le sole Le sole me le vado a cercare - Gastrodelirio

Le sole me le vado a cercare

Le sole me le vado a cercare

Di Fabio Riccio

Solita segnalazione dei “soliti” amici bene informati.
Inoltre: segnalazione di un (suppongo finto) cliente che decanta le mille delizie e raffinatezze del ristorante in oggetto…

Le "sole" me le vado a cercare
‘la sola…

In questi casi, c’è una probabilità diciamo… dell’80% che il ristoratore sia “autopromozionato” o che abbia incaricato un amico, un cognato, un nipote, a volte persino un compare d’anello, di fargli da ufficio marketing.
Il sottoscritto, convinto e fedele seguace di Tafazzi e del suo pensiero, per l’ennesima volta sceglie di farsi male, forse malissimo da solo.

Tiro fuori l’auto dal garage, e munito delle regolamentari catene da neve (non si sa mai in gennaio) mi avventuro per tortuose strade. Raggiungere il lindo e simpatico paesino abruzzese posto ai piedi di un puntuto cocuzzolo (ben oltre i mille metri di altitudine), non è cosa proprio agevole, specialmente in gennaio. A sentire gli “sponsor”, mi ritroverò in un nuovo tempio della italica cucina di montagna.  Mah…
Il viaggio (curve a parte) è senza storia, se non fosse per gli ultimi chilometri, davvero tremendi: carreggiata stretta, pendenze oltre il 25%, buche immense e asfalto approssimativo.
La segnaletica è rigorosamente anni ’50, compreso il rarissimo e misconosciuto cartello che impone di dare la precedenza a qualsiasi autobus di linea, cartello che all’esame di guida ha fatto sempre strage di futuri patentati, questo a causa della sua somiglianza con quello del divieto di usare segnalazioni acustiche.

Le "sole" me le vado a cercare
Una volta arrivato (non so ancora ora come) alla meta, mi accorgo di aver percorso la “vecchia” strada, e con rammarico osservo la nuova e comoda strada che porta giù alla fondovalle.
Penso al ritorno mi consolo: certamente sarà più agevole.

Il locale ad un primo sguardo, sembra il frutto di un di un geometra in acuta crisi di ispirazione.
Una sorta di incrocio tra una rimessa di trattori e una stalla bovina centro-padana, il tutto verniciato di uno sgargiante giallo limone con riporti di rosso pompeiano.
Per la serie… “dovete vedermi per forza!”
Mi faccio coraggio ed entro. Nonostante siano ben oltre le tredici e trenta, il locale è semivuoto.
Logicamente (visto il posto) un televisore acceso a pieno volume strepita le consuete banalità – (almeno fosse un telegiornale…) Gli unici clienti presenti sono una silenziosa coppia sulla sessantina (lui con regolamentare cappello pseudo-Borsalino, lei con un look che ricorda Dustin Hoffman in Tootsie) e un vigile urbano dall’aria mesta, quest’ultimo in “grande uniforme” con tante di quelle decorazioni colorate da sembrare un generale golpista sudamericano anni ’70, finito per qualche strano caso della vita sull’Appennino abruzzese.
Senza neanche chiedere (ma a chi poi?) mi accomodo al tavolo con la miglior vista sulla valle sottostante: anche se il pranzo sarà come dicono a Roma “‘na sola”, potrò consolarmi con il bel paesaggio montano.
Passano dieci minuti e di camerieri neanche l’ombra.
Invece, dalla cucina arrivano grida e rumori di stoviglie fracassate.
Qualcuno li dentro litiga: comincio a temere per la mia incolumità, ma dopo un ultimo strillo degno

Le "sole" me le vado a cercare
Tony Dallara

del miglior Tony Dallara,  cala il silenzio, rotto solo dalla sigla di chiusura del reality televisivo di turno. I due signori e il vigile pluridecorato, sono alle prese con dei pantagruelici piattoni di pasta condita con qualcosa di rosso che sospetto essere un sugo.
D’improvviso dalla porta del bagno (?), si palesa un ragazzino esile e dall’aria non troppo sveglia che esordisce:

– Ciao signò, che ti vuoi mangiare?
Supero mentalmente la sorpresa per il “tu” allegramente usato e esordisco:
– Cosa avete di bello per iniziare?
– Ciabbiamo solo l’antipasto misto con la savuciccia nella n’zogna, il prsutto nostro che ci fa zia Antonietta, lu fromaggio ‘dlla pecura e li sottaciti sottolio che ha fatto mammà l’anno passato…
– E… cosa c’è per primo?
– Ci stanno li cavatilli co’ lu sugo dell’agnello.
Questi so boni proprio! Poi ci sta la chitarra, che la compriamo dal negozio di mia zia in paese, poi ci stanno i ravioli pieni di ricotta e ci stanno pure le penne con i funghi del paese.
– E per secondo cosa c’è?
– Per secondo non lo so… devo chiedere a mammà… mo’ non m’aricordo!
– Va bene: portami l’antipasto misto e per primo i cavatelli. Portami anche un mezzo di vino rosso, e una minerale non gassata.
Il ragazzino con passo calmo si allontana, poi entra in cucina, e spalanca la porta con un calcio di sinistro micidiale, degno per forza e precisione del grande Gigi Riva d’altri tempi.

Cari lettori, permettetemi una divagazione.
Lo ammetto: sono prevenuto, perdonatemi (se volete) ma è proprio così.
Questi locali, almeno la maggioranza di loro e con poche lodevoli eccezioni, di solito millantano una vera-finta cucina rustica, che di rustico e tradizionale ha in realtà ben poco…
Vera e finta nel senso che… i veri piatti tradizionali sono stati dimenticati e, sostituiti da un qualcosa di informe per tendenze e ancor più per provenienze.
Magari tra venti anni, a forza di essere proposti questi piatti diventeranno tipici. Per ora non lo sono affatto.
Ma chi in Abruzzo quaranta anni fa usava, o almeno sapeva cosa fosse il tartufo? E chi sapeva cosa fosse la bresaola, insaccato (a detta di qualcuno) “tipicamente” Abruzzese? E continuiamo così a farci del male…

L’antipasto arriva sul canonico tagliere di legno, in quantità semplicemente pantagruelica
La salciccia conservata nello strutto effettivamente è buona. Brutta all’aspetto, ma decisamente saporita.
I vari sottaceti sono in linea di massima commestibili e, qualcuno di loro è persino buono.
La “tipica” mozzarellina di bufala (mai visto bufale in giro per la Maiella) poverina… mi fa tenerezza per le dimensioni da casa di bambole, ma il sapore resta tutto un rebus…
Il prosciutto ha un odore ferruginoso e un colore marroncino improbabile: conservazione approssimativa. Tralascio il sapore…
Alcuni formaggi sono di un aspetto di un “secco” decisamente inquietante, neanche fossero tutti “Bagoss” stagionati 36 mesi nelle malghe dell’Adamello.
Il pecorino imbottito di peperoncino in dosi “calabresi”, sa solo di… peperoncino.
Con il “caprino” poi siamo all’apoteosi: in realtà è una sfatta papocchia, decisamente insapore e dal colore giallastro, papocchia che mi ricorda alcuni formaggini per bambini che mia madre mi costringeva forzatamente ad ingurgitare, questo nei ruggenti (si fa per dire…) anni ’60 della mia infanzia. All’epoca li odiavo.
Infine, anche il “formaggio del paese” mi sembra per sapore e aroma (?) una di quelle tristi imitazioni del parmigiano reggiano, imitazioni molto popolari nelle mense aziendali che propinano ai propri dipendenti queste “robe”.
Dimenticavo: il pane è decisamente d’annata!
Insomma… rimando indietro tre quarti dell’antipasto.

– Che’ gia’ non tieni più fame? mi dice il ragazzo portandomi via il tagliere.
Non rispondo.
In attesa del mio primo, inizio a “godermi” il secondo reality televisivo.
Arriva il primo.
Sui cavatelli bisogna aprire una parentesi: il concetto di “cavatello” nell’ex regno delle due sicilie (e oltre) è decisamente elastico e adattabile alla bisogna.
Lungo tutto l’Appennino centro-meridionale si preparano cavatelli di diversissime forme e consistenze.
In pratica buona parte delle paste di casa “corte” e maneggiate dalla massaia di turno, si fregiano più o meno meritatamente del titolo di cavatello.
I cavatelli quassù invece sembrano orecchiette pugliesi alquanto oblunghe…
Non sono malaccio come pasta… ma il sugo di agnello ha un sapore dolcino e un sentore di… mare.
Penso che l’essere prevenuto porti a vedere quello che non c’è, ma più vado avanti con la pasta, e più mi convinco che qualche creatura del mare abbia fatto un “tuffo” nel pentolone della salsa.
Arrivato quasi alla fine del piatto la scoperta: un pezzettino di gamberetto insinuato tra due orecchiette-cavatelli particolarmente grosse.
Non erano allucinazioni le mie…

Il ragazzino esile arriva, e portandomi via il piatto mi chiede?
– Allora signò, ‘t lu magni ‘lu secondo?
Piuttosto sconsolato penso alla reazione del ragazzino nel chiedere una grigliata di pesce, ma non mi sembra il caso di gettare benzina sul fuoco.
– Cosa c’è ancora di “buono”?
– Ci sta l’agnello arrosto, la savuciccia alla brace, la bisteccona di toro (?) arrosto, la scamorza squagliata, la “Fegatazza” (n.d.r – la salsiccia di fegato), l’arrosto misto e le melanzane alla maniera antica. Per contorno solo insalata o patate fritte.
– Portami l’arrosto misto e un po’ di patate fritte…
Al contrario delle mie aspettative il tutto arriva velocissimo.
Ma la velocità ha un suo prezzo: l’arrosto è di un rinsecchito clamoroso. Probabilmente già cotto in precedenza o forse “riciclato”.
Le patate fritte, sono come è facile immaginarsi, quelle olandesi surgelate…
Assaggio per onor di cronaca qualcosa, ma siamo ben al di sotto del livello minimo di commestibilità.
Rimando indietro il tutto.
Il ragazzino viene, e senza badare (questa volta) a quello che era rimasto nel piatto esordisce:
– Signò, vuoi lu dolce?
– Abbiamo il tiramisù che fa mia nonna con una sua ricetta antica…

Basta, ne ho abbastanza (dico tra me…)
Anche il “tipico tiramisù della nonna Abruzzese”.
Ma le Nonne Abruzzesi erano tutte del nord?
Basta, basta, basta con ‘sto tiramisù. Voglio un bel Bocconotto, una Pigna, due Ferratelle….
Il conto è di 25 euro, credo spesi molto male.
Sarebbe un bene evitare di sbandierare e pubblicizzare una presunta “tipicità”, che nei fatti è ben altro.
Ma almeno mi sono goduto un bel panorama.

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