la nostrana montelongo Ritorno a Montelongo - Gastrodelirio

Ritorno a Montelongo

Di Serena Manzoni

Ci sono giorni in cui ho voglia di vuoto, di un’interruzione, di una pausa nello spazio e nel tempo che sia allo stesso tempo paesaggio ed esperienza. Tempo dilatato ed aperto, il bocciolo di un fiore che si allarga a dismisura tra variopinti movimenti quasi di tessuto e suoni allo stesso tempo ovattati e limpidi.

ritorno a montelongoCi vuole un’altra vita cantava Battiato e come non essere d’accordo in questo tran tran postmoderno di tempi frenetici, rumori invadenti e iperaffollamento degli spazi e dei sensi.

Potrebbero forse essere d’aiuto pratiche come la meditazione, spesso è la lettura che aiuta nella fuga in altre dimensioni oppure, è questo il caso di cui vi voglio raccontare, andare a trovare uno dei tanti paesi dell’Italia minore, come fa Franco Arminio, per vedere come sta, per salutarlo.


Ecco allora che la settimana scorsa, con Fabio e una coppia di amici, decidiamo di andare a Montorio nei Frentani e poi a Montelongo, non lontano.

ritorno a montelongo
Montelongo (CB)

Già a poca distanza da Termoli lo spazio si fa più rarefatto e le costruzioni diminuiscono, lo sguardo trova altri appigli e il pensiero altre strade. Colline come mammelle rotonde e sode, irte dei capezzoli insoliti di pale eoliche, curve sinuose come cosce calde di donna coperte dalla peluria della vegetazione, pelle selvatica di donna antica in un attraversare furtivo di volpi e voli improvvisi d’uccelli.

I paesi compaiono come protuberanze organiche del paesaggio, terra loro stessi. Case che si aggrappano l’una all’altra in equilibrismi da prestigiatori, porte sconnesse e chiuse come cicatrici, sangue che ancora scorre in un fiocco rosa appeso ad un portone gioioso, la chiesa, il monumento ai caduti, la bottega e i bar.

Troviamo la chiesa parrocchiale di S.Maria Assunta aperta ed entriamo, le canne dell’organo settecentesco appena restaurate sono a terra e aspettano di essere riposizionate al loro posto, insieme alle campane corde vocali che mi fanno immaginare la voce di questa donna possente e dolce che indovino nel territorio.

Ci aspetta una bella sorpresa, nell’accoglienza del parroco che ci accompagna nella ritorno a montelongovisita alla chiesa, in particolare all’Annunciazione di Teodoro d’Errico (Hendricksz Dirk, pittore olandese attivo tra la fine del 1500 e l’inizio del 1600), opera di cui di recente si parla molto, dopo che Vittorio Sgarbi ha proposto di portarla a Milano in occasione dell’Expo 2015. Il parroco accende le luci per farci vedere meglio il quadro, l’angelo annunciante sospeso, il vaso con i tre gigli, il cestino con gli attrezzi del cucito di Maria, ogni strumento un simbolo (svelato o meno), comunque toccante nell’estrema cura dei particolari di una quotidianità femminile sorpresa dall’evento straordinario dell’annuncio divino. Nella stessa cappella laterale che ospita l’Annunciazione si trova una statua trecentesca di San Michele Arcangelo che calpesta e vince un demonio deforme: testa tonda e calva in un ghigno sofferente di una bocca dalla dentatura enorme e rada.

Dopo un giro lungo le mura e dentro il paese, lasciamo Montorio per dirigerci a Montelongo: la luce del giorno scende e la donna ci avvolge in un fiato umido di

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Concetta Pannunzio della Nostrana

nebbia e notte, ci immerge nel suo respiro, ci guarda con i suoi occhi da animale notturno. A Montelongo andiamo a La nostrana, ristorante di cui in Gastrodelirio si è già scritto, ma nei ristoranti bisogna tornare, proprio come certi libri vanno riletti. Ci accoglie la cagnetta Lara davanti al portone con sedie, vasi di fiori ed erbe aromatiche che non possono mancare sulle soglie dei paesi di cui stiamo dicendo. Ancora la sensazione di essere dentro un corpo, in una zona accogliente e calda, forse nell’incavo tra il braccio e l’ascella, in un cullarci morbido.

La cucina è quella che conosciamo: ardita e autarchica, vera, matriarcale e vagamente surreale. Dimentichiamo il prima e il dopo nel calore semplice dei frascarilli, i peperoni secchi fritti ci scoprono golosi, i germogli di pungitopo nella giardiniera ci rendono curiosi, la convivialità si fa più sicura tra un pezzo di salsiccia di fegato e un fico caramellato, il latte portoghese ci riporta un vago ricordo di gioco e d’infanzia.

Tornando a casa la sensazione è quella di aver fatto un viaggio lunghissimo in poche ritorno a montelongoore, in questo corpo femmineo che si è fatto intravedere e che di notte diventa più nitido e morbido. Il tempo si è dilatato e aperto, si è fatto già memoria, spazio del desiderio soddisfatto, come suggerisce Carlos Fuentes nel suo libro “La morte di Artemio Cruz”.

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