Provate a fare questo esperimento (io l’ho fatto, e più di una volta).
Scegliete un vino che non conoscete, magari uno di quei “naturali” prodotti da una cantina minuscola, e cercatelo su Google, magari aggiungendo anche come keyword recensione…
Non per comprarlo, sia chiaro: volete solo sapere se qualcuno lo ha assaggiato, se merita i vostri soldi oppure se è meglio lasciarlo su uno scaffale a prendere polvere.
Una richiesta innocente. E invece, apriti cielo!
Vi assale un esercito di enoteche online, distributori, importatori e rivenditori assortiti. Tutti pronti a raccontarvi quanto sia straordinario quel vino: fermentazioni spontanee, lieviti indigeni, vigne accarezzate dal vento e dall’avvenenza della vignaiola, biodiversità, tradizioni familiari e, quando non si sa più cosa diavolo di bla bla inventarsi, l’immancabile nonno che zappava la vigna.
Poi i prezzi: ventotto euro qui, trentadue là, ventisei e cinquanta altrove. Disponibilità limitata, spedizione gratuita oltre una certa cifra, compratelo subito prima che qualche altro fortunato vi soffi l’ultima bottiglia.
Benissimo. Ma ’sto benedetto vino, com’è? Nessuno risponde. Però tutti sanno dove vendercelo.
Recensioni di vini: tante offerte, pochissimi giudizi
Allora insistete. Una schermata, poi un’altra: venditori che si rincorrono come le caselle del gioco dell’oca. Cambiate la ricerca; aggiungete «opinioni», «assaggio», persino «giudizio indipendente». Macché. Altri cataloghi, altre descrizioni fotocopia, altri carrelli che come prima cosa chiedono il numero della carta di credito.
E non è certo un mistero che Google abbia predisposto strumenti specifici per dare visibilità ai prodotti in vendita; basta leggere la sua stessa documentazione ufficiale. Peccato che io stia cercando un giudizio, non un’offerta speciale.
Ma porcaccissima miseria, possibile che nessuno abbia bevuto quel maledetto vino senza volermelo anche vendere? Non sto chiedendo la formula della fusione nucleare: voglio sapere cosa ci sarà nel bicchiere!
Quarta pagina di Google, settima, magari la sedicesima… Finalmente compare un titolo che con giri tortuosi di parole promette qualcosa che sembra una recensione di vini. Lo apro con la speranza del naufrago che avvista terra, e ci trovo due righe di poesia agreste, il prezzo in bella vista e il solito invito all’acquisto.
A questo punto non cerco più un’informazione: cerco qualcuno da mandare all’inferno con biglietto di sola andata…
Con i vini poco noti il grottesco diventa surreale.
Poche bottiglie prodotte, eppure sembrano venderle tutti, dall’importatore straniero all’enoteca sotto casa; manca soltanto il ferramenta. Viene il sospetto che certi vini abbiano più rivenditori che bottiglie. E… sono tutti autentici, territoriali, sorprendenti. Nel peggiore dei casi, eccellenti. Una bottiglia mediocre, a quanto pare, non la vende nessuno. Ma guarda un po’…
Intanto, del vino che cercavo continuo a non saperne quasi nulla. Forse esisterà una recensioni di vini seria, sepolta sotto quella valanga di offerte; forse non esiste proprio.
Non mancano le informazioni sui vini. Mancano le informazioni che non siano finalizzate a venderceli.
Per sapere se una bottiglia vale trenta euro devo farmi largo fra decine di persone che quei trenta euro vorrebbero incassarli. Vi pare normale?
Il commerciante fa il commerciante. E il critico?
Non ce l’ho con chi vende vino: fa il suo mestiere, e ci mancherebbe. Ma se cerco disperatamente un giudizio e mi ritrovo solo con dei listini, cominciano a girarmi parecchio le scatole.
Nessuno si aspetta di leggere sotto «aggiungi al carrello»: «Vino squilibrato, volatile invadente e finale con fetore di topo morto. Compratelo solo se volete far male a vostra suocera». Sarebbe esilarante e commercialmente suicida. Il guaio comincia quando quella scheda diventa l’unica voce disponibile e si prende il posto della critica.
Risparmiatemi la favoletta del vignaiolo-eroe. Vigne centenarie, lavoro onesto e rispetto della natura possono essere ammirevoli; non garantiscono però un vino buono. Nemmeno se è naturale. Nemmeno se il produttore ci sta simpatico…
Se è mediocre, qualcuno dovrebbe poterlo scrivere senza essere processato per lesa maestà.

Le recensioni di vini che recensioni non sono…
Poi spunta la beffa supplementare. Dopo una moltitudine di negozi, appare come un’oasi nel deserto finalmente un articolo dall’aspetto giornalistico. Evviva!
Lo aprite, leggete con un minimo di attenzione e vi trovate davanti un comunicato stampa appena ripassato con il ferro da stiro, ma con il prezzo del vino bene in vista.

Vignaioli visionari, bottiglie epocali, emozioni irripetibili. Certi degustatori sembrano avere, al posto del palato, un timbro con la scritta «STRAORDINARIO». Ma se ogni vino è un capolavoro, a che serve raccontarlo? Basta il catalogo, che almeno non finge di fare un altro mestiere.
La pubblicità dichiarata è legittima: chi paga promuove, chi legge sa. La promozione travestita subdolamente da giudizio indipendente, invece, ha un vecchio nome poco elegante: marchetta.
Non ogni recensione positiva lo è, ovviamente, e senza prove non si accusa nessuno. Ma chi spaccia una promozione per critica non informa il lettore: lo prende per i fondelli. Il commerciante, almeno, il suo carrello lo mette in bella vista.
E i critici, dove si sono nascosti?
La critica indipendente esiste ancora, per fortuna. Ci sono siti, riviste e persone che assaggiano e giudicano senza ricopiare gli uffici stampa. Il guaio è che queste voci, pur esistendo, finiscono troppo spesso sommerse dal frastuono commerciale. E un giudizio indipendente che nessuno riesce a trovare serve a poco, per quanto competente e onesto possa essere
E poi diciamolo: quanti hanno ancora voglia di scrivere che un vino non gli è piaciuto?
In questo ambiente tutti conoscono tutti, si invitano, diventano amici. Nulla di male, finché l’amicizia non finisce nel bicchiere a falsare il giudizio.
Se un critico incontra soltanto vini prodigiosi e vignaioli geniali, delle tre l’una: o possiede il palato più fortunato della storia, oppure non sa dire di no, oppure ha capito che distribuire complimenti è un’attività assai meno rischiosa che esprimere giudizi.
Non servono nemmeno soldi o regali: a volte basta la paura di perdere una cena, un invito, una pacca sulla spalla.
Rispettare un vignaiolo non obbliga ad applaudire ogni bottiglia. Altrimenti non facciamo critica: distribuiamo attestati di simpatia.
Il diritto di sapere che diavolo c’è nel bicchiere
Non pretendo una recensione per ogni vino della Terra, né che Google diventi una guida enologica gratuita. Chiedo una cosa assai più modesta: cercare il nome di una bottiglia senza ritrovarmi arruolato a forza in una caccia al miglior prezzo. E magari leggere qualcuno che l’abbia bevuta davvero e sappia dire, se necessario: «Non mi è piaciuta affatto. Anzi, mi ha fatto schifo».
Dopo mezz’ora davanti allo schermo conosco il prezzo, le spese di spedizione, l’età delle vigne, le fasi lunari e probabilmente anche il nome del gatto del produttore. Ma ancora non so se quel vino sia buono. E allora, scusate, che diavolo di informazione è questa?
Abbiamo trasformato Internet anche in una gigantesca enoteca. Quando chiediamo delle recensioni di vini disinteressate, dietro il bancone troppo spesso non c’è nessuno. In compenso, tranquilli: il carrello funziona benissimo.
Fabio Riccio –
Interessato da più di venticinque anni al modo del cibo, crapulone & buongustaio seriale.
Dal lontano 1998 autore della guida dei ristoranti d’Italia de l’Espresso, Scrive sulla rivista il Cuoco organo ufficiale della FIC, ha scritto sulla guidade le Tavole della Birra de l’Epresso, Su Cucina a Sud, sulla guida Osterie d’Italia Slow Food, su Diario della settimana e L’Espresso, e quando capita scrive di cibo un po’ ovunque gli gusta.
Infine è ideatore e autore di www.gastrodelirio.it – basta questo?