Cos’è il vino naturale? È davvero migliore del vino convenzionale o è solo una moda? Il vino naturale vs vino convenzionale è uno dei dibattiti più accesi.
Cos’è il vino naturale (e perché fa discutere)
Mettiamola giù senza giri di parole, così ci capiamo subito: io il vino naturale lo preferisco. Punto. Nettamente. Dichiaratamente. Senza timidezze. Mi piace la sua vitalità, la sua irregolarità, quella sensazione — sempre più rara — di avere nel bicchiere qualcosa di vivo che respira.
Quando si parla di vino naturale, spesso si entra in un campo minato fatto di opinioni, pregiudizi duri a morire e definizioni vaghe (come dimostrano anche le diverse definizioni esistenti nel settore).
La differenza tra vino naturale e vino convenzionale non è solo tecnica: è, prima di tutto, filosofica.
Il dibattito tra vino naturale e vino convenzionale è diventato sempre più acceso. Spesso, però, è un dibattito fatto da chi parla molto e beve poco.
Ma.
Non sono un talebano del naturale. Se nel mio calice finisce un vino convenzionale fatto bene — e sottolineo fatto bene, quindi non l’ennesima ovvietà da scaffale anestetizzato che purtroppo rappresenta una fetta enorme della produzione — lo bevo volentieri. E, quando merita, me lo godo pure senza sensi di colpa.
Il problema, quindi, non è mai stato “vino naturale vs vino convenzionale”.
Il problema è sempre stato “vivo vs morto”, “interessante vs irrilevante”.
Perché il vino naturale viene criticato (spesso senza essere bevuto)
Eppure c’è una fauna — rumorosa, sicura di sé e spesso sorprendentemente poco curiosa — che continua a trasformare questa non-discussione in una guerra di religione. Gente che, al solo sentire “vino naturale”, assume quell’espressione a metà tra lo schifaato e il compatente, come se gli avessi appena proposto di bere acqua di scarico fermentata.
E attenzione: non parliamo solo di avventori da enoteca improvvisata. No. Qui il fenomeno attecchisce e fiorisce anche tra i cosiddetti esperti. Quelli con la giacchetta in tweed e il vocabolario forbito, la postura da degustazione e, troppo spesso, un pregiudizio più grande di una barrique esausta di decimo passaggio.
Il bello — si fa per dire — è che molti di questi giudizi (pregiudizi) nascono nel vuoto pneumatico dell’esperienza. Vini naturali mai bevuti davvero, se non in qualche occasione sfortunata elevata a verità assoluta. Da lì in poi, sentenze. Granitiche. Inappellabili. Spesso anche noiose.

Storia vera in cantina: la filippica degna di Demostene
Poi succede che la teoria si scontra con la realtà.
Scenario: cantina oggettivamente bella, di quelle che ti fanno pensare “ok, qui si lavora sul serio”. Il produttore? Un personaggio completo, con contorno ornamentale silenzioso al seguito: una moglie di trent’anni più giovane, versione Barbie muta da esposizione.

Export importante negli Stati Uniti, autostima che viaggia serena tra il monumentale e il mitologico, una prosopopea che nemmeno un console romano in giornata di gloria.
Non parla: arringa.
Appena emerge la mia preferenza per i vini naturali, parte la filippica. Ma non una filippica qualunque: una roba da manuale di retorica antica, Demostene in versione turbo-enologica, solo con meno eleganza e molta più boria.
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Il vino naturale diventa improvvisamente la causa di tutti i mali: decadenza del gusto, perdita di identità, deriva pericolosa, quasi una congiura internazionale ai danni del “vero vino”.
Io ascolto. Davvero. Perché quando qualcuno ha così bisogno di esibirsi, interromperlo sarebbe come spegnere la musica a metà del pezzo.

Vino naturale vs vino convenzionale: il mito dei “mostri sacri”
Poi arriva il gran finale: i mostri sacri. I nomi intoccabili. E tra questi, come una carta calata sul tavolo per chiudere la partita, spunta lui: il Brunello di Montalcino di Biondi Santi. Il riferimento assoluto. Il vino che — a suo dire — non è nemmeno lontanamente accostabile a “quelle robe lì”.
E qui, onestamente, ringrazio.
Perché raramente mi era stato servito un assist così perfetto.
Con tutta la calma possibile, faccio notare un dettaglio piccolo piccolo, ma devastante per la narrazione: Biondi Santi utilizza lieviti indigeni provenienti dai propri vigneti.
Silenzio.
Anzi no.
Negazione. Secca. Ostinata. Quasi rabbiosa. “Non è vero è una bugia”, ripetuto più volte con quel tono tipico di chi non sta più difendendo un’idea, ma il proprio ego.
Il vero problema del vino naturale? L’ego (non il vino)
E lì capisci che il problema non è il vino. Non lo è mai stato.
È l’ego.
E l’ego, nel vino, è spesso il difetto più difficile da correggere.
Perché quando anche l’evidenza documentata viene respinta come un corpo estraneo, non sei più in una conversazione. Sei dentro un monologo. Uno di quelli in cui la realtà è opzionale e le convinzioni sono scolpite nella pietra.
Vino naturale e convenzionale: differenze reali (e falsi miti)
A quel punto il discorso sul “vino naturale vs vino convenzionale” si rivela per quello che è: una gigantesca semplificazione per evitare di affrontare la complessità.
Perché la verità — scomoda, sfumata, poco instagrammabile — è che il mondo del vino è pieno di zone grigie. Che pratiche considerate “naturali” esistono silenziosamente da sempre anche nei templi più celebrati dell’enologia classica senza farne una bandiera, nazionale e non. Che la qualità non segue le etichette ideologiche, ma il lavoro, la sensibilità, il rispetto.
Ma tutto questo richiede una cosa semplice e difficilissima: assaggiare senza pregiudizi.
Conclusione: il vino naturale va bevuto prima di essere giudicato
Il problema del vino naturale non è nel bicchiere.
È in chi lo giudica senza berlo.
Molto più facile è arroccarsi, giudicare, liquidare. Magari con una punta di arroganza. Magari senza nemmeno salutare quando qualcuno ti mette davanti a un fatto che non ti piace.

Sì, perché il sipario si è chiuso così: saluto non ricambiato, gelo improvviso, educazione lasciata probabilmente in barrique insieme a qualche certezza di troppo.
Francamente? Meglio così.
Perché a quel punto diventa chiaro che non stai perdendo una conversazione. Stai evitando una perdita di tempo.
Io, nel dubbio, continuo a bere (e ho spiegato bene il perché qui).
Prevalentemente vino naturale, sì. Con convinzione.
Ma senza paraocchi.
Perché se nel bicchiere c’è qualcosa di buono, vivo e non banale — anche se arriva dal mondo del vino convenzionale (come in questo caso) — non sarò certo io a fare il talebano al contrario.
Gli integralismi, in fondo, puzzano molto più di qualsiasi riduzione o buccia di salame.
E quelli, sì, sono davvero difficili da digerire.
Soprattutto quando arrivano da chi non ha mai davvero bevuto.
Se ti stai ancora chiedendo perché…
La risposta lunga l’avevo già scritta tempo fa. E sì, vale ancora…
Il vino naturale non è una categoria ufficialmente normata, ma un approccio produttivo condiviso da diversi vignaioli.
Perché bevo vino naturale
Fabio Riccio –
Interessato da più di venticinque anni al modo del cibo, crapulone & buongustaio seriale.
Dal lontano 1998 autore della guida dei ristoranti d’Italia de l’Espresso, Scrive sulla rivista il Cuoco organo ufficiale della FIC, ha scritto sulla guidade le Tavole della Birra de l’Epresso, Su Cucina a Sud, sulla guida Osterie d’Italia Slow Food, su Diario della settimana e L’Espresso, e quando capita scrive di cibo un po’ ovunque gli gusta.
Infine è ideatore e autore di www.gastrodelirio.it – basta questo?