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Le migliori bevute di Gastrodelirio dell’estate 2026

Agosto è ormai in archivio tra cicale che stridono e rimpianti di tante giornate passate bene; è anche il momento di tirare le somme sui migliori vini naturali 2026 passati nei nostri bicchieri

Primo e secondo ci sono. Dopo, tutti terzi a pari merito.


Le ore di luce sono sempre meno, e qualche temporale prova a dirci che l’estate non è eterna e, persino quelli che a giugno annunciavano tre mesi di aperitivi sulla spiaggia ora guardano con timore al calendario.

Quindi, anche per Gastrodelirio è il momento di tirare qualche conclusione.

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E, cosa c’è di meglio, prima di salutare definitivamente l’estate 2026, che mettere in fila le bottiglie che questa estate sono rimaste nella memoria?

Mettere in fila, poi, è una parola grossa…

Perché questa non è una classifica nel senso agonistico del termine; non ci sono cronometri, centesimi di punto, giurie in giacchetta e soprattutto nessuno è squalificato per invasione di corsia o perdita del tastevin…

Ci sono semplicemente cinque vini appartenenti allo sfumato ed etereo mondo dei vini naturali che durante questi mesi hanno regalato attimi non trascurabili di felicità.

Che, se ci pensiamo bene, dovrebbero essere uno degli scopi principali del vino.

migliori vini naturali 2026 Bottiglia di vino in vigneto al tramonto durante l’estate

Migliori vini naturali 2026: le regole di Gastrodelirio

Come sempre, però, qualche paletto c’è. Anche perché nel mondo del vino naturale nello stesso recinto convivono santi, profeti, bravissimi vignaioli, improvvisatori e anche qualche discreto produttore di aceto.

Quindi, le regole restano semplici: 

  1. Far parte manifestamente del mondo del vino naturale. Niente vini solo certificati biologici, oppure solo biodinamici, con relativo santino (verdognolo…) da esibire all’ingresso.

  2. La piacevolezza e il godimento emotivo complessivo vengono prima di tutto. La tecnica conta, eccome se conta; ma un vino perfetto che non suscita nessuna voglia di berne ancora, resta solo un esercizio ben fatto.

  3. Nessun difetto di sorta. Naturale non significa puzzolente, ossidato malamente, volatile fino alle lacrime o microbiologicamente creativo. Un difetto resta un difetto anche se il vignaiolo porta la barba, usa solo cavalli in vigna e imbottiglia esclusivamente durante la luna calante del martedì.

  4. Bottiglie pagate rigorosamente e senza eccezioni di tasca propria. La libertà di dire quello che si pensa continua a essere molto più buona di qualunque campione omaggio.

Dopodiché, sia chiaro: questa è una classifica giocosa, personale e assolutamente priva di pretese di verità universale, e racconta cinque ottime bevute.

E soprattutto cinque emozioni. Sono questi, dunque, i migliori vini naturali 2026 secondo il nostro personalissimo metro di giudizio.


1° – Roditis Alepou – Domaine Tatsis

La Grecia al top 

Bottiglia di Roditis Alepou Domaine Tatsis

Forse il primo posto nasce proprio da questo: non me lo aspettavo. Roditis? Conoscenza nulla. Alepou? Ancora meno. Domaine Tatsis? Buio. Magnifico!

Perché dopo una vita passata ad assaggiare vino, quando capita una bottiglia davanti alla quale non hai già un archivio mentale di denominazioni, altitudini, esposizioni, sottosuoli, bisnonni vignaioli e comunicati stampa, finalmente puoi tornare a fare una cosa semplicissima.

Bere.

Il Roditis Alepou di Domaine Tatsis arriva da Goumenissa, nella Macedonia greca. Il Roditis è in realtà una varietà molto più importante e diffusa di quanto la mia ignoranza iniziale lasciasse supporre; Alepou — “volpe” — ne identifica un interessante biotipo dalla caratteristica buccia rosata.

Ma tutto questo l’ho scoperto dopo, perché prima è arrivato il bicchiere.

E la prima parola è stata: pieno.

Pieno senza essere grasso; materico senza sedersi; fresco, teso, vivo. Un vino con tanta ciccia enoica ma anche con un’acidità capace di tenerlo continuamente in movimento.

Ci si possono naturalmente trovare agrumi, frutta, erbe, qualche nota floreale e tutto l’armamentario lessicale necessario per sopravvivere dignitosamente a una degustazione ufficiale. Ma il punto è un altro.

Ne vuoi ancora, e poi ancora… 

Quella che a Gastrodelirio continuiamo testardamente a considerare la più importante unità di misura del vino.

Domaine Tatsis segue da anni pratiche biologiche e biodinamiche, con fermentazioni spontanee e pochissimo interventismo in cantina; benissimo, ma nessuna di queste cose da sole può rendere automaticamente buono un vino.

Il tribunale resta sempre e comunque il bicchiere. E il Roditis Alepou il processo lo vince con l’aggravante del godimento reiterato.


2° – Barbacarlo 2015 – Lino Maga

Quando mezzo calice basta per riempire una serata…

Barbacarlo 2015 – Lino Maga

Qui è quasi inutile parlare di secondo posto.

Perché il Barbacarlo 2015 di Lino Maga è probabilmente il vino più emotivamente potente di questa piccola classifica.

È arrivato durante una serata tra amici in Molise; bottiglie coperte, pizza, chiacchiere, nessuna divisa da sommelier e soprattutto nessuno interessato a dimostrare di possedere un naso capace di riconoscere il versante della collina al primo sniff sniff…

Poi è comparso lui, e la serata ha cambiato passo.

E poi, diciamolo: al Barbacarlo si perdona quasi tutto. Ci sono vini ai quali si applicano le regole e altri che, semplicemente, le regole se le scrivono da soli.

Il Barbacarlo non è uno di quei vini contemporanei costruiti per impressionarti entro i primi venti secondi. Non entra urlando. Non ti tira dietro legno, concentrazione, muscoli e profumi messi in fila come le aspiranti “miss” di un concorso di bellezza.

Comincia piano. Poi cambia passo e si allarga.

Ogni minuto aggiunge qualcosa, apre porte, sposta equilibri. Profondità senza pesantezza, freschezza, energia e soprattutto quella complessità che non ha bisogno di farsi notare perché prima o poi sei tu ad accorgerti di essere rimasto in silenzio con il bicchiere in mano.

Lino Maga apparteneva a un mondo del vino che oggi tutti celebrano a parole — autenticità, territorio, identità — ma che lui praticava quando queste cose non erano ancora hashtag o moda.

Forse per questo il Barbacarlo continua a mettere in imbarazzo molti vini moderni molto più costosi, levigati e pubblicizzati.

Quel mezzo calice bevuto in una sera d’estate mi ha ricordato una cosa che talvolta, in mezzo alla sbornia comunicativa dell’enologia contemporanea rischiamo di dimenticare: il vino può creare memoria.

E quando ci riesce non c’è punteggio che tenga.


3° a pari merito – Filari Margherita 2024 – Alberto Lot

Il PIWI con la banana che dura venti secondi 

Bottiglia di Filari Margherita 2024 di Alberto Lot

Il Filari Margherita 2024 di Alberto Lot è fatto con il Bronner, vitigno PIWI resistente alle malattie fungine e già questo basterebbe per scatenare una piccola guerra civile tra enoappassionati.

I PIWI continuano infatti ad avere la straordinaria capacità di fare innervosire persone che magari non ne hanno mai bevuto uno.

Poi stappi questo. All’inizio arriva una banana, ma proprio una banana o per meglio dire… acetato di isoamile, una roba quasi da Chardonnay. Netto, riconoscibile, quasi comico che ti chiedi cosa ci fa nel Bronner.

Il tempo di domandarsi dove diavolo sia finito il vino e quella sensazione se ne va con la coda tra le gambe, lasciando il posto a un bianco molto serio: agrumi, mela verde, leggere note erbacee e floreali; soprattutto freschezza, tensione, energia.

In bocca è preciso e agile, con acidità viva, finale asciutto e salino e quella benedetta caratteristica che torna continuamente in questa classifica: c’è la voglia immediata di un’altra sorsata.

Ecco perché entra senza esitazioni tra le bevute dell’estate. Non perché sia PIWI.

Non perché sia ambientalmente virtuoso.

Neanche perché consente di ridurre drasticamente i trattamenti in vigna.

Tutte cose importanti.

Ma entra perché è dannatamente buono.

Sembra una banalità, ma in certi ambienti del vino ogni tanto vale la pena ricordarlo.

Prima viene il bicchiere; dopo possiamo discutere per ore di genetica, resistenze fungine e futuro della viticoltura. Possibilmente continuando a bere.


3° a pari merito – Fattore Umano Rosato VSQ Dosaggio Zero

Pinot Nero, Piedirosso e zero voglia di stare composto 

Bottiglia di Fattore Umano Rosato VSQ Dosaggio Zero

Pinot Nero al 70%.

Piedirosso al 30%.

Metodo classico, dosaggio zero.

Il Pinot Nero arriva da Terelle, nel basso Lazio, intorno ai 900 metri; il Piedirosso da Roccaromana, nell’Alta Campania casertana.

Detto così sembrerebbe un progetto nato dopo una riunione finita molto tardi.

E invece funziona, diamine che funziona!

Nel calice il Fattore Umano Rosato VSQ Dosaggio Zero ha un colore vivo e altezzosamente lontano dai rosatellini pallidi da aperitivo fighetto & panoramico con tanto divanetto bianco macchiato di Spritz.

Qui ci sono fragolina, melograno, ribes, crosta di pane, agrume; ma soprattutto c’è un magnifico tira e molla tra tensione e materia, acidità e calore mediterraneo.

Il Piedirosso fa probabilmente la parte del guastatore.

Entra nell’eleganza potenzialmente algida del Pinot Nero e gli spettina i capelli.

Il risultato è una bollicina gastronomica, diabolicamente salina, viva, irregolare quanto basta per non annoiare ma abbastanza precisa da non cadere in quella caricatura del “naturale” dove qualsiasi sbandamento diventa improvvisamente espressione del terroir.

No: qui il vino è vivo e leggibile e ha carattere ed equilibrio e, soprattutto, possiede identità, tanta. E il giorno dopo te lo ricordi.

E in un mondo dove assaggiamo decine di vini che dimentichiamo prima ancora di avere lavato il bicchiere, non mi pare esattamente poco.


3° a pari merito – Nostos 2021 rosso

Tra i migliori vini naturali 2026 non poteva mancare una bottiglia capace di sorprendere anche alla cieca. Il Brachetto che prima ti sorprende e poi ribalta il tavolo.

Bottiglia di Nostos 2021 rosso da uve Brachetto

Questo è il più matto della compagnia… Il Nostos 2021 rosso, da uve Brachetto, era arrivato a una delle nostre degustazioni alla cieca senza che nessuno sapesse che cavolo si nascondesse sotto la canonica mascheratura.

All’apertura è irrequieto, quasi impaziente.

Poi gli dai aria, aspetti cinque minuti e succede qualcosa.

Il vino si distende e comincia a uscire dal bicchiere un piccolo fuoco d’artificio di rosa, spezie dolci, fragolina e frutti rossi. Il sorso acquista struttura, succosità, intensità.

E quando finalmente scopri che è Brachetto, parte inevitabile la memoria collettiva di certi pseudovini dolciastri degli anni Ottanta che hanno probabilmente commesso più delitti contro quel vitigno di una grandinata in agosto nascosti dietro il nome di Brachetto.

Questo invece è un Brachetto liberato, selvatico, succoso, serio e irriverente insieme.

Un vino capace di ricordare quanto le degustazioni alla cieca siano una straordinaria cura contro la presunzione.

L’avvio irrequieto si ricompone completamente con l’aria; bastano pochi minuti perché il vino trovi il suo passo e cominci davvero a raccontarsi.

Alla fine la domanda era diventata inevitabile: ce n’è un’altra bottiglia?

E rieccoci al punto di partenza.

Tramonto sull’acqua alla fine dell’estate - migliori vini naturali 2026

Migliori vini naturali 2026: e così se ne va l’estate


Cinque vini diversissimi.

Un greco da Roditis che non conoscevo; un Barbacarlo capace di fermare il tempo; un Bronner PIWI che comincia con una banana e finisce con la voglia di berne un altro secchio; un metodo classico rosato nato dall’incontro apparentemente improbabile tra Pinot Nero e Piedirosso; e infine un Brachetto che ha bisogno di pochi minuti per mettersi comodo e poi ti costringe a dimenticare tutto quello che pensavi di sapere sul Brachetto.

E forse è proprio questo che cerchiamo quando parliamo dei migliori vini naturali 2026: non la perfezione astratta, ma vini che lascino qualcosa dopo l’ultimo sorso.

Nessuno cerca di essere qualcos’altro, e nessuno ha bisogno di chiedere indulgenza perché “naturale”. Sono vini puliti, vivi, riconoscibili; soprattutto sono vini che hanno regalato piacere.

Alla fine dell’estate mi interessa molto più questo dei punteggi, delle classifiche internazionali, delle medaglie, delle piramidi qualitative e degli aggettivi pomposi pronunciati con espressione grave in divisa di ordinanza davanti a un calice firmato.

Tra qualche settimana arriveranno l’autunno, i rossi più importanti, qualche bottiglia dimenticata in cantina e inevitabilmente nuove sorprese.

Intanto possiamo salutare questa estate senza troppa malinconia.

L’abbiamo bevuta bene, e non è poco.

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