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Patate blu e viola: cosa sono davvero, tra gusto e marketing

E le patate blu e viola, quando anni fa per la prima volta me le trovai davanti…

Articolo già pubblicato nel 2015, aggiornato a settembre 2026


Sì, lo confesso: ho sempre avuto lo sciagurato vizio di scrutare tutto ciò che mi capita a tiro. E le patate blu, quando anni fa me le trovai davanti in una boutique ortofrutticola di provincia, erano troppo strane per lasciarmi indifferente…

Poi, una premessa: nella mia cucina casalinga non sono un grande utilizzatore di prodotti vegetali, però mi riscatto — almeno in parte — con l’amore per gli ortaggi. E, soprattutto, per le patate.

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Le mangerei sempre, in ogni loro forma e preparazione 

Anni fa, passando per puro caso davanti a uno di quei negozietti di frutta e verdura che si ergono a “boutique del vegetale chic”, pieni di luci e specchi e con il gestore sempre con cravatta impegnato a darsi un tono, mi capitò di assistere a una bella scena.

Patata a polpa viola tagliata a metà
In bella vista, su uno dei banchi al centro del negozio, troneggiava una cassetta di patate dal colore decisamente poco convenzionale: qualcosa tra il blu e il viola. Sopra il mucchio, una patata tagliata a metà faceva quasi da sigillo di garanzia.

Quasi non sembravano patate, e invece lo erano eccome. La cosa mi incuriosì anche perché, qui in provincia, in una cittadina di appena 37.000 anime, patate blu, viola o di altri arcani colori non mi erano mai capitate a tiro.

Comunque, con aria di apparente disinteresse, da dietro la vetrina ne sbirciai il prezzo: 5,50 euro al chilo. Era il 2015, e per delle patate non erano proprio bruscolini.

Alla faccia del bicarbonato di sodio, sono pur sempre patate… avrebbe detto il compianto principe De Curtis, in arte Totò.

Illustrazione di patate violaEppure, per un prodotto che allora veniva presentato come raro, esotico e quasi prezioso, quei 5,50 euro al chilo non erano neppure una stranezza. Il colore, evidentemente, aiutava anche a far lievitare il valore percepito.

A parziale giustificazione del prezzo, va detto che nel 2015 queste patate erano ancora poco comuni sui banchi italiani e venivano spesso proposte come una specialità. Ma il colore blu o viola non significa affatto che arrivano dall’altro capo del mondo: varietà di questo tipo sono coltivate da tempo anche in Europa e in Italia. Insomma, il chilometro zero — nel bene e nel male — non c’entra con il colore.

A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: se queste patate non ti convincono, basta non comprarle. Vero. Il problema è che non sto parlando di qualcosa che conosco soltanto per averlo visto dietro una vetrina: le patate blu e viola le avevo già assaggiate, anche al ristorante. Ed era proprio da lì che nasceva la mia curiosità.

Patate blu e viola: cosa sono davvero

Le patate blu o viola non vanno assolutamente confuse con la patata turchesa, antica varietà coltivata soprattutto nelle aree montane abruzzesi e molisane che ha la buccia viola intensa, ma la polpa chiara.

Quelle di cui parliamo qui, invece, hanno anche la polpa pigmentata, con tonalità che possono andare dal viola intenso al blu-violaceo.
Illustrazione di chips viola in sacchetto
Non esiste, in realtà, una sola “patata blu”. La Vitelotte è probabilmente la più nota, ma varietà ed ecotipi a polpa viola o blu-violacea sono diversi. Il colore è dovuto soprattutto alle antocianine, pigmenti naturali presenti anche in molti altri vegetali, dai frutti di bosco alle melanzane.

E allora?

E allora? Restano patate: il colore blu o viola, da solo, non garantisce né maggiore bontà né una qualità superiore. A seconda della varietà possono cambiare consistenza, struttura e qualche sfumatura gustativa, esattamente come accade tra le comuni patate bianche, gialle o rosse. Ma trasformare il colore in una categoria gastronomica superiore è tutt’altra faccenda.

Allora… a chi giovano queste patate?

Patate blu: sapore o marketing?

Del resto, sulle patate trasformate in oggetto di lusso siamo tornati anche di recente, parlando della tortilla da 2200 euro.

È qui che comincia il mio sospetto: il colore, più che il sapore, rischia di diventare il vero argomento di vendita. Un purè viola, un contorno dai toni insoliti, un piatto costruito soprattutto per stupire l’occhio possono avere il loro perché; altra cosa è spacciare l’effetto cromatico per creatività gastronomica.

Che queste patate contengano antocianine e possano avere un profilo nutrizionale interessante è un fatto; altra cosa è trasformare questa caratteristica in una promessa salutistica. Tra dire “contengono pigmenti naturali bioattivi” e suggerire che, proprio perché blu o viola, siano automaticamente migliori o addirittura capaci di prevenire malattie, c’è un bel salto. E il marketing, quel salto, tende volentieri a farlo.

Patate viola e blu con diverse tonalità della buccia

Volete mettere l’effetto scenico? Un piatto viola fa subito “creativo”, oggi come allora. Nel 2015 bastava magari finire in qualche trasmissione televisiva locale; oggi basta una foto ben illuminata sui social. Cambia il mezzo, non il meccanismo: prima stupire l’occhio, poi eventualmente il palato.

(Sul rapporto tra apparenza e sostanza nel piatto avevo già scritto anche in “Di cosa sa realmente questo piatto?”.)

E poi c’è il marketing, che nel frattempo si è fatto molto più sofisticato. Nel 2015 erano soprattutto televisioni, giornali e primi entusiasmi sul web; oggi bastano una fotografia spettacolare, qualche parola come “superfood” e una manciata di promesse più o meno vaghe perché un tubero viola sembri improvvisamente qualcosa di straordinario. Il colore diventa così l’ennesima storia da vendere, prima ancora che una caratteristica da assaggiare.

Insomma, niente miracoli e niente demonizzazioni: sono solo patate. Particolari, certo; interessanti, a volte; superiori per definizione, no. Il problema comincia quando il colore diventa un alibi per il prezzo, per il marketing o per una creatività tutta affidata all’occhio.

Copertina di My Name Is Potato di Rita Pavone

Se una materia prima lontana mi offre un sapore, una consistenza o una caratteristica che non trovo altrove, non ho alcun problema a cercarla e ad assaggiarla. Il punto non è difendere per principio ciò che è locale contro ciò che viene da lontano.

Il punto è capire che cosa stiamo pagando: una varietà interessante e ben coltivata, oppure soprattutto il fascino di un colore insolito? Sono due cose molto diverse.

Quando il marketing diventa blu

Un esempio perfetto di quel marketing “ruspante” applicato alle patate me lo regalò proprio il gestore della boutique ortofrutticola, nel breve dialogo che riuscii a carpire con una cliente. Era il 2015, ma riletto oggi sembra quasi una piccola sceneggiatura.

Signora – Ma come mai queste patate sono viola?

Gestore – Eh… signò, non sono viola, sono blu perché vengono dal Perù!

Signora – Così lontano, mamma mia!

Gestore – Eh signò, tanta frutta arriva da lontano, solo che queste sono davvero Speciali.

Signora – E cosa hanno di diverso?

Gestore- Signò: prima di tutto sono più buone, e proprio perché sono blu, hanno tante vitamine di più! (notare la rima…)

Signora – Allora me dia due chili, voglio provare a farci gli gnocchi, i miei nipoti ne vanno pazzi e hanno bisogno di vitamine per crescere, magari perché sono blu le mangiano più volentieri

Gestore – Che bello signò, gli gnocchi blu!

Aggiungevo allora: a 5,50 euro al chilo facevano 11 euro per due chili. E mi chiedevo, non senza un po’ di cattiveria, quanto venisse a costare ogni singolo gnocco blu. Condimento escluso, naturalmente.

C’è qualche lettore si prende la briga di calcolare il costo di ogni singolo gnocco blu (condimento escluso)?

2 commenti su “Patate blu e viola: cosa sono davvero, tra gusto e marketing”

  1. Se le comprate e sono prodotte in modo industriale avete pienamente ragione, sono come le altre ma se si mettono nel proprio orto e si coltivano col letame naturale il loro sapore ( e questo vale anche per le patate rosse di pasta rossa,) è una cosa ineguagliabile per la preparazione dei gnocchi al pesto, del polpettone alla genovese delle polpette e crocchette io da quando le coltivo metto le Desirée per il consumo abituale le rosse e le violette per polpette etc. E le colomba precoci per avere delle patate novelle…ma al mercato le patate non valgono nulla come il loro sapore !!

    Rispondi
  2. Le patate blu.
    Una cosa assolutamente inutile, inodore e insapore come il carbone vegetale, ma anche come Platinette, le Zanzare, Gigi D’Alessio, Michele Cucuzza, Gigi Marzullo e tutti i vegani…
    Saluti dal profondo nordest, dove le vitellozze (dette anche vitellotte) sono purtroppo coltivate…

    P.S. – Fate un buon lavoro voi di gastodelirio, per favore non guastatevi!

    Rispondi

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