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Non ho letto l’articolo, ma vi spiego perché è una stronzata…

Questo articolo è dedicato soprattutto a chi si limita a leggere solo i titoli, senza preoccuparsi di ciò che viene dopo. Sono proprio quelle persone, del resto, che avranno più cose da dire nei commenti.

C’è una categoria di intellettuali che prospera nel favoloso universo della comunicazione contemporanea: quelli che hanno fatto del leggere solo i titoli una specializzazione, convinti di aver capito tutto senza aver letto niente.

Non hanno bisogno di approfondire, verificare o arrivare in fondo a un ragionamento; basta un titolo, magari accompagnato da una fotografia, per sentirsi autorizzati a distribuire sentenze, giudizi e, quando la vena letteraria li assiste, cioè spesso, insulti.

Sono i lettori del nulla, specialisti nel commentare ciò che non conoscono e nell’esibire questa mancanza come una particolare forma di superiorità intellettuale.

Il meccanismo è semplice. Qualcuno impiega ore a documentarsi, raccogliere esperienze, costruire ragionamenti e mettere insieme un articolo.

Poi, fresco fresco, arriva il nostro eroe, legge soltanto il titolo e, forte di una preparazione acquisita in quattro secondi al Bar dello Sport, decide che il mondo non sopravvive senza conoscere la sua opinione.

Che, naturalmente, con quanto scritto non c’azzecca niente.

Leggere solo i titoli: il diritto di commentare senza sapere

Avere un’opinione è un diritto sacrosanto. Peccato non esista anche l’obbligo di sapere almeno di che cosa si sta parlando; una lacuna che qualcuno sembra considerare una conquista della democrazia.

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L’abitudine di leggere solo i titoli e commentare non riguarda soltanto Facebook e gli altri social, dove il commento compulsivo è ormai una disciplina olimpica. Lo si incontra anche nei siti e nei blog, con osservazioni talmente estranee all’argomento da far sospettare che il visitatore abbia sbagliato indirizzo.

Eppure il titolo era quello giusto. È tutto il resto che mancava.

Qualcuno potrebbe scomodare l’analfabetismo funzionale, espressione utilizzata ormai con la stessa disinvoltura con cui si distribuiscono diagnosi davanti a un caffè.

Ma qui siamo spesso davanti a qualcosa di diverso: non all’incapacità di comprendere un testo, bensì alla deliberata rinuncia a leggerlo.

Chi fatica a comprendere merita rispetto e strumenti per riuscirci; chi si rifiuta di leggere e poi pontifica dovrebbe, quanto meno, avere il buon gusto di tacere. Ma per certi individui l’ignoranza non è un limite da superare: è un piedistallo dal quale guardare il resto del mondo, possibilmente dall’alto.

Leggere solo i titoli: Orwell, Primo Levi e il rispetto per chi legge

Ritratto in bianco e nero dello scrittore George Orwell
George Orwell, autore de La strada di Wigan Pier.

George Orwell, ne La strada di Wigan Pier, raccontava le condizioni dei minatori inglesi, uomini abbrutiti da giornate massacranti sottoterra, fra carbone, fatica e pericoli. Ne descriveva anche le abitudini, i piccoli piaceri e la passione per i piccioni viaggiatori; un mondo lontanissimo dai “salotti buoni” nei quali si discuteva della classe operaia senza aver mai visto una miniera.

Salotti che oggi potremmo tranquillamente immaginare dalle parti di Capalbio, dove certi rivoluzionari da terrazza discutono delle sofferenze della classe operaia sorseggiando buon vino, possibilmente con vista mare e personale di servizio a disposizione. Perché la miseria degli altri è sempre un argomento affascinante, soprattutto quando non c’è il rischio di doverla condividere…

Orwell difendeva la chiarezza della scrittura, quella qualità talvolta scambiata per povertà intellettuale da chi considera una frase incomprensibile la dimostrazione definitiva della propria cultura. Evidentemente, quando non si ha molto da dire, conviene almeno fare in modo che nessuno riesca a capirlo.

Ritratto in bianco e nero dello scrittore Primo Levi
Primo Levi, autore del saggio Dello scrivere oscuro.

Un vizio che, peraltro, non risparmia neppure la gastronomia: basta leggere certi menu dei ristoranti, dove una semplice patata ha ormai bisogno di una biografia per essere servita in tavola.

Primo Levi, in Dello scrivere oscuro, affrontava la questione con una lucidità ancora più disarmante: sta allo scrittore farsi capire da chi desidera capirlo.

Da chi desidera capirlo.

Non si pretende certo che un muratore, un operaio o un contadino, dopo dieci ore di lavoro, rincasi per dedicarsi alle nostre (futili?) considerazioni sulla pizza, sul vino o sulle ultime idiozie gastronomiche. Avrà probabilmente cose più importanti da fare, e ne avrebbe tutta la mia comprensione.

Ma c’è qualcosa di profondamente grottesco in chi trova insopportabile la fatica di leggere mille parole e poi ne spende altrettante per contestarle senza conoscerle.

Non è mancanza di tempo, né di cultura: è la presunzione di poter sostituire la conoscenza con la sicurezza di sé.

Un tempo, per fare la figura dell’imbecille, bisognava almeno uscire di casa, raggiungere il bar e trovare qualcuno disposto ad ascoltarci. Oggi basta una connessione internet; e non occorre neppure pagare il caffè.

Quando il titolo diventa una sentenza

Uomo che parla con enfasi davanti a un piatto, simbolo di chi legge solo i titoli e sentenzia
La sicurezza di chi non sa di cosa parla è spesso inversamente proporzionale alla sua voglia di leggere

Il fenomeno raggiunge vette di comicità involontaria quando il titolo contiene una domanda, una provocazione o un’affermazione paradossale.

Il nostro campione non si domanda perché siano state scelte quelle parole; non contempla neppure l’eventualità che l’articolo possa sviluppare un ragionamento diverso, magari opposto. Parte all’assalto, deposita il proprio verdetto e si allontana soddisfatto, convinto di aver offerto un contributo decisivo alla storia del pensiero occidentale.

Nel campo dell’enogastronomia è un’autentica festa. Basta mettere in discussione un luogo comune sulla pizza o una convinzione granitica sul vino perché si scateni una pletora di esperti pronti a difendere tesi che nessuno aveva attaccato e a contestare, con furioso slancio, affermazioni che nessuno aveva fatto.

Una riflessione sulla qualità della pizza diventa un’onta a tutti i pizzaioli; una considerazione sul vino naturale, una dichiarazione di guerra alla viticoltura convenzionale; una critica a certi comportamenti della ristorazione, un attentato all’onore dell’intera categoria.

Il dettaglio più divertente è che spesso le risposte alle loro obiezioni si trovano già nell’articolo, qualche riga più sotto, a volte perfino all’inizio.

Ma leggere prima di indignarsi toglierebbe buona parte del divertimento. E, soprattutto, comporterebbe il rischio di scoprire che non si è capito niente; un’eventualità evidentemente troppo umiliante per chi è abituato ad avere sempre ragione.

E la colpa è anche di chi scrive?

Naturalmente, una parte di responsabilità appartiene anche a noi che scriviamo. Costruiamo titoli per incuriosire, provocare e convincere qualcuno a leggere; lo faccio anch’io, senza particolari sensi di colpa.

Ma tra incuriosire e ingannare passa la stessa differenza che esiste tra invitare qualcuno a cena e servirgli un piatto diverso da quello promesso.

Un titolo dovrebbe aprire una porta sul contenuto. Il problema è che qualcuno, senza nemmeno attraversarla, pretende di raccontare come sia arredata la casa.

Il capolavoro arriva quando il commentatore, dopo aver letto soltanto il titolo, si sente addirittura in dovere di spiegare all’autore che cosa intendesse veramente dire.

Una forma di telepatia letteraria che meriterebbe approfonditi studi scientifici; purtroppo destinati a essere contestati da persone fermatesi al titolo della ricerca.

Il punto, in fondo, non è che costoro abbiano un’opinione sbagliata. È che pretendono di avere ragione su un argomento del quale ignorano persino i termini della discussione. Non cercano un confronto, ma un pubblico; e, quando il pubblico manca, si accontentano di produrre rumore.

Il silenzio, questo sconosciuto

Nessuno è obbligato a leggere tutto, a interessarsi a qualsiasi argomento o, soprattutto, ad avere un’opinione su ogni accidente che attraversa lo schermo di un telefonino.

Si può passare oltre, ignorare un articolo, dedicarsi a qualcosa di più piacevole. Persino tacere, per quanto l’idea possa apparire rivoluzionaria.

Invece no. Bisogna intervenire, lasciare un segno, certificare la propria esistenza con la stessa ostinazione di un cane che non riesce a incontrare un palo senza sentire il bisogno di svuotarci sopra la vescica.

Con una differenza sostanziale: il cane, almeno, non pretende che il proprio contributo venga scambiato per un’analisi critica.

Non mi offende chi non legge ciò che scrivo. Mi irrita chi pretende di spiegarmi ciò che avrei scritto, dopo essersi accuratamente assicurato di non saperlo.

Perché il problema non è la mancanza di tempo per leggere, ma la sorprendente abbondanza di tempo per commentare quello che non si è letto.

A chi è arrivato fin qui chiedo soltanto una cortesia: se deciderà di commentare, inserisca da qualche parte la parola «piccione». Senza spiegazioni, senza cerimonie. Chi ha letto capirà.

Quanto agli altri, quelli che si sono fermati al titolo e hanno già sentenziato, continuate pure. D’altronde, non sapere di che cosa si parla non vi ha mai impedito di aprire bocca, e non sarà certo questo articolo a farvi cambiare abitudini.

Ma almeno risparmiateci la pretesa di essere presi sul serio. Perché un’opinione espressa senza conoscere l’argomento non diventa intelligente soltanto perché qualcuno ha avuto la pazienza di ascoltarla.

E se proprio non riuscite a resistere alla tentazione di commentare ciò che non avete letto, fateci almeno un favore: non chiamatela discussione. È soltanto ignoranza esibita in pubblico.

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