Cucina Italiana Patrimonio UNESCO?

Il pensiero di Paolo Mandelli sulla cucina Italiana patrimonio Unesco

Come se fosse Antani… 

Di Paolo Francesco Mandelli

Siamo nel 2025 e la cucina italiana ha centrato il premio più ambito: entrare nel pantheon dell’UNESCO come patrimonio immateriale dell’umanità.

Un sogno, un festone, un’occasione per sventolare la bandiera tricolore sopra le tavole di tutto il mondo. Peccato che il rischio più grosso sia trasformare tutto in una supercazzola galattica, come direbbe il Conte Mascetti, un “come se fosse antani” lungo e complicato, bello da sentire, ma che in realtà non ha minimamente senso.

cucina italiana patrimonio immateriale unesco

Il dossier presentato per candidare la Cucina Italiana Patrimonio UNESCO racconta di tradizioni, biodiversità, amore per la stagionalità e saperi tramandati in una sinfonia di parole che manco Dante con la Divina Commedia.

Ma mentre i burocrati scrivono (o copiano coll’anima dell’autore più lontana possibile), nei ristori autostradali d’Italia si consuma una pizza tiepida surgelata, capolavoro di standardizzazione e del “si fa quel che si può”.

Ecco allora che arriva la foodification: un fenomeno denunciato dal New York Times, che ha avuto il coraggio di dire ciò che tutti pensavano ma nessuno osava confessare: nelle città d’arte l’autenticità gastronomica è stata trasformata in un parco giochi a tema, una giostra di locali uguali, servite su piatti dall’aria “instagrammabile” ma che scordano l’anima.

Il germe del “turismo mordi e fuggi” che fa la fame di sapori veri e si accontenta della succursale numero 347 di “pasta alla carbonara style”. Il bello arriva con le reazioni: sul palcoscenico dell’opinione pubblica volano botta e risposta che sembrano usciti da un cinepanettone.

Chef che sospirano tra un sorso di prosecco e l’altro, invocando il ritorno alla tradizione e politici inalberati che promettono norme urgenti e soluzioni miracolose, ma che misteriosamente dimenticano di infilare nel menù il buon senso.

chef contenti della nomina della cucina italiana come patrimonio dell'umanità

Associazioni e federazioni che si scambiano complimenti e medaglie d’oro sul valore universale della cucina italiana, come se bastasse un bel discorso a salvare la reputazione di un’intera cultura gastronomica.

E il pubblico? Il pubblico ama le polemiche, lancia frecciatine, si infiamma su un post Instagram e si dimentica tutto il giorno dopo.

Qualcuno ironizza definendo la candidatura un’“operazione nostalgia”, altri la vedono come “l’ennesima presa in giro” mentre ordinano la quarta pizza d’asporto della settimana perché “che ci vuoi fare, siamo italiani…”.

In tutto questo bailamme, la cucina italiana rischia di diventare un bel quadro incorniciato di parole altisonanti, ma con dentro molto poco di concreto. Proprio una supercazzola, un “come se fosse antani” di dimensioni epiche.

Naturalmente, c’è chi si prende sul serio e propone strategie di gestione di alta teoria: reti di produttori, formazione, itinerari turistici culturali… una sinfonia di iniziative pronte a restare scritte, magari in qualche agenda patinata, mentre nelle cucine vere gli ingredienti sono esposti tra scaffali di plastica e offerte “bio” discount.

In pratica, tutta una bella sceneggiata per mettere a tappeto la realtà con un mare di belle parole e pochissimi fatti. Il vero miracolo? Non vincere un premio di carta patinata, ma vedere la vera cucina italiana farsi strada nelle tavole di ogni giorno.

Fare in modo che chi si ferma a mangiare in un’area di servizio o in piazza a Firenze non si ritrovi a scegliere tra “il panino universale” e la “finta piadina artigianale”.

Perché di parlare bene e firmare protocolli siamo tutti maestri, ma portare la sostanza tra i fornelli e sulle tavole è un altro paio di maniche.

Quindi, cari lettori, guardate questo spettacolo della premiazione della Cucina Italiana Patrimonio UNESCO con il sorriso sulle labbra ma anche con un pizzico di scetticismo: non lasciatevi ingannare dal linguaggio burocratico, dalle conferenze stampa piene di applausi e dalle tavolate orchestrate per la foto ufficiale.

Ricordatevi sempre del Conte Mascetti: quel “come se fosse antani” è lì a ricordarci che nessuna teoria vale un boccone perduto di quella gloriosa frittata fatta come si deve.

Cucina Italiana Patrimonio UNESCOL’Italia ha una cucina da urlo ma rischia di ridursi a un bluff mediatico se non trova la forza di trasformare le supercazzole in piatti veri, da gustare ogni giorno, non solo sotto al riflettore dei premi e degli onori, ma nella quotidianità della sua gente.

Altrimenti, il prossimo brindisi sarà solo un clic, un like e… “come se fosse antani”

3 commenti su “Cucina Italiana Patrimonio UNESCO?”

  1. Mi è piaciuto molto che Paolo Mandelli non si sia acccodato all’entusiasmo generale. In questi giorni la stampa italiana, tra giornalisti, blogger e tutti quelli che ruotano intorno al cibo, sembra tutta d’accordo nel lodare il riconoscimento UNESCO, senza farsi troppe domande. È un coro continuo di complimenti e orgoglio nazionale, ma anche un po’ facile.
    L’articolo invece riporta il discorso su un piano ben più concreto: il titolo è bello, certo, ma non cambia automaticamente il modo in cui mangiamo e cuciniamo ogni giorno. Se guardiamo alla realtà di tutti i giorni, noi italiani la nostra cucina la trattiamo davvero male: prodotti scelti senza attenzione, tradizioni usate a casaccio, ristoranti mediocri spacciati per “tipici”, pessimo livello medio della “ristorazione di servizio”. Proprio per questo il punto di vista di Mandelli è importante: non per rovinare la festa, ma per ricordarci che la cucina è un pattrimonio solo se la rispettiamo davvero, nella pratica di tutti i giorni, non solo a parole.

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  2. Sto leggendo con interesse gli articoli che appaiono su questa notizia e mi permetto una piccola testimonianza.
    Avendo vissuto quarant’anni in Francia, e avendo lavorato una buona parte nel settore gastronomico, vi posso dire che se i francesi avessero avuto questa nomina non perderebbero tempo a criticare, né a dormirci sopra, ma tutti (settore privato e enti pubblici) partirebbero in tromba a sfruttare e sviluppare tutto cio’ che e’ sviluppabile!
    Come lo hanno fatto a suo tempo con il loro “Repas gastronomique” e se ne e’ visti i risultati.

    Questa vittoria della cucina italiana e’ una opportunita’ eccezionale per incoraggiare tutti noi a fare sempre meglio, e sempre di più. E tutti coloro che hanno la possibilita’ di aiutare, ben vengano.
    Direi che dovremmo fare come i francesi, tutti uniti a promuovere e innalzare alle stelle anche le loro più piccole cose (e quando denigrano… denigrano gli altri).

    Secondo me la domanda da porsi sarebbe: “cosa posso fare nel mio piccolo per contribuire a questa meraviglia che e’ la cucina italiana e ad aiutare le milioni di persone, donne e uomini che producono e lavorano con passione?”

    E per terminare, ma il soggetto sarebbe interminable, ha mai provato a mangiare in autostrada in Francia? Si ha subito voglia di tornare in Italia!

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  3. Concordo con quanto detto.

    Questo premio mi ricorda, seppur da lontano, il caso di Masterchef. Durante le interviste, tutti i concorrenti affermano con passione: “la cucina è la mia vita” e “senza cucina sono perso”. Tuttavia, alla fine, chi lavora realmente in cucina? Solo 2 o 3 concorrenti fra tutte le edizioni?

    La realtà è che la cucina è dura da morire

    Allo stesso modo, il premio può sembrare un grande onore per la nostra cucina, ma spesso, nella pratica, si finisce per fare il contrario. Si privilegia solo l’aspetto commerciale con la mentalità che “l’importante è vendere” o, peggio ancora, “l’importante è sembrare”.

    Il ligure

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