Bere vini rossi in estate sembra quasi una provocazione.
Cinque vini rossi da bere in estate quando il caldo finalmente lascia spazio alla sera.
Provocatoriamente rossi.
Perché negli ultimi anni sembra quasi che il vino debba essere sempre più chiaro, più leggero, più dissetante, più estivo. Come se esistesse una sorta di obbligo medico che imponga di bere solo bianchi e rosati appena il termometro supera una certa temperatura.
Eppure, anche in estate, persino in pieno agosto, ci sono luoghi e sere che chiedono altro.
Non tutti i rossi chiedono pioggia, freddo o un camino acceso.
Alcuni sembrano anzi aspettare proprio la sera, quando il caldo finalmente si ritira e il vino può respirare insieme a chi lo sta bevendo.
Basta una terrazza in pietra appena fuori Castel del Monte, in Abruzzo, con Rocca Calascio che lentamente inizia ad accendersi.
Basta il silenzio; quel silenzio che arriva dopo il tramonto quando i tavolini più furbi smettono di cercare clienti e il paese torna lentamente a essere un luogo, vero, con tanto di lucciole e di qualche verso misterioso che arriva dai vicini boschi a ricordarci che è agosto.
Ed è proprio in quel momento che certi vini rossi ritrovano il loro senso.
Non sono necessariamente i più potenti, i più costosi o i più celebrati in circolazione. Sono semplicemente vini capaci di ben accompagnare il passaggio dall’ultimo crepuscolo al buio senza alzare la voce, ma con la loro discrezione, proprio come fanno le lucciole.
Non è una classifica vera e propria. O forse lo è, ma solo fino a un certo punto. Diciamo che due bottiglie mi hanno emozionato un po’ più delle altre; le restanti viaggiano appaiate, perché ciascuna porta con sé un paesaggio, un carattere e un modo diverso di stare a tavola.
Dalla Campania al Pinerolese, passando per quella terra di mezzo sparsa tra le Langhe e il Monferrato per poi approdare nell’Abruzzo Costiero. Cinque vini molto diversi fra loro, accomunati soltanto da una cosa: non preferiscono il sole. Anzi, sembrano dare il meglio proprio quando il sole se n’è andato.
E quando finalmente non c’è più nulla da fotografare…
2Vite 2022: Aglianico e Piedirosso dopo il tramonto
Dopo il tramonto ci sono vini che cambiano voce.

Questo vino ne è una dimostrazione. L’Aglianico resta riconoscibile, per la sua struttura e quella trama tannica che non rinnega mai le proprie origini. Il Piedirosso, però, gli toglie peso senza togliergli profondità, regalando slancio, freschezza e una beva sorprendentemente naturale. È un equilibrio difficile da raggiungere, soprattutto quando si mettono insieme due personalità così diverse.
A Castel del Monte, quando dopo cena le pietre d’Abruzzo iniziano a restituire lentamente il calore del giorno e le lucciole iniziano il turno di notte, questo rosso campano sembra finalmente a casa.
Non pretende attenzione. La conquista con calma, un sorso dopo l’altro, mentre il bicchiere cambia insieme all’aria della sera, magari vicino a una buona fetta di salame.
È uno di quei vini che ricordano una cosa troppo spesso dimenticata: l’eleganza non nasce dalla rinuncia alla forza, ma dalla capacità di governarla.
Ramìe 2019 – Daniele Coutandin: uno dei vini rossi da bere in estate
Se c’è un vino che poteva nascere soltanto in montagna, è questo.

Il Ramìe di Daniele Coutandin arriva dal Pinerolese, tra vigne strappate ai boschi, pendii che sfiorano i novecento metri e una viticoltura oltre la stessa idea di viticoltura eroica. Zero scorciatoie: si lavora ancora con le mani, su terrazzamenti minuscoli, dando voce a vitigni antichi come Avanà, Avarengo, Chatus e Becuet.
In cantina solo acciaio, lieviti indigeni e pochissima anidride solforosa, quando davvero serve. Il resto è fatica, pazienza e un’idea di vino che non segue le mode. La prima bottiglia di Ramìe mi arrivò in regalo. Colpì al cuore. La seconda l’ho cercata con ostinazione, ravanando per giorni negli angoli più nascosti del web, come si fa con certi libri ormai introvabili. Ne valeva la pena.
Tra le pietre dell’altopiano, tra lucciole, stelle e un tocco di Canestrato ben stagionato, questo vino ritrova il filo della propria storia. L’aria è sottile, il silenzio prende il posto delle ultime voci e nel calice affiora una freschezza quasi alpina, sostenuta da tannini discreti e da quella tensione fresca e agrumata che rende il Ramie unico. Non è un rosso che cerca di impressionare. Preferisce raccontare, con ostinazione, che la montagna è severa, ma anche sorprendentemente gentile.
Ci sono vini che si bevono. E poi ci sono vini che si inseguono. Il Ramìe è fatto così. Prima ti trova lui. Poi inizi a rincorrerlo.
Achille 2020 – Case Corini
Ci sono vini che chiedono silenzio. Achille pretende anche tempo.

Nasce dall’incontro fra Barbera e Nebbiolo, coltivati secondo quella filosofia che Lorenzo Corino ha lasciato in eredità a Case Corini: vigneto prima di tutto, fermentazioni spontanee, interventi ridotti al minimo e lunghi affinamenti capaci di lasciare che il vino trovi da solo il proprio equilibrio. Non è un rosso costruito per stupire al primo sorso. È uno di quelli che, bicchiere dopo bicchiere, cambiano insieme a chi li sta bevendo.
A Castel del Monte, quando il profilo del Gran Sasso si dissolve nel blu della sera e il castello di Rocca Calascio si accende con una luce che sembra galleggiare nel buio, succede una cosa curiosa. Nessuno ha fretta di rientrare. I bicchieri rimangono sul tavolo anche quando sono quasi vuoti, le parole si allungano e perfino le pause acquistano un significato. È proprio in quei momenti che Achille trova il suo posto. La freschezza della Barbera e la trama del Nebbiolo finiscono per parlare con una sola voce.
Esistono vini che si ricordano per un profumo. Altri per un’annata particolarmente felice. Achille, invece, si ricorda per il tempo che gli si è dedicato. E per quello che, senza accorgersene, ha saputo restituire, anche tra le montagne d’Abruzzo.
Nostos 2021 – Rosso
Ci sono vini che parlano a bassa voce. Per sentirli bisogna togliere rumore, non aggiungerne.

Nóstos, per gli antichi Greci, era il ritorno. Non soltanto quello verso casa, ma anche quello verso una parte di sé perduta. Un nome impegnativo, che questo vino porta con naturalezza. E’ un Brachetto che nasce da una viticoltura rispettosa, senza inutili forzature, dove il vino è accompagnato e non costruito. All’inizio è trattenuto, poi l’ossigeno fa il suo lavoro e il bicchiere cambia passo. È un rosso senza effetti speciali. Preferisce convincere poco alla volta, lasciando al tempo e alla pazienza il resto.
A Castel del Monte, quando il paese si svuota davvero, ci si accorge che il silenzio non è mai silenzio. Sotto il balcone di pietra arrivano i richiami sommessi di qualche animale, il frinire dei grilli che accompagna la notte, mentre, in lontananza, la luce di Rocca Calascio veglia sulle pietre antiche del borgo. In un luogo così, la parola nóstos acquista un significato ancora più profondo. Perché non sempre si ritorna in un luogo; a volte si ritorna semplicemente dentro se stessi. Ed è lì che questo vino trova il suo posto. Un sorso, una pausa, un altro sorso. Senza fretta. Il Nostos insegna la cosa più difficile: ascoltare.
Primatraccia Anfora – Controvento: tra i vini rossi da bere in estate
L’Abruzzo ha un privilegio: nel tempo di un viaggio si passa dall’Adriatico alle montagne, dalle onde al silenzio delle pietre.

Primatraccia nasce a Rocca San Giovanni, dove le vigne respirano la brezza della Costa dei Trabocchi. È un Montepulciano d’Abruzzo che prende strade diverse da quelle più battute. L’affinamento in anfora non cerca effetti speciali o inutili esercizi di stile; accompagna semplicemente il vino verso una maggiore essenzialità.
Il frutto è nitido, la freschezza sorprende, i tannini si fanno più misurati e la sapidità, figlia dei terreni e della continua influenza dell’Adriatico resta a lungo a dialogare con il sorso. È la dimostrazione che un Montepulciano può essere profondo senza diventare pesante, naturale senza ostentarlo.
Poi scende la notte. Sul balcone in pietra di Castel del Monte i vini cambiano ancora. Da un lato il Gran Sasso si confonde con il cielo; più in là Rocca Calascio disegna ancor più netta la propria luce nel buio. Sul tavolo solo un pezzo di Canestrato, qualche fetta di pane e i calici segnati dal tempo della conversazione.
È in quel silenzio, rotto appena dal frinire dei grilli e da qualche richiamo animale proveniente da chissà dove, che il Primatraccia racconta fino in fondo la propria natura. Un vino nato a due passi dal mare che, tra le montagne aquilane, sembra ricordare quanto l’Abruzzo sia una terra sola, capace di unire due paesaggi agli antipodi in un unico sorso.
Ci sono vini che raccontano un luogo. Primatraccia, invece, mette intorno allo stesso tavolo il mare, la montagna e il silenzio.
Questi cinque vini rossi da bere in estate dimostrano che non esiste una stagione giusta o sbagliata, ma soltanto il momento giusto per stapparli.
Forse il problema non è mai stato il colore del vino. È il momento in cui decidiamo di stapparlo. Ci sono rossi che sotto il sole sembrano fuori posto e altri che, appena cala il silenzio, trovano finalmente la loro voce. Basta aspettare che il giorno finisca.
Se vuoi approfondire uno dei cinque vini raccontati in questo articolo, su Gastrodelirio trovi anche le recensioni complete dedicate a ciascuna bottiglia usando la funzione “cerca”.
Per continuare il viaggio nel vino naturale…
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Fabio Riccio –
Interessato da più di venticinque anni al modo del cibo, crapulone & buongustaio seriale.
Dal lontano 1998 autore della guida dei ristoranti d’Italia de l’Espresso, Scrive sulla rivista il Cuoco organo ufficiale della FIC, ha scritto sulla guidade le Tavole della Birra de l’Epresso, Su Cucina a Sud, sulla guida Osterie d’Italia Slow Food, su Diario della settimana e L’Espresso, e quando capita scrive di cibo un po’ ovunque gli gusta.
Infine è ideatore e autore di www.gastrodelirio.it – basta questo?