Pranzo al sacco

Di Serena Manzoni

La memoria lavora dentro di noi lasciando delle tracce che a volte riemergono come segni sulla pelle, mappe dell’intimo, giocano a nascondino e inaspettatamente da dietro un muro sbucano la faccia e le mani di te bambino. Probabilmente sta guardando il te attuale per vedere se ancora lo stai cercando, se ancora stai giocando. Sono alle elementari e sono in gita, forse a Mantova oppure sul Lago Maggiore, oppure ancora è arrivato finalmente il giorno della tanto agognata gita a Venezia, più semplicemente ci hanno portato al Parco delle Cornelle… bts3Forse c’è anche mio fratello, ha un anno più di me e poteva capitare che alla stessa gita partecipassero più classi. Probabilmente mia mamma mi ha fatto mettere una tuta comoda dai colori e accostamenti improbabili, probabilmente ci sarà stato il rosa di cui andavo pazza e avrò avuto uno zainetto. Nello zainetto il pranzo al sacco.

Non mi annoiavo ad ascoltare la guida, e allora come oggi non mi stancavo di farmi incantare dalla bellezza. Qualche tempo fa sono tornata a Palazzo Te a Mantova e come uno schiaffo ho rivissuto lo stupore nella caduta dei giganti di Giulio Romano, la bambina mi guardava da dietro il muro sorridendo. E capita che faccia lo stesso di tanto in tanto mangiando un panino mentre oggi come allora “vado in gita” . Il panino del mio pranzo al sacco di bambina anni ottanta era molto semplice e non conteneva eccellenze gastronomiche: una rosetta farcita con del prosciutto più spesso cotto che crudo, ed una fetta di formaggio da accompagnare con acqua o con un succo di frutta alla pera in tetra brik. Avvolto in carta stagnola, messo nello zainetto insieme a qualche merendina arrivava al momento del pranzo avendo già perso la suadenza e la croccantezza, la freschezza degli ingredienti. Alla sera nello zainetto, pallottole di carta stagnola, qualche briciola, un ricordino per la mamma di gusto discutibile, negli occhi l’incanto.

Pranzo al sacco

Adesso i miei panini sono più ricercati dal punto di vista degli ingredienti, non è detto che sia io a prepararli, è più facile che cerchi qualcuno sul posto che me li prepari freschi meglio se con prodotti locali. Pane e mortadella preparati in un negozio di alimentari a Gallipoli e mangiati sulla spiaggia di Porto Selvaggio in compagnia di pesci voraci tra acque trasparenti e turchine, il pane cunzatu di Scopello, prosciutto umbro con un formaggio che non ricordo tra due fette di pane scuro nel paesaggio lunare e terso di Castelluccio di Norcia.

Di recente, in un angolo all’ombra di una Ostuni infuocata, un panino con prosciutto di Faeto e caciocavallo. Cambia il panino, rimane l’incanto.

Sbuca la faccia della bambina, mi guarda interlocutoria. Mangio meglio e sto ancora giocando.

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