Le Sise delle monache – Il dolce simbolo di Guardiagrele

Di Fabio Riccio

Dunque, allora… questa volta niente invettive ma un semplice consiglio gastrogoloso di assaggio.

Eh, si ragazzi, gastrodelirio cerca sempre, e nei limiti della buona educazione, di essere “fuori dal coro”, però questa volta ad un coro mi ci unisco, anche se in realtà sono stonato come e peggio di una campana!

Iniziamo da luogo: Guardiagrele, provincia di Chieti Abruzzo forte & gentile, e Majella che guarda il non lontano mare Adriatico.

A Guardiagrele c’è prima di tutto un ottimo ristorante, fateci un salto, parlo del famoso Villa Majella della famiglia Tinari, del quale noi di gastrodelirio già ci siamo occupati… vedi https://www.gastrodelirio.it/fabio-riccio/il-maiale-nero-dabruzzo-villa-mailella/2014/02/ – ma questa volta mi perdonino i bravi, bravissimi Tinari se non mi occupo di loro, ma di un dolce: le sise delle monache, il dolcesimbolo” di Guardiagrele.

sise delle monacheSiamo di fronte ad un dolce dove l’aggettivo “semplice” è certamente sinonimo di buono, stop.

Le Sise delle monache sono un dolce, anzi, il dolce simbolo di  a Guardiagrele.

Due e peculiarità: in primis perché devono essere consumate in giornata, pena il decadimento della morbidezza, e la degradazione olfattivo-gustativo del tutto, e poi perché sono disciplinate nientedimeno che da un brevetto (il dosaggio degli ingredienti è un segreto gelosamente tramandato da generazioni, e tutt’ora sconosciuto fuori dai laboratori).

Ad oggi, almeno per quanto ne so, l’uso del brevetto è posseduto solo dalle due antiche (ed affascinanti per arredo) pasticcerie del corso oopsVia Roma Lullo e Palmerio.

Per chiarire le idee, parliamo di un dolce a base di un soffice, rassicurante e un po’ spugnoso Pan di Spagna, farcito di gustosa crema pasticcera e provvisto di tre ben visibili escrescenze, queste ultime spolverate di zucchero a velo.

Semplice ma saporito.

Le Sise delle monache hanno alle spalle un bel po’ di storie e leggende.

Tra le tante, la più accreditata è quella che assegna i natali di questo dolce a Giuseppe Palmerio, baldo giovanotto che alla fine del 1800 fu spedito dal padre a Napoli per imparare l’arte della pasticceria.

Il Palmerio non sprecò il suo tempo nella da poco ex capitale del regno delle due sicilie, e dopo qualche anno, tornò a Guardiagrele pasticcere rifinito, carico di esperienza e di entusiasmo.

sise delle monache

Così, una volta a casa, concepì questo dolce.

All’inizio pare che lo chiamò “Tre Monti” riferendosi alle tre vette della Majella sotto cui sorge la bella cittadina di Guardiagrele.

Successivamente, sembra che un bravo poeta dialettale di Guardiagrele, un tal Modesto Della Porta, nel posare lo sguardo su un vassoio pieno di queste paste appena sfornate e asperse di zucchero a velo, ne iniziò a decantare la freschezza e il candore, ma anche il particolare anatomico della rassomiglianza con i capezzoli delle suore, che all’epoca (ora non saprei… controllerò alla prima occasione) erano celati agli sguardi lascivi del popolo maschile con della stoffa, che secondo credenza, le suore mettevano sul seno per ammorbidire le forme e non indurre in tentazione gli uomini che le incrociavano.

Secondo un’altra leggenda popolare, pare invece che questo dolce fosse già prodotto in epoca più antica dalle Clarisse, ed il nome sarebbe quindi da attribuire alle suore di questo ordine.

Chissà…

Le sise delle monache hanno anche attirato l’attenzione del mai troppo compianto Mario Soldati, che visitando Guardiagrele nel 1975, le descrisse magistralmente come “bignole di pan di Spagna farcite di crema pasticcera”, e poi notò con meraviglia quelle tre “zizze, coi capezzoli in punta, erti”».

Vedi qui lo screenshot della pagina del bel libro Vino al Vino – Oscar Mondadori.

A questo punto qui qualcuno si aspetta la ricetta… magari per farsele in casa, o per far cambiare idea alla zia Carolina che “appioppa” a tutta la famiglia il disgustoso dolce alle mele che puntualmente sforna ad ogni occasione…

No: gastrodelirio non è un sito di ricette, se volete la ricetta, con un po’ di ricerche sul web ne trovate a iosa!

Invece, consiglio caldamente di fare un salto a Guardiagrele per assaggiare le sise delle monache sul posto, nel loro “habitat” naturale, magari passeggiando per le belle ed eleganti strade del centro, dopo una visita alla bella Collegiata di Santa Maria Maggiore, e usandole magari a ‘mo di cibo di strada, o anche come piacevole compagnia all’aperitivo e al caffè del primo mattino, al posto delle brioches, ormai quasi ovunque “ex surgelate” malamente scongelate…

Un cibo ha molto più significato se mangiato nel posto dove è tipico, oppure dove è stato concepito… che poi è l’essenza del famoso Km zero, in questo caso “il corso”, alias la Via Roma di Guardiagrele.

sise delle monache


P.S. – A puro titolo di cronaca, anche in altre parti d’Italia si producono dolci assimilabili alla Sise delle monache.

In particolare, e con nome molto simile, nella zona intorno Altamura (BA) e Monopoli, e fino verso il Materano in Basilicata, sono diffuse le Tette delle Monache (a quanto pare anche queste brevettate!), concettualmente simili a quelle di Guardiagrele, però monocapezzolari, al contrario delle tricapezzolari  “colleghe” abruzzesi.

In Sicilia invece, e più precisamente nella zona di Sambuca di Sicilia (AG), sono diffuse nelle pasticcerie le Minni di Virgini, diverse per ricetta, complessità e… “sontuosità” da quelle continentali, però proposte queste quasi sempre col numero corretto di capezzoli, cioè due!

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