Drink With Love 2026 un appuntamento importante
C’è un momento, ogni anno, ad aprile a Verona, in cui il vino smette di essere una mera faccenda di badge, appuntamenti fissati al minuto e strette di mano cronometrate.
Un momento in cui i calici tornano ad essere quello che dovrebbero essere sempre stati: un pretesto. Per parlare, per incontrarsi, per perdersi un po’.
Drink With Love 2026, uno degli appuntamenti più interessanti per operatori e stampa durante i giorni del Vinitaly a Verona.
Un momento che non è aperto a tutti, né pensato per esserlo, è un incontro riservato agli operatori del settore e alla stampa, a cui si accede su invito. Un contesto in cui si viene anche per lavorare, incontrare, creare connessioni — ma senza l’ingessata formalità dei format più codificati.
Siamo nei giorni in cui Verona vibra di una certa elettricità organizzata, fatta di taxi che scorrazzano al limite del codice della strada, di agende fitte e parole come “mercato”, “posizionamento”, “distribuzione” che rimbalzano da uno stand all’altro.
E poi, quasi di lato, appena fuori traiettoria ma senza alcuna volontà di contrapporsi, esiste un luogo che segue una propria logica, più laterale, senza bisogno di proclami.
Entrarci è un po’ come cambiare frequenza. Non serve neanche varcare una soglia troppo evidente: è una sensazione che si insinua piano. La luce è diversa, il rumore è diverso, perfino il tempo sembra rallentare di mezzo giro.
Qui non c’è fretta di “fare tutto”. Anzi, il tutto è esattamente l’opposto: fermarsi su una cosa, una bottiglia, una persona, una conversazione che prende una piega imprevista.
I vignaioli ci sono, certo. Ma non stanno dietro a un banco come a difendere una posizione. Sono dentro lo spazio, lo abitano e — sì — fanno anche affari, spesso proprio mentre stanno parlando d’altro.
A volte ti raccontano il vino, a volte no. A volte parlano di tutt’altro: di una gelata tardiva, di un viaggio in Slovenia, di una fermentazione partita male e finita meglio. E nel frattempo il bicchiere si riempie e si svuota quasi senza che te ne accorga.
Drink With Love è un’idea semplice, quasi disarmante: togliere tutto quel che è superfluo per vedere cosa resta
Un’idea che porta la firma di Giulio Bagnale, deus ex machina della cantina Arteteke e di Giovanni Gagliardi, e che trova proprio in questa essenzialità la sua forza più evidente.
E quel che resta, sorprendentemente, è molto. Restano i gesti del versare. Restano gli sguardi che si incrociano sopra i calici. Resta quella curiosità un po’ infantile che ti fa chiedere “cos’è?” senza aspettarti una risposta troppo perfetta.
E mentre bevi — perché qui si beve, eccome — succede anche un’altra cosa, meno dichiarata ma altrettanto fondamentale: si mangia. Non nel senso coreografico del termine, niente pinzette né descrizioni in terza persona fatte da camerieri ampollosi.
Si mangia semplice, diretto, saporito. Piatti concreti che stanno bene col vino perché nascono per starci insieme, non per farsi fotografare.

Un morso tira l’altro, e senza accorgertene ti ritrovi anche a fare quello che altrove sembra essere diventato quasi un lusso: bere e mangiare con naturalezza, senza pensarci troppo.
Certo, i vini sono quelli che ti aspetteresti — e forse no. Artigianali, vivi, a volte spigolosi, a volte carezzevoli, quasi mai addomesticati. Vini che non chiedono il permesso. Che non sempre si svelano al primo sorso. Ma è proprio questo il punto: qui non si viene per confermare certezze, si viene per metterle in discussione con gentilezza.
E poi c’è la musica. Non invadente, ma ben presente. Un battito costante che tiene insieme tutto, come una colonna sonora che non pretende di essere protagonista ma senza la quale mancherebbe qualcosa. A tratti sembra di essere in un club, a tratti in un salotto, a tratti in una festa tra amici che si è allargata un po’ più del previsto.
Fuori, Verona continua con il suo ritmo. Dentro Drink With Love si respira una leggerezza che non è affatto superficialità, ma scelta. La scelta di non prendersi troppo sul serio pur prendendo il vino molto sul serio. Una sottile linea di equilibrio che pochi riescono a mantenere senza cadere da una parte o dall’altra.
E sì, viene naturale fare un confronto. O meglio: accorgersi che il confronto esiste, anche senza nominarlo. Da una parte, un mondo dove tutto è misurabile, quantificabile, presentabile. Dall’altra, uno spazio dove il valore si costruisce nel tempo di una conversazione, nella durata di un sorso, nell’imprevedibilità di un incontro.
Non è una contrapposizione urlata, non è una presa di posizione militante. È più un sorriso laterale, un’alzata di spalle elegante. Un “si può fare anche così”, detto senza bisogno di convincere nessuno.
Drink With Love è, in fondo, un piccolo atto di resistenza gentile dentro lo stesso mondo a cui appartiene. Resistenza alla velocità, all’omologazione, alla tentazione di trasformare tutto in mero business. Ma è anche — e soprattutto — un atto d’amore.
Per il vino, certo, ma anche per le persone che lo fanno e per quelle che lo commerciano. Per quel momento sospeso in cui non sei più lì per “lavoro”, ma non sei neanche completamente fuori.

Sei in una zona franca che resta, comunque, profondamente professionale: qui si lavora, si creano relazioni, si costruiscono progetti. Solo che lo si fa senza irrigidirsi dentro i rituali più prevedibili e ingessati del settore.
E qui succede anche che le giornate non finiscono quando dovrebbero finire. Succede che qualcuno dice “ancora un bicchiere” e quel bicchiere diventa due, poi tre, poi — inevitabilmente — “l’ultima birretta”. Che, come tutte le ultime birrette degne di questo nome, non è mai davvero l’ultima…
L’atmosfera fa il resto: rilassata, porosa, permeabile. Le persone parlano, si ritrovano, diventano — nel giro di poche ore — qualcosa che assomiglia molto a degli amici.

E poi, da qualche parte, d’emblée compare un biliardino. E lì la faccenda prende una piega epica. Partite improvvisate, rivalità nate in cinque minuti e destinate a essere ricordate per anni, tipo quella, già consegnata agli annali del Drink With Love, della selezione del Molise contro il resto del mondo.
Una di quelle sfide che iniziano per scherzo e finiscono con qualcuno che si dispera, qualcuno che ride e qualcun altro che giura vendetta per l’anno dopo.
Ci si ritrova a uscire da lì con contatti, ordini e biglietti da visita — certo — ma non è quello il punto. Forse è anche per questo che resta un evento su invito: non per escludere, ma per proteggere la qualità di ciò che accade tra le persone.
Il resto sono storie. Qualche certezza in meno, qualche domanda in più. E quella sensazione difficile da spiegare, che però ti resta addosso.
Forse è questo il vero lusso, oggi: avere il tempo di non correre. Bere un vino senza doverlo immediatamente classificare. Mangiare qualcosa di buono senza doverlo per forza spiegare. Ascoltare qualcuno senza guardare l’orologio. In una parola, stare.
E allora sì, mentre tutto intorno si muove con una precisione quasi coreografica, c’è questo piccolo universo parallelo che sceglie la deriva controllata. Non per disordine, ma per libertà. Non per opposizione, ma per affermazione.
Drink With Love non è migliore, non è peggiore

È semplicemente un altro modo di vivere il vino a Verona, negli stessi giorni in cui tutto il mondo del settore non sa far niente di meglio che dare sfoggio di sé in città.
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Fabio Riccio –
Interessato da più di venticinque anni al modo del cibo, crapulone & buongustaio seriale.
Dal lontano 1998 autore della guida dei ristoranti d’Italia de l’Espresso, Scrive sulla rivista il Cuoco organo ufficiale della FIC, ha scritto sulla guidade le Tavole della Birra de l’Epresso, Su Cucina a Sud, sulla guida Osterie d’Italia Slow Food, su Diario della settimana e L’Espresso, e quando capita scrive di cibo un po’ ovunque gli gusta.
Infine è ideatore e autore di www.gastrodelirio.it – basta questo?