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Kristian Keber, il Brda 2022 e quel vino che se ne infischia dei confini…

Ci sono vini che si presentano educatamente, tolgono il cappello, stringono la mano e aspettano di essere interrogati.

E poi ci sono quelli che entrano senza bussare, spalancano le finestre e cominciano subito a ballare sul tavolo; magari con l’irrefrenabile sensualità di Caterina, la Lorena Forteza che ne Il ciclone di Pieraccioni, nel lontano 1996, fece perdere il lume della ragione al sottoscritto.

Il Kristian Keber Brda 2022 appartiene decisamente alla seconda categoria.

L’ho aperto a casa mia, qualche giorno dopo essere tornato dalla Slovenia, senza particolari cerimonie e soprattutto senza quella cornice di suggestioni che accompagna le degustazioni in cantina.

Perché un vino, per quanto affascinante possa essere il suo produttore, deve saper parlare anche quando quest’ultimo è ormai lontano.

Ebbene, con il Brda 2022 appena versato nel calice, è cominciato il putiferio.

Per dieci minuti buoni una sommossa dei profumi, con aromi primari che comparivano, sparivano, tornavano a farsi sentire quando ormai li credevo congedati; mentre altri, nuovi, si affacciavano alla ribalta senza chiedere permesso.

Un flamenco olfattivo nel quale, ogni volta che pensavo di aver individuato il passo successivo, c’era chi cambiava musica. E il bello è che tutto questo trambusto non aveva nulla di scomposto; dietro quella meravigliosa baraonda si intuiva una regia di sorprendente precisione.

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Ma andiamo con ordine, ammesso che con un vino del genere sia possibile.

Kristian Keber, una cantina e un confine che non c’è

Giorni addietro sono stato da Kristian Keber, nel Brda sloveno, durante un bellissimo vagabondaggio tra i vignaioli di quella straordinaria porzione d’Europa nella quale i confini politici sembrano essere stati tracciati da qualcuno che conosceva molto bene la geografia, ma assai poco la vite.

Brda da una parte, Collio dall’altra. Due nomi, due Stati, due lingue; e un territorio che continua ostinatamente a essere se stesso, con le sue colline, i suoi vigneti e quella terra fatta di marne e arenarie che da queste parti chiamano ponca oppure opoka.

Le frontiere sono faccende degli uomini. Le radici, fortunatamente, non leggono i cartelli stradali.

Kristian, figlio di Edi Keber, appartiene a una famiglia il cui nome è legato da tempo al vino del Collio; ma sul versante sloveno ha intrapreso un percorso personale, recuperando il vecchio vigneto del nonno Roman, nella zona di Medana. Non un’operazione nostalgica buona per qualche dépliant turistico, bensì un progetto enologico con una propria identità.

Tre bottiglie di Edi e Kristian Keber durante la degustazione in cantina, tra Collio e Brda
Edi e Kristian Keber: il Collio e il Brda, due versanti di uno stesso territorio.

La visita è stata magnifica. La cantina, scavata nella pietra locale, custodisce, tra tante altre meraviglie enologiche, bottiglie di annate che, come mi è stato mostrato durante la visita, risalgono a oltre un secolo fa; ma, più ancora di queste testimonianze del passato, mi ha colpito la semplicità dell’accoglienza.

Bottiglie aperte, bicchieri riempiti, salumi comparsi tra un assaggio e l’altro, chiacchiere senza liturgie e senza bisogno di recitare il catechismo della viticoltura naturale.

Gente innamorata del proprio lavoro, con quella particolare luce negli occhi che si vede soltanto in chi è innamorato; e, cosa decisamente meno frequente, sa anche di essere ricambiato.

È anche per incontri come questo che continuo a pensare quanto sia importante, per chi scrive di vino, conoscere da vicino il lavoro di chi lo produce.

Kristian Keber durante una degustazione di vino nella sua cantina
Kristian Keber durante la nostra visita in cantina, nel Brda sloveno.

E già questo, in tempi nei quali certi produttori trasformano le proprie cantine in atelier di multinazionali del lusso, non è cosa da poco.

Brda 2022: tre uve e zero voglia di fare il bravo ragazzo

Il vino in questione nasce prevalentemente da Ribolla Gialla, accompagnata da Tocai Friulano e Malvasia Istriana. Tre varietà che non hanno bisogno di essere presentate a chi conosce queste terre e che, messe insieme, ricordano quanto sia riduttivo voler identificare ogni territorio con una sola uva.

Uve raccolte a mano e macerate intere, con i raspi. Fermentazione spontanea in legno, senza lieviti selezionati e senza controllo della temperatura. Seguono circa due anni di affinamento in botte e l’imbottigliamento senza filtrazione.

Pratiche che, beninteso, non attribuiscono automaticamente una patente di grandezza. Di vini naturali che sanno soprattutto di cattiva vinificazione ne ho incontrati abbastanza da riempire un piccolo cimitero enologico; e continuo a pensare che i difetti non diventano pregi solo perché qualcuno decide di chiamarli “espressione del territorio”.

Il Brda 2022, fortunatamente, racconta un’altra storia.

Dieci minuti di follia, poi un finale che non finisce più

Torniamo dunque al calice in casa mia…

Il colore è quello di un bianco macerato che non si nasconde. Caldo, dorato, con sfumature ambrate e velature che non imitano la trasparenza di un’acqua minerale.

Ma è il naso, come dicevo, a iniziare lo spettacolo.

Dopo la prima, tumultuosa girandola di sensazioni, il sentiero aromatico si inerpica tra richiami erbacei, fruttati e floreali, incrociando suggestioni minerali e saline; senza perdere per un istante quella vivacità che aveva animato il primo incontro.

E la bocca? Qui il Brda 2022 è piccola magia.

È pieno, pienissimo, ma senza la pesantezza che talvolta accompagna i vini particolarmente strutturati; avvolge la bocca quanto basta, evitando di trasformare una carezza in una presa da lottatore di sumo.

È un vino tattile, di quelli che verrebbe voglia di esplorare con i polpastrelli se non fosse che, per fortuna, abbiamo a disposizione lingua e palato. Non soltanto sapori, dunque, ma sensazioni fisiche, consistenze, una materia che sembra prendere vita mentre la si assaggia.

E soprattutto una persistenza che definire lunga sarebbe quasi una mancanza di rispetto.

Il sorso sembra eterno. Quando pensi che abbia finalmente esaurito il proprio racconto, eccolo tornare con un’ultima suggestione, poi un’altra ancora, in una progressione che conserva ritmo e vitalità.

Perché il dettaglio forse più sorprendente è proprio questo: tanta complessità, tanta lunghezza, e solo dodici gradi alcolici.

Dodici

In un’epoca nella quale alcuni vini sembrano voler competere con i carburanti per aviazione, una bottiglia che si esprime con simile intensità senza ricorrere alla forza bruta è una soddisfazione non da poco.

L’alcol accompagna, sostiene, lega insieme le sensazioni; ma non è il protagonista della serata. Quel che resta è il piacere del vino, non la percezione della sua potenza.

Un vino da bere a secchiate. Se avessi i secchi…

Ripenso a Kristian, alla cantina scavata nella pietra, alle bottiglie cariche di storia e a quella luce negli occhi che non si può simulare. In cantina avevo conosciuto il vignaiolo e i suoi vini; a casa, senza Kristian, senza il salame e senza quelle pietre secolari, il Brda 2022 ha fatto qualcosa di ancora più difficile: mi ha convinto una seconda volta.

E forse persino di più.

Non so se il Brda 2022 di Kristian Keber sia destinato a entrare nei libri di storia dell’enologia. E, francamente, non è una questione che mi tolga il sonno.

So però che è uno di quei vini capaci di ricordarmi perché dopo anni continuo ad emozionarmi in questo mondo, nonostante le sue mode, certe trite liturgie, i suoi infallibili sacerdoti e moltissimi venditori di fumo.

Un vino che non mi ha chiesto di essere ammirato, ma semplicemente bevuto; e che, una volta bevuto, mi ha fatto desiderare immediatamente un altro sorso.

A questo punto verrebbe spontaneo definirlo uno di quei vini da bere a secchiate.

Peccato che in casa mia non abbia secchi.

Ma, ripensandoci, forse è meglio così.

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