Tapullo Genova – Tra carruggi (a Genova si scrive con due “erre” ) verticali, vini naturali veri e una cucchiaiata condivisa che vale più di mille degustazioni: cronaca sensoriale di un incontro inatteso nel cuore della città della Lanterna.
Il caso, i vicoli e la legge non scritta del gastro-vagabondaggio
Genova, dopo-Vinnatur febbraio 2026
La sera tra i caruggi non scende mai davvero: si infiltra. Scivola silenziosa lungo i muri umidi di secoli e salsedine, si appende ai fili dei panni stesi, si deposita sulle pietre consunte dei basoli come una seconda pelle.
Il centro storico della città della Lanterna vive molto in verticale: sopra, finestre illuminate e vite sospese; sotto, secoli compressi; in mezzo, c’è un brusio continuo dove il dialetto ligure resiste — musicale, tagliente, a volte meravigliosamente “brasilianeggiante” — mentre attorno si stratificano accenti mediterranei, africani, balcanici. Un porto non è mai solo un luogo: è una somma di correnti umane.
Qui non si passeggia: si deriva
Ci si muove senza direzione, guidati da un istinto che chi frequenta il mondo del cibo conosce bene: quel radar interno che si accende all’improvviso, senza spiegazioni razionali.

È un vagabondare quasi situazionista, fatto di deviazioni improvvise, di soste non previste, di traiettorie decise più dall’intuizione che dalla mappa. A due passi c’è Via del Campo — quella di De André — ma non serve cercarla: è una presenza emotiva, un sottofondo mentale che accompagna il cammino come questo brano di Natalino otto…
Poi, come spesso accade nelle città portuali vere, succede la cosa più semplice e più rara: ti perdi e, proprio mentre ti sei perso, trovi.

Tapullo Genova
Un locale che compare all’improvviso, incastonato nella penombra di una piazzetta. Il primo impatto è quello di una vineria urbana contemporanea: luci giuste, bottiglie esposte con cura scenografica, estetica da autenticità dichiarata. Un copione visto molte volte.
Ma basta avvicinarsi di qualche passo perché la percezione cambi.
Le etichette in vista raccontano storie diverse: nomi solidi, vignaioli che lavorano senza slogan, vini naturali nel senso concreto del termine — non moda, ma metodo. Liguria, certo, ma anche Francia viva, Piemonte consapevole, qualche scaglia anarchica del Sud. È una selezione che grida di gran competenza e di gusto personale, non di tendenze.
In quel momento diventa chiaro: il caso, quando decide di funzionare, sa essere sorprendentemente preciso.
Il vino, le parole e quella corrente invisibile
Ci si siede fuori. Sempre fuori.
La notte di febbraio è perfetta: fresca quanto basta per tenere svegli i sensi, avvolgente al punto giusto. I caruggi agiscono come pareti naturali: proteggono dal vento, amplificano le voci, creano un microclima quasi teatrale. Ogni tavolo diventa una piccola isola.
La conversazione inizia dal vino, inevitabile punto di contatto. Si parla di agricoltura, di territori che resistono alla omologazione, di quell’equilibrio fragile tra tecnica e istinto che rende un vino davvero espressivo.
Poi, quasi senza accorgersene, il discorso cambia natura
Si allarga alla memoria del gusto, alle identità delle città portuali, alle storie personali. Le parole smettono di essere formali e diventano fluide.
Non è semplice conversazione: è identificazione reciproca. La sensazione è quella di parlare una lingua comune che non ha bisogno di essere tradotta.
L’empatia non nasce gradualmente: arriva di colpo, come una corrente elettrica, silenziosa.
E trova il suo momento più intenso in un gesto che, nella sua semplicità, possiede una forza simbolica enorme.
Un cucchiaio e un patto: gastrodelirio notturno al Tapullo di Genova
Arriva un piatto.
Materia densa, comfort puro: probabilmente pasta, patate e cozze, uno di quei piatti che raccontano il Mediterraneo meglio di qualsiasi trattato. Profumo iodato, sapore avvolgente, consistenza cremosa, sapidità allettante.
C’è un solo cucchiaio…
E… accade senza premeditazione: una cucchiaiata, poi un’altra, dallo stesso piatto, dallo stesso utensile. Nessuna esitazione, nessuna formalità. Un gesto naturale, quasi inevitabile.
Nell’epoca dell’ossessione igienista e della distanza codificata, la scena potrebbe apparire quasi sovversiva, anzi: lo è. Alla faccia di ogni manuale sulla trasmissione dei microrganismi, alla faccia della paranoia contemporanea.
Ma proprio qui si rivela il senso profondo dell’atto.
Nelle culture mediterranee il cibo non è mai solo nutrimento: è relazione, fiducia, sospensione temporanea delle barriere.
Mangiare dallo stesso piatto con il medesimo cucchiaio significa accettare una prossimità fisica e simbolica. Significa dire, senza parole: mi fido, ti riconosco, siamo per un momento nello stesso spazio umano.
Quel cucchiaio condiviso non è un dettaglio folcloristico: è un rito arcaico che sopravvive nella quotidianità. Un micro-patto sigillato in un boccone.
Due persone che fino a poco prima erano estranee stabiliscono così una forma di alleanza istantanea. Non serve altro.
Tapullo Genova: imperfezione viva e ironia tra i caruggi
Il locale si chiama Tapullo, termine genovese difficile da tradurre con precisione. Indica qualcosa di parecchio arrangiato, improvvisato, fatto alla buona — ma con una sfumatura ironica e popolare che contiene sempre un doppio fondo. Non a caso, è una parola che sembra uscita direttamente dal teatro di Gilberto Govi.
E infatti il Tapullo è esattamente così: non levigato, non costruito, ma autentico. La selezione di vini naturali è centrata e consapevole, la cucina semplice ma concreta, l’atmosfera nasce dalle persone prima che dall’arredo.
C’è anche un dettaglio che, altrove, sembrerebbe surreale e qui appare perfettamente coerente con lo spirito genovese: il gestore, nella vita diurna, è un noto odontoiatra cittadino. Una coincidenza che, dopo aver condiviso un cucchiaio, si carica di un’ironia quasi perfetta.
Alla fine, uscendo e tornando nella notte verticale di Genova, resta una sensazione limpida: simpatia immediata per il Tapullo, affetto vero per una città che non si concede facilmente, ma sa essere generosa con chi accetta di perdersi davvero.
E soprattutto resta la conferma di una legge non scritta del gastro-vagabondaggio: le esperienze migliori non si pianificano, mai. Ti trovano. Spesso all’improvviso, spesso di sera, spesso grazie a un gesto antico quanto il Mediterraneo.
A volte basta un piatto al centro del tavolo al Tapullo….
E un cucchiaio condiviso. Se passate per la città della lanterna fateci un salto.

Tapullo
Via di Canneto Il Lungo, 136/138 r
16123 – Genova
Tel. 349 691 6794
Fabio Riccio –
Interessato da più di venticinque anni al modo del cibo, crapulone & buongustaio seriale.
Dal lontano 1998 autore della guida dei ristoranti d’Italia de l’Espresso, Scrive sulla rivista il Cuoco organo ufficiale della FIC, ha scritto sulla guidade le Tavole della Birra de l’Epresso, Su Cucina a Sud, sulla guida Osterie d’Italia Slow Food, su Diario della settimana e L’Espresso, e quando capita scrive di cibo un po’ ovunque gli gusta.
Infine è ideatore e autore di www.gastrodelirio.it – basta questo?
Bellissima descrizione di un locale (e di chi lo gestisce) che pur se saltuariamente frequento. Incredibile anche la descrizione del perdersi per Genova. Si: è proprio vero, chi viene da fuori e ha occhi ben aperti sulla mente, legge le cose e i posti meglio di chi se li vede davanti tutti i giorni. Lunga vita al Tapullo!