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Intervista a Walter Massa l’apostolo del Timorasso

Paolo Francesco Mandelli intervista Walter Massa “on the road” in viaggio verso il ristorante Cacciatori di Cartosio, luogo magico dove cibo, vino e anime elette si incontrano.


Paolo Francesco Mandelli: Io non vorrei neanche parlare del tuo vino, perché ormai lo conoscono tutti. Vorrei invece capire come hai fatto a farlo conoscere in tutta Italia. È questa la cosa che mi ha sempre affascinato. Come hai fatto, Walter?

Walter Massa: sono una persona competitiva, volevo il Derthona Timorasso conosciuto in tutto il mondo. Sono arrivato a farlo conoscere in tutta Italia, oggi ci sono oltre 60 aziende che propongono DERTHONA TIMORASSO, e non solo dai colli tortonesi ma anche da Oltrepò, Monferrato e Langhe. Missione compiuta.

Ma in così pochi anni?

Walter Massa: partiamo da una cosa. Ho un amico che definisce questo territorio “le terre della ninchia”: una crasi tra nicchia e minchia. E poi mi ha anche definito il “capo ninchione”. Se guardiamo i confini, siamo in mezzo a quattro regioni e quattro province: Liguria, Piemonte, Lombardia ed Emilia. Un territorio difficile da localizzare. Ci sono tante cose molto buone, ma tutte di nicchia. Anche prodotti importanti come la coppa piacentina, il salame di Varzi o le pesche di Volpedo restano locali. A Belluno difficilmente li conoscono. Non sono prodotti come il Parmigiano Reggiano,o il Culatello di Zibello.

Questo territorio, figlio di quattro regioni, soffre di una mancanza di identità. Io ho sempre cercato, prima di tutto, di valorizzarlo. Detto questo, non avevo un prodotto forte. Volevo fare le pesche sciroppate: la mia azienda, tipica del primo dopoguerra, aveva oltre 10 ettari di frutteto, tra pesche di Volpedo, mele e pere, più allevamento, campi, galline, maiali… e ovviamente vigna e cantina.

Avevo capito che poteva essere un’intuizione giusta, ma erano ancora gli anni “dell’uomo del Monte” e la mia famiglia mi scoraggiò: non vedevano l’investimento. Allora ho deciso di lavorare su ciò che avevo già: le vigne di Barbera, la cantina ben attrezzata, e il mio titolo di enologo. Nel 1978 faccio la mia prima vendemmia di Barbera di Monleale, fatta più con il buon senso che con quello che avevo studiato. E infatti dico sempre che non è obbligatorio essere enologi per fare vino.

Comincio con la Barbera, poi piantiamo il Cortese. Arrivo ad avere quattro ettari, ma non si cavava un ragno dal buco. Continuavo a vendere in damigiane: 1500 lire al litro contro le 500 dello sfuso. Quel delta faceva la differenza.cProvavo a fare qualità e puntare alla bottiglia, ma con enormi difficoltà.

Si cominciava a parlare della mia azienda, ma solo a livello locale. E la ristorazione non era pronta: una bottiglia a 2000 lire era considerata cara. Erano anni in cui non era ancora sdoganato il Barolo… figurati la Barbera di Monleale.

Parliamo quindi di prima dello scandalo del metanolo.

Walter Massa: Esatto.
Io credevo nella Barbera, credevo nel Cortese. Ma quando dicevi Barbera, dicevi Barbera d’Asti. Quando dicevi Cortese, dicevi Gavi. Avevo anche un po’ di Croatina, ma lì eri subito associato all’Oltrepò Pavese. 
Avevo però uno zio che “non era un coglione” aveva frequentato le cattedre ambulanti di enologia e viticoltura, fondamentali tra fine Ottocento e inizio Novecento. E mi ha aiutato tantissimo.

Hai avuto un mentore oltre allo zio.

Walter Massa: Sì, Giacomo Bologna. Era un personaggio straordinario: mi ha trasmesso sapere, passione e soprattutto la capacità di comunicare, che io ho assorbito per osmosi. Poi Angelo Gaia per la visione mondiale del vino. Nell’86 scoppia il metanolo. Avevo 30 anni e ho detto: adesso basta. La guerra al ribasso aveva raggiunto il limite. E il limite erano i morti. Quello scandalo mi ha segnato. Mi ha fatto capire che dovevo guardare una cosa sola: la vigna. Nel 1987 cambio anche il nome dell’azienda: da Azienda Agricola Fratelli Massa a Vigneti Massa. Per dire chiaramente: la centralità è la vigna.

Su che vitigno punti il mirino?

Walter Massa: ho sempre creduto nella Barbera, del Cortese ho fatto necessità virtù perché il mercato cominciava ad aprirsi al bianco.

Derthona Timorasso 2023 Vigneti Massa
Derthona Timorasso di Walter Massa, simbolo della rinascita del vitigno

Arriviamo al Timorasso. È un autoctono?

Walter massa: avevo 400 viti. Un anno producevano, un anno no. Finiva tutto nel vino bianco da damigiana. Nel 1986 provo a vinificarlo, ma non avevo abbastanza uva. Nel 1987 invece arrivano 10 quintali. Lì capisco: è un’uva “crazy”. Mi do una regola: non fare il furbo. Taroccare il vino è facilissimo, soprattutto se sei fresco di scuola. Quindi: rigore. Facevo tutto di nascosto, di sera, perché mio padre e mio zio non avrebbero capito gli esperimenti.

Alla fiera della Camera di Commercio di Alessandria metto una bottiglia di Timorasso.
Passa Roberto Bisio, enotecario milanese di 
Terre di Marengo. Mi chiede il prezzo. Non l’avevo ancora deciso. Gli dico: una via di mezzo tra il Gavi della Scolca e quello di Bergaglio. 7.500 lire. Mi compra 24 bottiglie. Poi richiama: vuole tutti i miei vini. E lì succede qualcosa: il Timorasso inizia a trainare tutto il resto.Nel giro di un mese, a Milano, cominciano a parlare di me. Navigli, ristoratori, agenti…E così nasce il mercato.

Perché lo chiami “Dottor Timorasso”?

Walter Massa: perché è il mio direttore commerciale. Grazie a lui all’estero vendo più rosso che bianco. Il Timorasso ha sdoganato l’azienda, il territorio e la Barbera del Tortonese. 

Il territorio però resta poco conosciuto.

Walter Massa: ti faccio un esempio. Al ristorante Corona, a San Sebastiano Curone, un ristorante storico dal 1700, perfino D’Annunzio ci è passato, volevano i miei vini, chiedo alla proprietaria di comprare i bicchieri giusti. Non li aveva. Le faccio comprare i Riedel. Capisci il livello di difficoltà.

La tua famiglia come ha reagito al Timorasso?

Un giorno mio padre mi dice: “Cosa aspetti a piantare una vigna di Timorasso?” Gli ho risposto: “Aspettavo che me lo dicessi tu”. Nel 1990 piantiamo il primo ettaro. Nel ’92 facciamo 3000 bottiglie. Poi capisco una cosa fondamentale: il tempo. Affinamento, lieviti indigeni, niente scorciatoie. Il ’95 era imbevibile, troppo acido. L’ho imbottigliato lo stesso.

Walter Massa vignaiolo nei Colli Tortonesi
Walter Massa, protagonista della rinascita del Timorasso nei Colli Tortonesi

Aspetto.

Esco nel ’97. Ed è la svolta. Arriva l’intervista di Sandro Sangiorgi per Phortos n.3 e arrivano i primi 3 bicchieri del Gambero Rosso arrivano nel 2000, il mio più grande orgoglio averli mostrati al mio papà che poco dopo se ne andò.

Quanti ettari c’erano di Timorasso nei colli tortonesi?

Walter Massa: cinque, forse. Nel ’97 arrivano anche altri produttori. E lì nasce il lavoro più importante: fare squadra. Stesso stile, stessa direzione. Perché se ognuno fa una cosa diversa, il consumatore si perde.

Arriviamo a oggi. 2026. C’è una narrazione tossica sul vino. I consumi calano. Se vogliamo vendere di più, dobbiamo bere di più.

Walter Massa: oggi chi ha un minimo di marchio riesce a stare in piedi. Ma noi aziende vitivinicole italiane abbiamo anche una responsabilità: di 650.000 ettari di vigneto che sono anche 650.000 ettari di paesaggio. Il vino non è solo prodotto. È territorio, turismo, ambiente, economia

Provocazione: vino accessibile per tornare a bere a casa?

Walter Massa: io lo faccio già. Si chiama Esplicito. Bottiglia da litro o magnum, tappo a vite, capsula argento.
Prezzo: 7 € al litro. Ho coinvolto anche altri produttori. Siamo già in cinque. È un progetto di territorio, accessibile e sostenibile. Vorrei che diventasse il Nuovo Tavernello.

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