Per scrivere di vino bisognerebbe, almeno qualche volta, ritrovarsi con le mani impiastricciate dal mosto, la schiena che protesta e gli stivali così sporchi da suggerire di lasciarli fuori dalla porta; non perché una giornata in vigna trasforma qualcuno in vignaiolo — ridicolo pensarlo — ma perché c’è una differenza abissale tra aver visto fare una cosa e aver provato davvero a farla.
E quando di quella cosa si è scritto e si scrive, quella differenza si vede lontano un miglio.
Così sono andato a vendemmiare a Taurasi, nella vigna di Giancarlo Moschetti; professore universitario di Microbiologia agraria, studioso di fermentazioni, vignaiolo con il suo 2Vite e, cosa per me assai più importante dei titoli accademici, amico prezioso.

Per la sua conoscenza quasi inquietante dell’universo dei lieviti l’ho soprannominato da tempo “l’uomo che sussurrava ai saccaromiceti”; definizione che lui sopporta con benevolenza e che, a pensarci bene, non è neppure troppo esagerata.
Non era la mia prima vendemmia in assoluto. Molti anni fa ne avevo fatta una di quelle che definirei didattiche, brevi, ordinate, quasi dimostrative; utile, certo, ma altra cosa rispetto a trascorrere una giornata intera tra sole, filari, cesoie, cassette, uva da selezionare e da portare rapidamente in cantina.
Questa volta mi sono sporcato le mani davvero.
Stanislavskij, più o meno
Ho una mia fissazione, che applico da sempre a quello che scrivo e che potrei definire, con parecchia ironia, il mio personale metodo Stanislavskij trasferito dalla recitazione alla scrittura.
Il principio è banale: prima di raccontare qualcosa, quando posso, cerco di avvicinarmi il più possibile alla sua realtà; non mi basta guardarla da fuori e meno ancora mi basta leggere quel che ne hanno scritto altri per poi ricamarci sopra con l’aria di chi è appena tornato dal fronte.
Stanislavskij cercava la verità nella rappresentazione; io, molto più umilmente, cerco almeno di evitare la falsità della narrazione.
Perché la domanda rimane questa: come si può scrivere con cognizione di causa di qualcosa che, nella migliore delle ipotesi, si è soltanto visto fare da altri?
Naturalmente non è possibile provare tutto sulla propria pelle e sarebbe sciocco sostenere il contrario; esistono studio, libri, testimonianze e competenze altrui. Però, quando posso scegliere, preferisco una giornata piegato sui filari a dieci cartelle stampa da leggere davanti a un computer.
Una vendemmia vista da fuori diventa facilmente stucchevole: il sole carezza sempre i grappoli, le mani sono sempre sapienti, la tradizione, la magia, l’identità, il territorio e tutto l’armamentario lessicale da fotografia patinata.
Manca quasi sempre il dettaglio fondamentale: la vendemmia è lavoro. E il lavoro pesa.

Significa scegliere, tagliare, scartare, riempire cassette, spostarle, caricarle e fare in modo che l’uva arrivi in cantina rapidamente e nelle migliori condizioni possibili; dopo qualche ora, inoltre, si scopre che una cesoia pesa più di quanto sembrasse al mattino e che la schiena possiede una scarsissima sensibilità per lo storytelling.
Raccontare il vino comincia prima della bottiglia
Essere lì con Moschetti rendeva tutto ancora più interessante, perché conosco poche persone capaci di tenere insieme con tanta naturalezza la concretezza della vigna e la complessità di quello che poi accade in cantina.
Da una parte grappoli, terra e cassette; dall’altra un mondo invisibile di microrganismi, fermentazioni ed equilibri che lui conosce con precisione scientifica, ma senza quella fastidiosa necessità, abbastanza frequente, di ricordare ogni tre minuti al prossimo quanto ne sa.

Quasi tutti quelli che scrivono di vino partono sempre dalla bottiglia finita: profumi, sorso, persistenza, tannino, acidità e tutto l’arsenale descrittivo. Prima di quella bottiglia, però, c’è stato parecchio altro; soprattutto lavoro, tanto.
La vite, del resto, non legge comunicati stampa e non sa cosa qualcuno deciderà, qualche mese dopo, di farle dire in un articolo. L’uva ignora storytelling, identità aziendale, filosofia produttiva e posizionamento.
Il resto glielo mettiamo addosso noi, e troppo spesso abbondiamo.
Del resto, anche sui cosiddetti vini naturali il racconto finisce spesso per diventare una comoda scorciatoia, fino al punto di spacciare certi difetti per identità.
Raccontare il vino con le mani sempre pulite
Qui arriva una delle mie peggiori insofferenze.
C’è un numero impressionante di persone che scrive di vino — e di cibo, ma non solo — senza aver mai visto davvero buona parte delle cose che racconta; non parlo del dilettante occasionale da social, ma di un’abitudine ormai molto più diffusa di quanto sarebbe decoroso ammettere.
La tecnica è elementare: una scheda tecnica, due articoli trovati su Google, qualche dichiarazione raccattata altrove, una manciata di territorio, identità, tradizione, passione, sostenibilità e rispetto della natura; si mescola tutto e l’articolo è pronto.
Peccato che, in certi casi, chi firma non abbia mai messo piede in quella vigna, non abbia mai visto quella cantina e magari non sappia neppure dove si trovi.
Ma scrive lo stesso, e spesso con la sicurezza di chi non ha dubbi perché non ha abbastanza esperienza per farseli.
Qualche volta viene persino il dubbio che assaggiare con attenzione sia diventato facoltativo; tanto qualcuno prima di noi avrà già trovato piccoli frutti rossi, spezie d’oriente, sottobosco e la solita mineralità passe-partout.
La cosa davvero irritante, però, non è solo la pigrizia; è la disinvoltura con la quale il “sentito dire” viene truccato e rivenduto come esperienza personale.
Raccontare il vino senza averlo visto nascere davvero può diventare, a quel punto, poco più di un esercizio di stile.
Si descrivono vendemmie mai viste, pratiche di cantina mai osservate, territori conosciuti attraverso parole altrui e vignaioli incontrati cinque minuti a una degustazione; poi si scrive come se si fosse trascorso mezzo inverno a potare con loro.
È una forma di impostura elegante, spesso anche ben scritta; ed è proprio questo a renderla più pericolosa, perché la forma finisce per dare autorevolezza al vuoto.
Il meccanismo, poi, è magnifico: uno scrive una sciocchezza, il secondo la riprende, il terzo scopre che quella sciocchezza è già stata pubblicata due volte e dunque la considera attendibile; dopo qualche passaggio l’approssimazione diventa verità condivisa e magari finisce perfino in una cartella stampa.
Il capolavoro è fatto: la sciocchezza è diventata fonte
Nel vino accade in continuazione. Territori raccontati attraverso stereotipi, pratiche di cantina mai viste nemmeno di straforo, vignaioli trasformati in santoni che parlano con la terra, ascoltano la luna e probabilmente danno il bacino della buonanotte alle barrique.
I vini, poi, ormai posseggono filosofia, carattere, anima, umore e visione del mondo; manca soltanto chiedere loro dove saranno tra cinque anni.
Andare a verificare, invece, è scomodo. Bisogna muoversi, fare domande, perdere tempo e soprattutto correre il rischio che la realtà mandi a monte la sdolcinata storia che avevamo già deciso di raccontare.
Molto più semplice rielaborare ciò che hanno visto gli altri, no? E le mani restano anche pulite!
Una giornata non fa un vignaiolo
Una giornata intera di vendemmia, naturalmente, non mi rende vignaiolo e non mi autorizza a insegnare niente a chi fa questo mestiere da anni; sarebbe la stessa presunzione che rimprovero a chi pontifica su cose conosciute soltanto per interposta persona.
La differenza sta nel sapere dove finisce ciò che ho visto e dove comincia quello che devo ancora imparare; confine banale, almeno in teoria, ma curiosamente elastico per parecchia gente che scrive.
Questa giornata, però, qualcosa me l’ha lasciato.
Ho capito fisicamente, e con tanto nero dei tannini sotto le unghie, quanto lavoro ci sia dietro una cassetta d’uva e quanto è facile dimenticarlo quando ci si trova dall’altra parte della bottiglia.
Anche la famosa poesia della vendemmia esiste, ma viene dopo il sudore; chi toglie la fatica e lascia solo il tramonto sui filari non racconta una vendemmia ma storielle, oppure sta scrivendo una brochure.
Prima delle note floreali, della mineralità, della trama tannica e di tutto il nostro ricco vocabolario da degustazione ci sono terra, clima, scelte, errori e uomini e donne che hanno lavorato.
E qualcuno, a un certo punto, ha dovuto prendere in mano una cesoia, vera.
Quel che resta…
A fine giornata stivali sporchi, fronte abbronzata, gambe stanche e il nero dell’uva sotto le unghie; ma, più di tutto, qualche esperienza in più e qualche certezza in meno.
Per chi scrive non è un cattivo affare.
Non ho imparato a fare vino e sarebbe farsesco sostenerlo; ho però accorciato di qualche passo la distanza tra quello che racconto e quel che conosco davvero.
La prossima volta che scriverò di qualche vendemmia le parole avranno per me un peso un po’ diverso.
Non perché me l’avrà raccontato qualcuno. Stavolta c’ero.
Giancarlo Moschetti non è soltanto “l’uomo che sussurra ai saccaromiceti”.
Su Gastrodelirio ho già raccontato il suo
2Vite 2021, Aglianico e Piedirosso fuoriclasse della Campania
Fabio Riccio –
Interessato da più di venticinque anni al modo del cibo, crapulone & buongustaio seriale.
Dal lontano 1998 autore della guida dei ristoranti d’Italia de l’Espresso, Scrive sulla rivista il Cuoco organo ufficiale della FIC, ha scritto sulla guidade le Tavole della Birra de l’Epresso, Su Cucina a Sud, sulla guida Osterie d’Italia Slow Food, su Diario della settimana e L’Espresso, e quando capita scrive di cibo un po’ ovunque gli gusta.
Infine è ideatore e autore di www.gastrodelirio.it – basta questo?