Sempre più eventi, sempre meno espositori: costi elevati e ritorni incerti mettono in discussione il modello delle fiere del vino naturale.
C’è stato un tempo – neanche troppo lontano – in cui queste fiere erano poche. Oggi, forse, sono semplicemente troppe.
Erano eventi ben riconoscibili, quasi luoghi militanti che non si limitavano a mettere in fila banchi d’assaggio, ma che incarnavano un’idea precisa di vino, di agricoltura e, perché no, anche di etica. Chi c’era, c’era per convinzione. Chi esponeva, lo faceva per scelta identitaria prima ancora che commerciale.
Poi qualcosa è cambiato. Oggi assistiamo a una vera e propria inflazione di manifestazioni dedicate al vino naturale lungo tutta la penisola. Tolte alcune realtà ormai consolidate – come VinNatur e poche altre che con fatica e perseveranza hanno trovato una loro dimensione stabile – il panorama è diventato una galassia frammentata di eventi, spesso molto simili tra loro, spesso molto piccoli, talvolta difficili persino da distinguere.
E qui nasce il problema.
Il paradosso delle fiere del vino naturale, vuote
Da appassionato dichiaratamente schierato (e sì, con un bias bello evidente), mi trovo spesso nella posizione privilegiata di poter partecipare a molte di queste manifestazioni. Ed è proprio da questa prospettiva che emerge il rovescio della medaglia: perché così tante fiere faticano a superare la soglia dei trenta vignaioli che espongono? E soprattutto: perché tanti vignaioli scelgono di non esserci?”
Siamo di fronte a una nicchia in crescita, con una narrativa forte e una domanda apparentemente vivace. Eppure, il sistema delle fiere fatica a stare in piedi. Le risposte, probabilmente, sono meno romantiche di quanto si voglia credere.

Il conto economico (quello vero)
Partecipare a una fiera mica è una passeggiata.
Per un vignaiolo significa affrontare:
- trasferte spesso lunghe centinaia di chilometri
- costi di trasporto e logistica
- pernottamenti e vitto
- affitto dello spazio espositivo
- bottiglie aperte (che non si vendono)
- tempo sottratto al lavoro in vigna e in cantina
Il tutto per un ritorno che, nella maggior parte dei casi, è tutt’altro che garantito.
E allora la domanda diventa inevitabile: ne vale davvero la pena?
Quante di queste fiere riescono a generare contatti reali, ordini concreti, relazioni commerciali durature? E quante invece si risolvono in una bella e allegra giornata tra colleghi, appassionati e qualche curioso di passaggio?
Inflazione o selezione?
La sensazione è che si sia entrati in una fase di “inflazione fieristica”. Troppi eventi, troppo ravvicinati, certe volte in sovrapposizione geografica e temporale, e spesso con un’identità poco definita quando non del tutto intercambiabile”. Il rischio è quello della cannibalizzazione: stessi produttori, stesso pubblico, stessa formula… moltiplicata per dieci.
In questo scenario, una selezione darwiniana delle fiere del vino naturale appare, anzi, è quasi inevitabile.
Alcune manifestazioni hanno già chiuso i battenti, altre arrancano, altre ancora sopravvivono più per inerzia che per reale sostenibilità.
Darwin, ecco, in fondo, non aveva mai smesso di avere ragione.
Il piccolissimo che funziona (forse)

Eppure, non tutto è da buttare.
C’è un fenomeno interessante, quasi silenzioso: quello delle micro-fiere locali. Eventi piccoli, con produttori della stessa regione o dei territori limitrofi, che hanno rinunciato alla pretesa di essere “grandi” per diventare semplicemente autentici.
Qui il focus cambia:
- meno ambizione, più relazione
- meno formalità, più convivialità
- meno “cattedra”, più festa
Il rapporto diretto – quello vero, “de visu” – tra vignaiolo e consumatore torna al centro della narrazione. E, paradossalmente, proprio questa dimensione ridotta sembra funzionare meglio di tante manifestazioni più strutturate ma senz’anima.
Fiere del vino naturale – il problema non è la quantità
Forse il punto non è quante fiere esistono, ma perché esistono.
- Servono davvero ai produttori?
- Offrono qualcosa di diverso l’una dall’altra?
- Hanno un’identità chiara o sono copie sbiadite di modelli già visti?
- Parlano a un pubblico reale o a una bolla autoreferenziale?
Perché se l’obiettivo è solo “esserci”, allora il sistema rischia di implodere su sé stesso.
Una provocazione (costruttiva)
E se fosse arrivato il momento di ripensare il format delle fiere del vino naturale?
Meno eventi, ma molto più curati?
Più specializzazione territoriale?
Maggiore selezione dei produttori?
Coinvolgimento reale degli operatori (ristoratori, enotecari, buyer)?
O magari un ritorno generalizzato a eventi più piccoli, ma più significativi?
Oppure – provocazione nella provocazione – ha ancora senso continuare a replicare il modello della fiera, così com’è?
Questo non è un atto d’accusa, ma un invito alla riflessione
A chi organizza: cosa state offrendo di davvero unico?
A chi espone: cosa vi aspettate davvero da una fiera?
A chi partecipa: cosa vi fa scegliere un evento rispetto a un altro?
Perché il rischio, altrimenti, è quello di trasformare un movimento nato per rompere gli schemi… in uno schema a sua volta.
E sarebbe, francamente, il più grande paradosso del vino naturale.
Esperienze, numeri, impressioni. Funzionano davvero queste fiere… o funzionano solo per chi le organizza?”
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Fabio Riccio –
Interessato da più di venticinque anni al modo del cibo, crapulone & buongustaio seriale.
Dal lontano 1998 autore della guida dei ristoranti d’Italia de l’Espresso, Scrive sulla rivista il Cuoco organo ufficiale della FIC, ha scritto sulla guidade le Tavole della Birra de l’Epresso, Su Cucina a Sud, sulla guida Osterie d’Italia Slow Food, su Diario della settimana e L’Espresso, e quando capita scrive di cibo un po’ ovunque gli gusta.
Infine è ideatore e autore di www.gastrodelirio.it – basta questo?