Street Food – vogliamo discuterne seriamente?

Street Food – vogliamo discuterne seriamente?

Di Fabio Riccio,

Una premessa: a me lo Street Food, o per meglio dire in italiano cibo di strada, quello vero, quello legato intimamente al territorio, quello che imbratta le mani, quello non omologato dalle mode passeggere, piace, e anche molto.

L’ho già scritto più volte, e scusate se mi ripeto, ma per un panino con il Lampredotto, o per una pizza a libretto venderei la primogenitura, con buona pace di Esaù!

Lo street food però mi piace solo se fatto bene, e non quando è malinconicamente trasformato in un “brand modaiolo” da scrivere a caratteri cubitali sui manifesti, giusto per dare una spolverata di nobiltà al classico ambaradan di camion e baracchini mobili che vendono lattine, improbabili panini e porchette stantie nelle feste paesane o lungo le strade di periferia.

street food chioscoMesso nero su bianco che mi piace lo street food, andiamo dritti al punto.

Negli ultimi tempi c’è una vera e propria invasione della scritta Street food, ovunque, quasi sempre a sproposito.

Street food in ogni mercatino rionale dove ogni insignificante pane e salame, magicamente diventa street food.

Street food per rallegrare la parte alimentar-profana nelle feste in onore di qualsiasi santo, arrostendo wurstel da super-hard discount.

Street food per i sempre famelici Bikers nei loro raduni, immaginate voi quanto…

Street food sciuè sciuè per rifocillare i filatelici a congresso.

Street food per qualsiasi cosa…

Perfino alcuni centri commerciali tirano fuori dal cilindro qualcosa di street food, non c’è più ritegno!

Ma di grazia, l’Italiano medio ha idea di cosa è davvero lo street food?

Mai sentita nominare la parola territorio?

Iniziamo da questo: il cibo di strada (o come altro diavolo lo si vuol chiamare..) per essere vissuto in pieno, filologicamente, dovrebbe essere gustato nel territorio da cui trae origine, e di cui è parte fondante. Stop.

Quindi, il mio venerato panino con il Lampredotto lo mangio quando vado a Firenze, la crema fritta in cubetti me la pappo sotto i portici di Piazza del Popolo ad Ascoli Piceno, e la Stigghiola dopo l’obbligatoria fumigazione dei vestiti, la sgranocchio al mercato del capo a Palermo etc etc…

Certo, non sempre si può essere in viaggio, e non sempre ci si trova al posto giusto quando si viaggia, e poi, non tutti hanno voglia di farsi centinaia di chilometri per un panino.

Il cibo di strada è diventato di moda, così come di moda sono i festival che proliferano come funghi lungo la penisola, e purtroppo (di solito) le “mode” finiscono per mettono nel tritacarne ogni cosa…

Riguardo ai vari festival del “cibo di strada”, quando ben organizzati e con la giusta dose di intelligenza, possono essere una bella occasione per avvicinarsi a cibi e sapori diversi, per esempio come è stato per Libando 2016 a Foggia, manifestazione intelligente e molto ben fatta.

Purtroppo invece, molti festival del cibo di strada che punteggiano la penisola si limitano a mettere insieme senza alcun criterio camion, camioncini e trabiccoli semoventi, che tutto propongono fuorché cibi legati al territorio.

Non si può etichettare come street food festival il solito raduno estivo con musiche da cover band, insieme a un po’ di camion di quelli che stazionano fuori le discoteche il sabato notte…

street food carettinoAncora peggio è definire festival del cibo di strada lo stazionare in una piazza di quattro Apette Piaggio ben colorate, che si limitano a scaldar focacce & panini cotti in precedenza da imbottire di cacio e salumi quanto basta…

Vabbè, ora anche l’ultimo baracchino che fino qualche anno addietro si limitava a vender pizzette riscaldate, patatine fritte (surgelate) o panini con salsicce industriali si fregia del nome Street food.

No, cari miei lettori, a questo vero e proprio genocidio del vero cibo di strada non ci sto!

Se qualcuno mette in piedi una cosa ragionata, coerente, magari selezionando con scrupolo espositori di qualità dai quattro canti dell’Italia (e oltre…) per far conoscere fuori dal loro ambito il loro cibo di strada e il territorio che lo ha generato, mi va bene, molto.

Se si trasforma il nome di street food (come in tantissimi casi…) solo in una sorta di vuoto brand per proporre – meglio dire: propinare – cose improbabili, ma vendute in strada e in certi casi con spregio delle norme igieniche, no: non mi va bene, per nulla!

Qualcuno mi spieghi per favore che valenza, sia gustativa che territoriale c’è nella carne americana di Bisonte affumicata per 34 ore chissà dove, o nell’hamburger di bisonte maculato della nuova Caledonia.

street food pane al carbone vegetaleQualche altro mi spieghi perché i tanto discussi pani al carbone vegetale, che per legge non possono essere chiamati pane, mi rispuntano da certi furgoni, ospitando al loro interno polpette tritate di animali esotici e salumi dai nomi pretenziosamente altisonanti?

No, cari signori, non basta avere un bel furgone, magari d’epoca e perfettamente restaurato per raccontare un territorio attraverso il cibo.

Tutto questo andazzo di street food & affini, mi puzza tanto di fuffa alla moda per inventarsi un quarto di nobiltà, quando in realtà si cucinano (scongelano…) prodotti già belli e confezionati, logicamente a piena norma di legge.

Possibile che in questa Italia che straparla di cibo in ogni dove, si cade nel tranello di questa specie di imprimatur che dovrebbe essere il marchio “street food”?

Gran parte degli autonominati adepti dello “street food” di inizio millennio, pur con le luminose eccezioni di quei rari casi dove si offrono cose egregie sotto il profilo della tipicità e della qualità, alla fine della giostra si limitano solo a proporre le abituali ordinarie banalità gastronomiche da festa paesana (o di periferia), ri-nominandole con nomi accattivanti, giusto per etichettarle furbescamente come street food.

Secondo voi, lettori gastrodeliranti, è degno di essere etichettato come street food un normalissimo panino con hamburger, dove il pane arriva già bello e fatto in lunghi bustoni plastici da panificio industriale, e gli hamburger sono prodotti surgelati da qualche macelleria industriale?

No.

Qualcuno mi spieghi che cosa c’è di “tipico”, che cosa c’è di genuino…

Un panino del genere forse descrive il territorio e la sua storia?

Ho i miei seri dubbi.

Stringendo, il succo di tutto è sempre il solito… in Italia, prediligiamo e ci accontentiamo solo delle etichette, delle “firme” dimenticando la sostanza delle cose.

Adesso, è il turno del cibo di strada, troppo spesso trasformato furbescamente in uno scontato “format” itinerante.

L’importante è officiare il “rito”, in questo caso il rito dello street food, anche se non si ha una chiara idea di cosa sia – ci si adegua solo perché “è di moda”. Fine.

Superficialità, pensiero omologato e Street food

Chissà, potrebbe essere un titolo indovinato per un articolo per raccontare attraverso il cibo di questa Italia anestetizzata e incarognita di inizio nuovo millennio…

In ogni caso, desidero, anzi, pretendo del cibo di strada buono & vero, non le mistificazioni a buon mercato imperanti!

Evviva il Lampredotto, evviva le Panelle!

street food paolo stoppa mangia il panino con il lampredotto
Paolo Stoppa nel film Amici miei atto secondo mangia un panino con il Lampredotto…
Fabio Riccio

A proposito di Fabio Riccio

Fabio Riccio –
Interessato da più di venti anni al modo del cibo, crapulone & buongustaio seriale.
Dal lontano 1998 collabora come autore alla guida dei ristoranti d’Italia de l’Espresso, ha scritto sulla guida le tavole della birra de l’Epresso, ha collaborato a diverse edizioni della guida Osterie d’Italia dello Slow Sood, ha scritto su Diario della settimana e L’Espresso, e quando capita scrive di cibo un po’ ovunque.
Infine è ideatore e autore di www.gastrodelirio.it – basta questo?

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