amici buongustai Mai fidarsi degli amici buongustai - Gastrodelirio

Mai fidarsi degli amici buongustai

Di Fabio Riccio,

Ennesima disavventura, della serie… mai fidarsi degli amici buongustai (e anche di qualche guida gastronomica).

Noi gastrogolosi abbiamo un problema, o per meglio dire… soffriamo di una sindrome: non siamo mai “sazi” della nostra insana (per arterie e colesterolo) passione.
Spesso e volentieri ci sobbarchiamo trasferte più o meno lunghe, pur di soddisfare il nostro palato e tintillare il nostro velopendulo sempre affamato di nuove sensazioni e sapori.

Chilometri e chilometri sotto il sole implacabile di agosto in lande deserte, se non fosse per quell’unico ristorantino sperduto nel mezzo del nulla, oppure… faticose arrampicate degne di un gatto delle nevi (magari con una modesta ma affidabile utilitaria) con tanto di gomme termiche nelle gelide notti di Gennaio, per montagne innevate alla ricerca di quell’unica pseudo-baita con annessa cucina che propone piatti al rarissimo e misconosciuto tartufo celeste-rosa-pallido di RoccaCannuccia di sopra, una trifola dal fantastico sapore di olio minerale esausto e dallo stupendo colore celeste/maculato-rosa.

Queste cose sono per noi all’ordine del giorno!

Quel (funesto?) giorno invece era aprile: tempo ottimo, neve e solleone sembravano entrambi lontani, così la trasferta fino al bel paese a cavallo tra Abruzzo e Molise, si rivelò piacevole e tutto sommato rapida.

Da grande voglio fare lo ScefTralasciamo uno degli amici buongustai (presunto…) che mi aveva decantato il “bel posticino”. Nei giorni successivi al fattaccio ho pensato spesso che l’uso ragionato delle punizioni corporali non fosse una ipotesi da da escludere, nonostante notoriamente sia un reato.

Il problema vero era che il locale in questione non mi era stato solo “consigliato” dal mio amico, ma era anche segnalato su una nota guida gastronomica a tiratura e diffusione nazionale.

Fidandomi più di più di questo giudizio espresso da colleghi anche loro (presunti) esperti, mi fiondo verso questo presunto luogo di delizie, che mancava nel mio carnet.

Paesotto decisamente carino, antico e pieno di storia, centro storico interessantissimo.

Bellissima la grande chiesa, la lunghissima scalinata e i palazzi signorili, retaggio visibile di un passato carico di gloria e ricchezza. Purtroppo il ristorante (avevo anche prenotato eh…) era ben lungi dall’essere in qualche delizioso vicoletto carico di storia.

Invece… dopo una lunga sequela di richieste di informazioni, mi ritrovo fuori paese in un orrido stradone costellato di case mai finite, con profusione di “ferri spuntanti” proprio dove ci sarebbe dovuto essere un tetto – perché… “non si sa mai – un piano per la casa dei figli – adesso che crescono – (magari il primogenito ha solo 4 anni!!”) ”

amici buongustaiLa mia meta è proprio di fianco ad una specie di “market” che vende di tutto, ma quello in cui sembra specializzato, sono… i secchi di plastica.
Fuori la porta, malamente appesi e tintinnanti nel vento, c’è tutta una sequela di decine e decine di secchi di ogni dimensione e colore… e proprio di fianco a questa mostra permanente di questo umile ma utile oggetto, c’è l’ingresso della mia meta.

Ristorante il Secchio” – dovevano battezzarlo.…

Un lungo “tubo” di mattoni: pareti non finite e l’unica cosa che ha una parvenza di normalità è l’ingresso, pulito e curato, ma in quell’orrido orrido alluminio anodizzato stile “fine XX secolo”, tanto amato da certi nostri geometri nostrani.

Entro e nessun segno di vita…
amici buongustaiSui muri fanno bella mostra di se una cinque grossi quadri, che dallo stile “eclettico-naif”, immediatamente attribuisco a qualche allievo della scuola del maestro Teomondo Scrofolo.

I quadri nell’ordine rappresentavano:

1 – Un improbabile Pulcinella intento ad infornare pizze sulla riva del mare. (?)
2 – Una veduta del Vesuvio fumante (ante 1944 credo) ma con il vulcano scambiato di posto rispetto al vicino monte Somma.

3 – Una pseudo Sofia Loren che maneggia pizze con un sorriso triste, con di fronte un pseudo-Vittorio De Sica-Maresciallo.

4 – Un ancor più improbabile Massimo Troisi che abbigliato da vice-Valvassino onorario mangia con le mani un trancio di pizza dai colori inquietanti, fermo (da solo) ad un passaggio a livello.

5 – Dei pescatori di Mergellina (nel quadro, pardon crosta, era proprio scritto Mergellina beach in un angolo) che vestiti come Galeazzo Benti nel film l’Imperatore di Capri, allegri tiravano direttamente a terra le reti, stracariche all’inverosimile di pesci – (ma come diavolo facevano?).

amici buongustai
Galeazzo Benti

Rimango qualche minuto da solo ad ammirare questi capolavori dell’arte figurativa, e poi arriva una elegantissima ed avvenente bionda signora, vestita con un attillato completo nero giacca/pantalone, con abbondante scollatura, un qualcosa a mezza strada tra una divisa da sommelier e una malriuscita creazione di Valentino.

– Lei è il signore che ha prenotato? – al mio assenso, fa cenno di seguirla in sala.

La sala non è poi malaccio, anzi.

Ariosa e luminosa, da poco riverniciata, con un buon tovagliato di colori delicati e bicchieri e posate di ottima qualità. Inizio a pensare che sia la “location” che i quadri, siano un incidente di percorso.
Ma poi l’occhio e ancor più l’orecchio si accorgono che sua maestà il televisore troneggia e impera nei suoi 150 e passa pollici su una parete vicino al tavolo di servizio.

Sono le tredici e il ristorante è desolatamente vuoto.

Il televisore logicamente manda un telegiornale a volume da discoteca.

Mi siedo al tavolo più lontano dallo schermo.

La avvenente bionda, si rivela essere il Deus Ex Machina del ristorante.

Con un Italiano dall’improbabile lessico, sciorina con una cantilena monocorde la lista dei piatti. Un profluvio di parole mi investe. Nomi di cibi a me sconosciuti ma dai nomi esotici…
Intimidito da tanta sapienza gastronomica, opto per un antipasto di “chicche della casa”, poi per un assaggio di primo dall’altisonante nome di “Paccheri Abruzzesi in Julienne di carote e zafferano di Navelli”, e per secondo una “Entrecote” di maiale allo zenzero con cipolline di stagione e prugne della California.
Per il vino, scelgo un onesto Verdicchio Marchigiano, quello nella famosa bottiglia asimmetrica, non c’è di meglio.
La signora una volta prese le ordinazioni, si fionda in cucina.

Per circa venticinque minuti (cioè fino allo stacco pubblicitario del Tg) si perdono le sue tracce.
Inizio a sospettare che lei sia anche la Chef…

Nel frattempo, altri avventori iniziano ad arrivare.

Un sacerdote solitario, una coppia di mezza età, un paio di tizi con l’aria sperduta e triste del rappresentante di commercio lontano da casa, e dulcis in fundo un gruppo di quattro allegri ed eleganti signori, dallo stile e dai discorsi quasi sicuramente funzionari di banca felici, tanto il pranzo lo paga la direzione…

Di camerieri e affini neanche l’ombra.

Al venticinquesimo la signora arriva sorridente con un piattone dalla insolita forma pentagonale: il mio antipasto.

Dentro sembra esserci veramente di tutto di più.

amici buongustaiCipolline dal gusto acidulo e amarissimo. Trancetti di presunto prosciutto dalla consistenza coriacea. Formaggi vari, di ignota provenienza e dal sapore improbabile. Una pastella di ricotta (credo) con dentro tracce di asparagi, una salamella recuperate dagli avanzi della festa dell’unità, pepe rosso in grani, olive verdi, macerie di peperoncino rosso e altre sostanze marcescenti non meglio identificabili.

Delle bruschettine di pane industriale affogate nel surrogato oleoso di quello che vorrebbero farmi credere essere un tartufo.

Dei rotolini di mortadella con all’interno del formaggino, si: proprio di quelli “per bambini”.

E.. nell’angolo più recondito del piatto pentagonale dell’ottimo (si fa per dire..) Surimi alias “polpa di granchio” con due di numero, patate novelle al forno semicarbonizzate…

Mah… un assaggio a qualcosa lo faccio…

Nel frattempo la signora bionda si dedica (e meno male!) al resto della sala, prende le ordinazioni e scompare dentro la cucina.

Altri venti minuti e la donna ricompare con un carrello stracarico di vivande.
Serve gli altri clienti e poi rivolge a me le sue “attenzioni”

– “Il signore non ha del tutto gradito l’antipasto?” –

Sfoderando tutto il mio “figlio-di-buonadonnismo” rispondo: non è cattivo, ma oggi è caldo (?) e non mi va di “riempirmi”, mi piace assaggiare tutto.

La tizia sembra bere la cosa… si allontana portando via i pentagoni sorridendo.

Meno male, forse mi crede!

Nell’attesa dei primi sbircio gli altri clienti.

Il pio uomo di chiesa mangia con voracità l’antipasto, e lo innaffia con crescenti quantità di vino rosso. Il suo sguardo inizia a farsi rubizzo. Anche gli altri clienti sembrano gradire e mangiano di gusto l’antipasto: mah, contenti loro…

Arriva il primo! I “Paccheri Abruzzesi in julienne di carote e zafferano di Navelli”

I paccheri, si rivelano essere dei miseri rigatoni (ormai scotti) con una triste cremina di carote come quella che propinano certe linea aeree del nord Europa.

Lo Zafferano non si vede ne’ si sente al palato. Il giallino nel piatto, ha tutta l’aria (e l’aroma) della ben più economica curcuma… Ne mangio un po’, ma dopo poco mi fermo a metà dell’opera.

Stesso giro di prima, con la “signora” con il suo carrello, stesse scuse penose e l’unica novità è il sacerdote chiede disperatamente una seconda bottiglia, avendo già terminato la prima.

Altri 25 minuti e finalmente arriva l’Entrecote.

Una striminzita bistecchina di maiale secca, e con sopra sparpagliate prugne avvizzite e le stesse orride cipolline dell’antipasto; lo zenzero è nel mondo delle idee (credo).

Di sughi e salse per ammorbidire il pezzetto di suino neanche l’ombra.

La consistenza però è decente, e una volta spazzate via cipolline e prugne, è persino mangiabile, con l’ausilio di un po di pane.

Al terzo “giro” la signora ritorna. Ha il trucco sfatto, (si sa… in cucina fa caldo) e raggiante si avvicina.

– Questa le è proprio piaciuta! – afferma giuliva – Per gentilezza, e per non infierire dico di si…

Il dolce preferisco non prenderlo, e mi avvicino alla cassa per chiedere rapidamente il conto.

Nel mentre scrive la ricevuta la bionda signora mi chiede come ho mangiato.
Al colmo dell’ipocrisia dichiaro con un sorriso che TUTTO mi è piaciuto.

Tornerà qui a provare le nostre altre specialità?

– Certo, rispondo sempre sorridendo.

Lei lo sa che il nostro locale è segnalato dalla guida uyzwkto Xtjjt?

Inizio a piangere.

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