenibile e nell’economia circolare. - Salicornia: una review scientifica
Una delle più complete pubblicazioni internazionali dedicate alle proprietà nutrizionali, gastronomiche e agronomiche della salicornia.
Fabio Riccio –
Interessato da più di venticinque anni al modo del cibo, crapulone & buongustaio seriale.
Dal lontano 1998 autore della guida dei ristoranti d’Italia de l’Espresso, Scrive sulla rivista il Cuoco organo ufficiale della FIC, ha scritto sulla guidade le Tavole della Birra de l’Epresso, Su Cucina a Sud, sulla guida Osterie d’Italia Slow Food, su Diario della settimana e L’Espresso, e quando capita scrive di cibo un po’ ovunque gli gusta.
Infine è ideatore e autore di www.gastrodelirio.it – basta questo?
Bellissima relazione molto dettagliata per uno che la salicornia la conosce da bambino