La tortilla da 2200 euro protagonista di questa edizione estiva del Festival della puttanata è un piccolo capolavoro di storytelling gastronomico.
Di Paolo Francesco Mandelli
Signore e signori, amiche e amici, buongustai, gastrodeliranti, ma soprattutto fedelissimi adepti del glorioso Festival della puttanata, eccoci di nuovo qui. Puntuali, inevitabili e necessari. Perché sì, lo sappiamo tutti: la cucina contemporanea non è più soltanto una questione di gusto. È narrazione. È storytelling. È mitologia applicata alla padella. E soprattutto — non prendiamoci in giro — è prezzo.
Più il prezzo è alto, più la storia deve essere convincente. Più è convincente, più ci avviciniamo alla vetta assoluta: la puttanata perfetta. E anche quest’anno, cari amici, il Festival non delude.
Dopo un’attenta selezione tra candidati di altissimo livello abbiamo finalmente il vincitore dell’edizione estiva 2026. Applausi, fanfare, e un bonifico immediato: la statuetta va alla Tortillera Eve del ristorante Rebo a Sant Boi de Llobregat in Catalunya.
La creazione vincitrice?
Una tortilla. Prezzo: 2.200 euro. Sì, avete letto bene. Duemiladuecento euro. Per una tortilla. Ora, fermiamoci un attimo. Respiriamo. Facciamo quello che ogni buon giurato del Festival deve fare: non giudicare. O meglio, giudicare tantissimo, ma con metodo.
Perché, come insegna il regolamento non scritto ma profondamente rispettato del Festival della puttanata: non è il prezzo a fare la puttanata. È lo spiegone.
E qui, signori, siamo di fronte a uno spiegone degno di entrare nei manuali.
Cominciamo. Le patate.

Non patate qualsiasi, ovviamente. Sarebbe stato troppo facile. Qui parliamo di patate Bonnotte, raccolte a maggio — perché si sa, a giugno sono già mainstream — su una piccola isola dal nome che sembra inventato apposta per una brochure: Normuntie, sulla costa atlantica della Francia . Prezzo dichiarato: tra i 300 e i 500 euro al chilo.
A questo punto viene spontaneo parafrasare un grande classico del cinema Mad Max ne: “Il Lupo di Wall Street”: “Ma queste c… di patate curano il cancro?”

Perché è una domanda legittima. Quando una patata costa più di un weekend a Lisbona, il dubbio viene. Eppure no. Non curano nulla, se non — forse — il bisogno umano di raccontare storie incredibili attorno a ingredienti molto semplici. Ma proseguiamo,
Le uova. Altro pilastro fondamentale della tortilla.

Qui entriamo nel mondo aristocratico della gallina Marans, una razza francese che depone uova color cioccolato. Non è chiaro se il colore incida sul sapore, ma sicuramente incide sulla conversazione al tavolo. “Scusi, che uova sono?” “Ah, sono Marans.” Silenzio. Rispetto. E 80 euro in più sul conto. Le uova sono grandi, belle, fotogeniche, e — a quanto pare da una rapida consultazione online — particolarmente indicate per la crema pasticcera. Il che apre scenari interessanti: una tortilla che, nel profondo, sogna di diventare una millefoglie.
Ma non divaghiamo. Le uova sono, ci assicurano, buonissime. E ci crediamo. Per una tortilla da 2200 euro complessivi, ci mancherebbe pure che fossero mediocri. Gli ingredienti “necessari”. Perché a questo punto entra in gioco la regola aurea del Festival: quando hai già ingredienti costosi, devi aggiungere qualcosa di inutilmente lussuoso. E quindi ecco arrivare, puntuali come un cliché: Il tartufo bianco e Il caviale Beluga iraniano.
Siamo spiacenti manca il king crab dello stretto di Bering, ma sappiamo che in questi tempi gli stretti sono difficili.
Ora, immaginiamo la scena. Una tortilla, piatto popolare, democratico, quasi proletario. Patate, uova, un po’ di olio. Comfort food per eccellenza. E poi — SBAM — tartufo bianco e caviale. È come parcheggiare una Ferrari dentro un pollaio. È come… beh, avete capito. Eppure funziona. O meglio: funziona nel senso che porta esattamente dove deve portare. Sul podio del Festival della puttanata. Perché il punto non è se abbia senso. Il punto è che è perfetto, nel suo essere perfettamente esagerato.
Il rito dell’acquisto
Ma non finisce qui. Perché una vera esperienza gastronomica contemporanea non si limita al piatto. Deve includere un rituale. E infatti, per ordinare la tortilla da 2200 euro, è richiesto un acconto di 500 euro.
Un anticipo. Per una tortilla. Questo dettaglio è, probabilmente, il vero colpo di genio. Perché introduce un elemento di suspense. Di impegno. Di responsabilità emotiva. Non stai semplicemente ordinando un piatto. Stai entrando in un percorso. Stai facendo una scelta di vita. È un po’ come prenotare un viaggio. Solo che invece di andare alle Maldive, mangi uova e patate. Ma con caviale.
La tortilla da 2200 euro detronizza il campione
Non dimentichiamolo: questa tortilla non nasce nel vuoto. Nasce in un contesto competitivo feroce. E soprattutto nasce spodestando un campione, il catalano Paco Jiménez, con il suo hamburger da 9.450 euro che sembrava imbattibile. Un monumento all’eccesso. Una dichiarazione d’intenti. Una provocazione perfetta.
E invece no. Perché la tortilla di Eve ha fatto qualcosa di ancora più raffinato: ha preso un piatto umile e lo ha portato nell’ipersfera del lusso. Non ha cercato di stupire con dimensioni o quantità. Ha scelto la via più sottile. La via della trasformazione concettuale. Ed è qui che si vince il Festival.
La filosofia della puttanata.
Arrivati a questo punto, qualcuno potrebbe chiedersi: ma perché? Perché esistono questi piatti? Perché qualcuno li crea, e qualcun altro li compra? (forse). La risposta è semplice e complicata allo stesso tempo. Perché viviamo in un’epoca in cui il valore non è più solo intrinseco. È narrativo.
Una tortilla da 10 euro è cibo. Una tortilla da 2200 euro è una storia. È un’esperienza. È un contenuto. È una foto. È una discussione. È — diciamolo — un atto performativo. E in questo senso, il Festival della puttanata non è una critica. È uno specchio. Un modo per osservare, con ironia e affetto, le derive creative di un mondo che ha deciso che anche una patata può diventare un oggetto di culto.
Conclusione (non richiesta ma inevitabile)
Care amiche e cari amici del Festival, anche quest’anno possiamo dirci soddisfatti. Abbiamo riso. Abbiamo riflettuto. Abbiamo fatto conti mentali su quante pizze si possano mangiare con 2.200 euro. E soprattutto abbiamo celebrato ciò che davvero conta: la capacità infinita dell’essere umano di prendere qualcosa di semplice e complicarlo meravigliosamente. Il Festival della puttanata resta aperto.
Le candidature sono sempre benvenute. I requisiti li conoscete: prezzo ingiustificabile, Ingredienti improbabili e soprattutto, uno spiegone degno di questo nome Perché senza spiegone, cari amici, non c’è puttanata. E senza puttanata, diciamocelo, il mondo sarebbe un posto molto più noioso.
Paolo Francesco Mandelli, classe 1969, (pessima annata ) architetto e gastronomo, si occupa dei due bisogni primari dell’uomo: casa e cibo.