PUBBLICITÀ SU GASTRODELIRIO
Questo spazio è disponibile per aziende e progetti compatibili con la linea editoriale di Gastrodelirio, nel rispetto della sua indipendenza.
Per evitare possibili conflitti, privilegiamo realtà esterne, o solo marginalmente legate, al mondo dell'enogastronomia.
Vuoi esserci? Scrivi a press@gastrodelirio.it
PUBBLICITÀ SU GASTRODELIRIO
Spazio disponibile per aziende e progetti compatibili con la linea editoriale.
Privilegiamo realtà esterne, o solo marginalmente legate, all'enogastronomia.

Perché si beve sempre meno vino? Forse ce la siamo cercata

In Italia si beve sempre meno vino e i dati statistici sono impietosi e allarmanti, inutile nasconderlo.

Fin qui niente di nuovo. La domanda interessante è un’altra: perché si beve sempre meno vino? E soprattutto: siamo sicuri di cercare le risposte a questo nei posti giusti?

Giovani, cocktail, salutismo, codice della Strada: i “colpevoli perfetti” sono già stati trovati. Peccato che i numeri, a un’attenta lettura, raccontino una storia parecchio più scomoda. E che il mondo del vino, guardandosi allo specchio, potrebbe non gradire ciò che vede.

Perché si beve sempre meno vino in Italia

Il punto interessante è capire il perché di questo. E soprattutto capire se, mentre continuiamo a cercare colpevoli, non evitiamo di guardare proprio dove potrebbe farci più male.

QUI POTREBBE ESSERCI IL TUO MARCHIO.
Spazio pubblicitario disponibile per aziende e progetti compatibili con la linea editoriale di Gastrodelirio, nel rispetto della sua indipendenza.
Privilegiamo realtà esterne, o solo marginalmente legate, al mondo dell'enogastronomia.
Vuoi esserci? Scrivi a press@gastrodelirio.it

E prima di arrivare alla parte che potrebbe dare fastidio — e magari qualche lettera poco gentile da qualche consorzio — partiamo con i nudi numeri.

Per chi non lo sapesse, ho un debole per le statistiche, purché siano vere, prodotte da organismi seri e non quelle fatte “alla buona” con qualche domandina fuori da un centro commerciale e poi vendute come fotografia definitiva dell’Italia.

ISTAT, ISMEA, OIV e compagnia numerante hanno su di me un fascino malsano: datemi una serie storica di qualche decennio e mi regalerete un godimento fisico.


Nel 2025 l’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino ha stimato per l’Italia un consumo di 20,2 milioni di ettolitri, contro i 22,3 dell’anno precedente: meno 9,4 per cento. Una bella botta.

Il dato 2025 è preliminare e quello 2024 provvisorio, quindi non chiamiamo ancora le pompe funebri. Ma la tendenza di lungo periodo non l’ha inventata un astemio infiltrato nei corridoi dell’OIV.

Il problema allora non è più stabilire se gli italiani bevano meno vino, è capire perché. 

Perché si beve sempre meno vino: davvero è colpa dei giovani?

Il colpevole perfetto, naturalmente, come già accennato è già stato individuato: i giovani.

Non leggono, non comprano giornali, non fanno figli perché non copulano, non acquistano case e adesso, visti i numeri, hanno anche deciso di affondare la viticoltura italiana.

Secondo una certa vulgata non capirebbero il vino, non avrebbero pazienza e preferirebbero cocktail, gin, vodka, spritz e qualsiasi altra roba alcolica capace di entrare rapidamente in circolo.

Noi, naturalmente, alla loro età stavamo tutti davanti al camino a confrontare mentalmente Barolo e Barbaresco.

Seeee…

I numeri però raccontano una storia molto più complicata.

Secondo l’ISTAT, nel 1999 beveva almeno una bevanda alcolica durante l’anno il 70,6 per cento degli italiani dai quindici anni in su; nel 2023 il 68,7 per cento. Meno di due punti di differenza.

Nello stesso periodo, però, il consumo giornaliero è crollato dal 33,3 al 19 per cento, quello occasionale è salito dal 37,3 al 49,8 e quello fuori pasto dal 23,8 al 33,4 per cento. (ISTAT)

Il terremoto è qui: non è cambiato soltanto quanto beviamo. Abbiamo smesso, in gran parte, di bere come bevevamo prima.

Secondo l’Osservatorio UIV-Vinitaly, i consumatori di vino in Italia sono poco meno di 30 milioni, circa il 55 per cento della popolazione, e negli ultimi cinque anni sono rimasti più o meno stabili.

Quello che si è rovesciato è il rapporto tra consumo abituale e saltuario: oggi il 61 per cento beve vino occasionalmente e il 39 per cento quotidianamente; nel 2006 era quasi esattamente il contrario. (Osservatorio UIV-Vinitaly)

Si beve meno vino perché si perdono occasioni

Ed eccolo, allora, il punto forse più importante di tutto il discorso: Il vino non sta perdendo soprattutto bevitori. Sta perdendo occasioni per essere bevuto.

Per generazioni il vino non aveva bisogno di occasioni. Era semplicemente a tavola, a pranzo e a cena; non servivano il compleanno, l’aperitivo del venerdì, l’amico arrivato da lontano, la bistecca importante o un favorevole allineamento di Saturno.

Fino a una trentina d’anni fa in Italia si bevevano quantità enormi anche di vini che oggi useremmo, forse con qualche cautela, solo per sturare un lavandino.

Nel frattempo la qualità media è cresciuta enormemente, sono migliorate cantine e tecniche, è aumentata la conoscenza dei territori e una parte dei consumatori ha cominciato a interessarsi a vitigni, zone, produttori e annate.

Il vino, insomma, da alimento e presenza ordinaria è diventato sempre più cultura, piacere, esperienza.

Con un piccolo inconveniente: un alimento può stare sulla tavola due volte al giorno; un’esperienza, generalmente, no.

Degustazione del vino tra cultura, esperienza e rituale

Ci sono quarantenni che conoscono il vino dieci volte meglio dei loro padri alla stessa età, spendono il doppio per ogni bottiglia e ne bevono la metà, magari un quarto. Culturalmente forse è una vittoria; per chi deve vendere milioni di ettolitri, decisamente meno.

Per almeno trent’anni il mondo del vino ha ripetuto una formula perfetta: bere meno, bere meglio.

Il problema comincia quando il “meno” corre più velocemente del “meglio”.

E i numeri, ancora una volta, sembrano andare proprio da quella parte. ISMEA, osservando gli acquisti alimentari delle famiglie nel primo semestre 2025, registrava per il vino una crescita della spesa dell’1,9 per cento accompagnata da una diminuzione dei volumi del 2,5; gli spumanti, invece, crescevano dell’8,8 per cento in volume. (ISMEA)

Si spende qualcosa in più e si compra meno vino. Che non è necessariamente una cattiva notizia, almeno fino a un certo punto.

Perché “bere meno e meglio” funziona magnificamente se si passa da cento bottiglie mediocri a settanta buone, può funzionare ancora a cinquanta. Continuando però a sottrarre bottiglie, prima o poi si raggiunge il consumatore ideale sognato per anni dal mondo del vino: selettivo, consapevole, moderato, disposto a spendere e talmente virtuoso da comprare quasi più nulla…

A quel punto avremo finalmente vinto. Peccato che sarà rimasto ben poco da vendere…

Naturalmente il mondo del vino ha trovato anche un altro capro espiatorio: si beve meno perché si comunica male.

Qui la faccenda diventa più delicata, perché da anni sostengo a gran voce che una fetta tutt’altro che trascurabile del mondo del vino comunica in maniera atroce.

Quindi sì: il problema esiste.

Persiste una nutrita confraternita di tromboni, giovani e anziani, convinta che farsi capire equivalga quasi a banalizzare. Descrivere un vino con parole normali sembra talvolta sconveniente come presentarsi in mutande a una verticale di Borgogna.

Da qui inizia un esoterismo verbale a buon mercato nel quale il vino non profuma o sa semplicemente di qualcosa: possiede tensione, vibrazione, profondità, verticalità, energia, dinamismo, mineralità e una quantità di altre virtù che, riunite tutte nella stessa bottiglia, dovrebbero conferirle facoltà taumaturgiche.

Il problema nasce quando diventano una lingua utilizzata soprattutto per riconoscersi tra appartenenti alla stessa confraternita e far capire a chi sta fuori che, prima di bere, dovrebbe studiare.

Ed eccoci al rito iniziatico: se senti grafite, pietra focaia e sottobosco puoi entrare; se senti semplicemente vino, disgraziato te, torna sui libri!

A volte sembra persino esistere un diritto d’accesso alle grandi bottiglie: prima dimostri di saperne abbastanza, poi forse sei degno di berle.

Un’idea commercialmente formidabile, soprattutto mentre ci domandiamo perché si venda meno vino.

Se qualcuno senza alcuna formazione enologica vuole spendere i propri soldi per una grande bottiglia, personalmente gli risparmierei l’esame d’ammissione e gli porgerei un calice e un cavatappi.

Quindi sì, il vino ha un problema di comunicazione, e pure grosso 

Ma attribuire solo alla cattiva comunicazione il calo strutturale dei consumi sarebbe come sostenere che il Titanic sia affondato perché il menù del ristorante di bordo era scritto male. Può anche darsi che fosse scritto male, ma temo ci fosse dell’altro.

Se da domani sparissero certi comunicati stampa che iniziano con “viaggio sensoriale”, i vini che “raccontano il territorio”, le degustazioni immancabilmente “emozionali” e una buona parte di quel lessico da seduta spiritica, personalmente festeggerei stappando qualcosa di importante.

Dubito però che gli italiani ricomincerebbero a bere vino a pranzo e a cena solo per questo.

Una comunicazione migliore può incuriosire, avvicinare nuovi consumatori, rendere il vino meno respingente e convincere qualcuno a scegliere una bottiglia invece di un’altra. Certamente può fare molto; non può però invertire da sola un cambiamento sociale che attraversa più generazioni.

E proprio l’ISTAT fornisce un altro dato che, per un topo d’archivio come lo scrivente, sfiora la pornografia statistica.

Nel 2023, tra coloro che dichiaravano di bere vino, il consumo saltuario riguardava il 91,2 per cento della fascia 11-24 anni, l’83,8 dei 25-44enni, il 67,2 dei 45-64enni e il 47,6 degli ultrasessantacinquenni. La prima fascia comprende anche minorenni e va quindi maneggiata con cautela, ma la progressione per età è fin troppo evidente. (ISTAT)

Peccato che l’ISTAT aggiunga un dettaglio scomodo: a parità di età, il consumo giornaliero diminuisce nettamente passando da una generazione alla successiva.

Tra i nati immediatamente dopo la guerra, a 45-49 anni beveva quotidianamente alcol il 40,3 per cento; tra i nati dal 1970 al 1974, alla stessa età, il dato scende al 18,8 per cento. (ISTAT). Meno della metà.

A questo punto continuare a spiegare tutto con “i ragazzi di oggi” diventa (quasi…) comico: quelli nati nel 1970 oggi hanno cinquantasei anni. Se vogliamo considerarli ancora “ragazzi”, personalmente sono disponibilissimo; temo però che le statistiche siano meno generose…

Il problema è più grande: è cambiata radicalmente la società nella quale il vino viene bevuto

È cambiata la percezione dell’alcol rispetto alla salute, è cresciuta — giustamente — l’attenzione verso chi beve e poi deve guidare, mangiare fuori costa molto di più e ordinare una bottiglia al ristorante, davanti a certi ricarichi stratosferici, può richiedere prima uno sguardo al saldo del conto corrente.

Nessuno di questi fattori, da solo, spiega il calo dei consumi. Insieme, però, rendono sempre meno automatica quella bottiglia che un tempo arrivava a tavola quasi senza dover decidere di ordinarla.

La cosa paradossale è che una parte del mondo del vino, con uno zelo quasi tafazziano, reagisce a questa perdita di normalità rendendo il vino ancora meno normale: più esclusivo, più solenne, più “esperienziale”, possibilmente più costoso e sempre bisognoso di spiegazioni preventive.

Forse qualche domanda dovremmo farcela anche noi che di vino ne scriviamo…

Per anni abbiamo considerato una conquista rendere il vino più prezioso, rituale, raccontato, costoso. L’abbiamo chiamata valorizzazione, spesso a ragione.

Ma non è che, nel frattempo, abbiamo contribuito anche noi a togliergli proprio quella normalità della quale oggi lamentiamo la scomparsa?

Abbiamo reso il vino sempre più faticoso: bisogna conoscerlo, interpretarlo, contestualizzarlo e possibilmente possedere rudimenti di chimica e geologia.

Poi, se resta tempo, lo si può anche bere.

Poi arrivano i social

Ed è lì che una certa comunicazione del vino dà talvolta il meglio di sé.

Certi Eno-social-Leoni oscillano tra ermetismi ungarettiani e il latinorum di Don Abbondio, praticando non di rado entrambe le discipline nello stesso post.

Il vino non è più fresco: “attraversa un’algida dimensione vibrante”. Non profuma: “evoca”. Non ha acidità: “tende verso una verticalità fulgida”.

E se per convincere qualcuno a bere un bicchiere dobbiamo prima fargli un esame di ermeneutica, forse qualche domanda dovremmo farcela.


Si beve meno vino: e allora, qualche rimedio?

Di certo non convincere gli italiani a tornare a bere come cinquant’anni fa, né aspettarsi la salvezza da qualche milione di bottiglie dealcolate.

Forse basterebbe cominciare da cose più semplici: vini buoni che non debbano diventare ogni volta un evento, una meditazione o una liturgia.

Poi la ristorazione: ancora più qualità per chi beve al calice, ricarichi meno acrobatici e magari riscoprire quella benedetta mezza bottiglia che in Italia continua a essere guardata con sospetto, paradossalmente soprattutto da parte della ristorazione alta e altissima, spesso ideologicamente refrattaria al formato.

Eppure, per due persone, potrebbe essere una soluzione molto più sensata di due calici mediocri o di una bottiglia intera lasciata a metà.

Mezza bottiglia di vino nella ristorazione

Raccontare il vinso dovrebbe poi accendere curiosità, non soggezione. E salute, guida e moderazione non sono nemici: sono condizioni della società nella quale il vino deve trovare il proprio posto.

Il rimedio, insomma, non è convincere la gente a bere più vino, è smettere di darle così tanti motivi per non berlo.

Consumatore che si allontana tra i filari di un vigneto

Prima di chiedere al consumatore di tornare, forse dovremmo capire perché se n’è andato. E magari provare a fargli trovare qualcosa per cui valga la pena restare.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Questo messaggio sui cookie non piace a te e non piace a noi di www.gastrodelirio.it, però siamo legalmente obbligati a dirti che li utilizziamo per rendere questo sito usabile. Cliccando con il mouse sopra questo testo presti il consenso all’uso di tutti i cookie. Leggi di più. View more
Cookies settings
Accept
Privacy & Cookie policy
Privacy & Cookies policy
Cookie name Active
This site uses cookies - small text files that are placed on your machine to help the site provide a better user experience. In general, cookies are used to retain user preferences, store information for things like shopping carts, and provide anonymised tracking data to third party applications like Google Analytics. As a rule, cookies will make your browsing experience better. However, you may prefer to disable cookies on this site and on others. The most effective way to do this is to disable cookies in your browser. We suggest consulting the Help section of your browser or taking a look at the About Cookies website which offers guidance for all modern browsers
Save settings
Cookies settings