Il futuro del vino naturale – qualche considerazione e prospettive

Non è un fiume in piena. il futuro del vino naturale

Però, il vino naturale, mai termine meno indovinato per definire qualcosa (ma tutt’ora il meno peggio), pur se con notevoli difformità per presenza di produttori, diffusione e penetrazione sul territorio nazionale, da un po’ di tempo sta andando di moda.

Però, questa crescita, si sconta tre fattori ostativi

  1. La poca o nulla conoscenza, per meglio dire l’assoluta confusione tra molti operatori del settore e la maggioranza dei consumatori stessi sulle reali differenze tra vini biologici, biodinamici e naturali, anche se alla parola “vino naturale” tanti drizzano le orecchie, pensando ai vini dei loro nonni

  2. Contro ogni logica e dato di fatto, la leggenda metropolitana che i “vini naturali” puzzano, sono torbidi e difettati e, magari fanno anche male alla salute, è dura a morire.

  3. Il persistente atteggiamento di chiusura ideologica, per non dire di cattiva coscienza da una certa parte della sommellerie istituzionalizzata e da certi organi di comunicazione.

    Il futuro del vino naturale versare vino naturale rosso in calice

    Atteggiamento nel migliore dei casi tra sufficienza e derisione, anche se a onor del vero, negli ultimi anni questo “muro” si sta sgretolando con una nuova generazione di sommelier e operatori del settore meno legata a certi canoni “istituzionali” che hanno fatto il loro tempo.

Non dimentichiamo che il movimento del vino naturale, dai produttori ai consumatori, nasce non come moda, ma come spontanea reazione ai protocolli di produzione adottati dal mondo del vino da fine anni ‘70 in poi.

Protocolli che se da una parte hanno consentito indubbi miglioramenti qualitativi rispetto al passato, dall’altra in pochi decenni hanno immiserito e gettato alle ortiche un enorme capitale fatto di “saper fare” e biodiversità, trasfigurando sensorialmente tanti vini nel fantasma di quel che erano.

Assaggiare per credere

Vini appiattiti e ridotti a “lubrificanti sociali”, magari con nomi altisonanti e etichette dai quarti di nobiltà, ma che nonostante lo strombazzare in ogni dove che rappresentano il territorio”, sensorialmente non lo esprimono affatto.

Il “territorio” è sostituito (nei fatti…) con l’idea e il “progetto” dell’enologo o del committente (vignaiolo), guarda caso quasi sempre in buona sintonia con le richieste del mercato.

Il futuro del vino naturale giovane donna che degusta un calice di vino naturale

A questo punto forse siamo a un bivio…

Senza nulla togliere ai tanti bravi produttori, magari realmente artigianali, ma che vuoi per pigrizia, vuoi per un malaccorto “scientismo”, vuoi per altri timori continuano a produrre i loro vini seguendo pedissequamente i protocolli enologici “convenzionali”, credo che in un futuro non lontano si consolideranno due diversi modelli di enologia, non necessariamente antitetici.

  • La prima, la “convenzionale” sarà ancor più omologata, ma vista la sempre più grande richiesta di prodotti “green” si darà una ulteriore mano di vernice verde, veleggiando, con accortezza (ma con tanto marketing), verso protocolli di vinificazione un minimo meno invadenti e mistificanti, o forse un attimo meno prostrati alle richieste del mercato.

  • La seconda, composita e sfumata, sarà quella dei “vini Naturali” che, forte anche di un pubblico più attento a tematiche come sostenibilità e rispetto dell’ambiente, finirà per conquistare altre fette di mercato, nonostante la polverizzazione in una miriade di aziende di piccole e piccolissime dimensioni, comprese quelle di chi, onoriamoli con il nome “resistenti”, ha sempre fatto il vino in questo modo senza però chiamarlo naturale, e vi assicuro che in Italia e all’estero i resistenti non sono pochi…

Il futuro del vino naturale giovane donna felice mentre degusta del vino naturale bianco

Andrà così?

Chissà…

il futuro del vino naturale

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