Ci sono vini che si bevono, si apprezzano e si dimenticano; altri che, senza chiedere permesso e senza genealogie nobiliari, conquistano un posto in quel piccolo, caotico e personalissimo archivio sensoriale che ciascuno di noi si porta appresso.
L’Aglianico Lasco 2024 di Colline Paragano appartiene alla seconda categoria;; e non è cosa da poco per chi, dopo tanti anni passati a ficcare il naso nei calici, ogni tanto è convinto di aver già assaggiato quasi tutto. Quasi, appunto…
L’incontro è avvenuto durante un’ottima cena casalinga, senza sommelier che decantano disciplinari e senza produttori che spiegano che il loro vino è un capolavoro. Bottiglia, bicchieri, buon cibo e soprattutto un vino che, fortunatamente, aveva parecchio da raccontare.
Aglianico Lasco: un nome che rischia di raccontare la storia sbagliata
Cominciamo sgombrando il campo da un equivoco. Sull’etichetta della bottiglia campeggia la dicitura Aglianico Irpinia DOC, e chiunque abbia una certa familiarità con i grandi rossi campani potrebbe ragionevolmente aspettarsi struttura importante, acidità molto vivace e quella tannicità che, nelle versioni meno educate, lascia il proprio biglietto da visita direttamente sulle gengive.
E invece no.
L’Aglianico Lasco dell’Arianese è una realtà viticola particolare, legata al territorio di Ariano Irpino, con caratteristiche proprie e una storia che ha rischiato seriamente di finire nel dimenticatoio.
Le ricerche più recenti hanno anche messo in discussione la sua identificazione genetica con l’Aglianico comunemente coltivato; una questione scientifica che rende ancora più interessante il recupero di questa antica popolazione viticola.
Un percorso di ricerca e recupero culminato, nel giugno 2025, con l’iscrizione dell’Aglianico Lasco nel Registro nazionale delle varietà di vite, riconoscimento ufficiale di un’identità varietale che rischiava di scomparire.
Il nome Aglianico, insomma, rischia di portarci fuori strada ancor prima di stappare la bottiglia. Quanto alla denominazione riportata in etichetta, non è questa la sede per mettere in discussione la sua legittimità; resta però il fatto che, sul piano delle aspettative sensoriali, può risultare fuorviante.
Ad Ariano Irpino, l’azienda Colline Paragano coltiva nella piccola Vigna Beatrice duemila viti di Aglianico Lasco, allevate con attenzione per dare continuità a un patrimonio varietale che rischiava di andare perduto.
Grappoli spargoli, produzione contenuta e un lavoro di conservazione che ha ben poco a che vedere con l’ennesima operazione di marketing territoriale.
Perché recuperare un vitigno dimenticato non significa semplicemente aggiungere un nome curioso alla già affollata anagrafe enologica italiana; significa conservare una parte della storia agricola di un territorio, sottraendola all’omologazione che troppo spesso accompagna la viticoltura moderna.
Una preoccupazione che, in Irpinia, riguarda anche antichi sistemi di allevamento della vite, come la starseta di Taurasi.
E questo, prima ancora di assaggiare il vino, mi sembra già un ottimo motivo per prestare attenzione.

Lasco 2024 di Colline Paragano: un rosso senza muscoli esibiti
Naturalmente, poi, bisogna bere. Perché i progetti possono essere meritori, le intenzioni encomiabili, ma il vino deve comunque dimostrare di essere buono; possibilmente senza pretendere applausi soltanto per la propria rarità.
L’ aglianico Lasco 2024 supera brillantemente la prova.
Al naso parte inizialmente con una ciliegia leggermente amara e un lieve ma piacevole sentore di asfalto caldo; impressioni alquanto originali che, con il passare del tempo nel bicchiere, lasciano spazio a un fruttato meno estremo.
In bocca la distanza dall’Aglianico tradizionale diventa ancora più evidente. Il corpo è equilibrato, i tannini molto meno strombazzati e tanto il frutto quanto l’alcol risultano molto ben integrati nella trama generale.
Zero esibizioni muscolari, nessuna componente che tenta di imporsi sulle altre; semplicemente un rosso armonico, di personalità, capace di farsi apprezzare senza gridare.
Ed è proprio questo equilibrio ad avermi conquistato.
Naturalmente siamo davanti a un 2024, e sarebbe prematuro pronunciarsi sulle sue capacità evolutive. Il risultato attuale lascia ben sperare, ma la prova del tempo è un’altra faccenda; e per principio non distribuisco patenti di longevità sulla fiducia.
Per ora, comunque, siamo davanti a un ottimo vino. E, soprattutto, a un vino che dimostra quanto è interessante guardare oltre i vitigni più celebrati.
I lieviti della vigna e quelli che fanno bene il proprio mestiere
C’è poi un altro aspetto del progetto Colline Paragano che merita attenzione: la fermentazione del Lasco viene condotta utilizzando lieviti selezionati dalla microflora del vigneto.
Una scelta interessante, soprattutto perché affronta con strumenti scientifici una questione troppo spesso ridotta a una tifoseria calcistica: lieviti indigeni contro lieviti selezionati, con i primi beatificati e i secondi trattati come pericolosi immigrati clandestini della microbiologia.
Qui il ragionamento è differente. Si parte dalla popolazione microbica presente nell’ambiente viticolo, si individuano i ceppi ritenuti più appropriati e li si impiega nella fermentazione. Una strada che cerca di coniugare conoscenza scientifica, controllo del processo e valorizzazione delle risorse microbiologiche locali.
Non si tratta di stabilire se siano meglio i lieviti selezionati o quelli che qualcuno ama chiamare, con enfasi quasi mistica, lieviti del territorio. Si tratta di capire che cosa si sta facendo, perché lo si sta facendo e, soprattutto, quali risultati si ottengono.
Naturalmente nessun lievito, per quanto proveniente dalla vigna, trasforma un’uva mediocre in un grande vino; così come nessuna fermentazione spontanea costituisce, da sola, un sigillo di nobiltà enologica.
Ma quando il lavoro di recupero di un patrimonio viticolo si accompagna anche a una ricerca sulle risorse microbiologiche del luogo, il progetto assume una dimensione che va ben oltre la semplice produzione di una bottiglia.
E se poi quella bottiglia è anche buona, tanto meglio.
Una bella sorpresa, senza trombe e tromboni
Non so quanti altri Lasco finiranno nei miei calici nei prossimi anni; mi auguro parecchi, perché la biodiversità viticola italiana ha bisogno di essere bevuta, non soltanto celebrata durante i convegni con buffet finale.
Il lavoro di Colline Paragano dimostra quanto è importante recuperare e conservare ciò che la viticoltura rischia di perdere, senza necessariamente trasformare ogni riscoperta in un evento epocale da accompagnare con fanfare e comunicati trionfalistici.
Il Lasco 2024, dal canto suo, aggiunge alla bontà delle intenzioni quella del risultato.
Un rosso dalla personalità precisa, diverso dalle aspettative, equilibrato e capace di lasciare un ricordo piacevole; ma soprattutto il frutto di un progetto che merita attenzione anche indipendentemente dal giudizio su una singola annata.
Perché le bottiglie veramente interessanti non sono necessariamente quelle che ci lasciano senza parole; sono quelle che, una volta vuote, ci lasciano ancora qualcosa da dire…
Fabio Riccio –
Interessato da più di venticinque anni al modo del cibo, crapulone & buongustaio seriale.
Dal lontano 1998 autore della guida dei ristoranti d’Italia de l’Espresso, Scrive sulla rivista il Cuoco organo ufficiale della FIC, ha scritto sulla guidade le Tavole della Birra de l’Epresso, Su Cucina a Sud, sulla guida Osterie d’Italia Slow Food, su Diario della settimana e L’Espresso, e quando capita scrive di cibo un po’ ovunque gli gusta.
Infine è ideatore e autore di www.gastrodelirio.it – basta questo?