Il protagonista di questa storia è il Susumante Brut dell’Archetipo, una bottiglia trovata nel luogo meno probabile…
Confesso che il reparto vini del mio supermercato di fiducia lo guardo più per abitudine che per reale aspettativa. Ci passo davanti, rallento il passo, do una occhiata agli scaffali e, nove volte su dieci, finisco per confermare quel che già immaginavo.
Tante bottiglie, etichette spesso bellissime, colori seducenti, denominazioni rassicuranti; eppure, superata la prima impressione, resta sempre quella sensazione di omologazione che da anni accompagna una certa parte del vino italiano.
Certo, qualche eccezione c’è. Qualche vino del territorio, qualche produttore Bio coscienzioso, cantine sociali che lavorano con grande dignità e persino qualche (rara…) bottiglia capace di sorprendere.
Poi però arrivano loro, gli inevitabili vini costruiti per essere “piacioni” e quindi destinati a non lasciare traccia in nessuno; sono quelli che sembrano usciti da un corso accelerato di marketing enologico. Nomi studiati a tavolino, etichette impeccabili e prezzi calibrati al centesimo.
In mezzo questo, non mancano le bottiglie per gli enofighetti contemporanei, quelli che sembrano apprezzare solo i vini il cui nome termina in “one”, “aia”, “anti” o qualche altro suffisso nobiliare capace di far brillare gli occhi a chi ritiene il vino soprattutto un accessorio di prestigio sociale.
Per questo motivo, qualche giorno fa, mi sono fermato di colpo quando ho visto comparire su uno scaffale un nome che conosco bene: L’Archetipo.
Per chi frequenta il mondo del vino bio e naturale italiano, L’Archetipo non ha bisogno di presentazioni. Da anni porta avanti in Puglia una visione agricola coerente e rigorosa, senza inseguire mode, guru o rivoluzioni annunciate a giorni alterni. Una cantina che parla attraverso le sue bottiglie e non attraverso slogan; cosa che, nel vino contemporaneo, è molto più rara di quanto dovrebbe.

Mi è tornato immediatamente in mente un episodio di qualche anno fa. Nello stesso supermercato, mi ero imbattuto in una bottiglia di questa cantina pugliese e la sorpresa era stata tale da meritare addirittura un articolo.
All’epoca era un Susumaniello declinato come un rosato fermo. Bel vino, territoriale fino al midollo, privo di ammiccamenti e a un prezzo che definire onesto sarebbe stato quasi riduttivo.
Questa volta, invece, ad aspettarmi c’era il Susumante Brut, una bottiglia del 2021
Già il nome strappa inevitabilmente un sorriso. Però, dietro quella trovata felice, c’è un’idea che mi è sempre piaciuta: utilizzare i vitigni senza cercare di trasformarli in qualcos’altro.
Oggi molti vini rincorrono modelli internazionali; imitano stili di successo o inseguono mode che durano una stagione; il Susumante Brut, invece, resta ostinatamente figlio della sua terra e del suo vitigno.
La bottiglia, un 2021. Un dettaglio che per qualcuno potrebbe rappresentare un problema e che per me, al contrario, è un motivo di interesse.
Una volta nel bicchiere, il vino non cerca scorciatoie. I profumi primari sono ormai attenuati, come è naturale che sia. Qualche traccia agrumata resta, qualche lieve richiamo fruttato c’è, poco altro. Nulla per gridare al miracolo nei primi minuti e nulla che impressiona chi pretende da una bollicina un’esplosione aromatica immediata.

Ma è proprio qui che il Susumante Brut gioca la sua partita…
Noto sempre più spesso che il vino contemporaneo soffre dell’identico male di certa ristorazione contemporanea: la paura di annoiare.
Tutto deve colpire subito, impressionare immediatamente, lasciare il segno nei primi trenta secondi. Così nascono vini che gridano appena vengono stappati, ma che dopo cinque minuti nel bicchiere, hanno già esaurito ogni argomento di conversazione.
Il Susumante Brut, un 2021, ha scelto la strada opposta
Lasciato tranquillo in calice per quindici di minuti, ha iniziato a cambiar passo. È stato quasi come assistere all’ingresso in scena del vero protagonista della storia. All’improvviso è emerso il vitigno, non tanto attraverso i profumi quanto attraverso l’energia del sorso.
La beva si è fatta più dinamica, nervosa, sapida. A quel punto il bicchiere ha iniziato a svuotarsi quasi da solo e, per quanto mi riguarda, questa resta una delle prove più affidabili quando si parla di vino.
Discutiamo pure per ore di descrittori aromatici, di schede tecniche e di punteggi; ma quando un bicchiere chiama naturalmente quello successivo, significa che qualcosa di grande è accaduto.
Il vino ha acquistato profondità senza perdere agilità; la bollicina ha continuato a fare il suo buon lavoro senza mai diventare protagonista assoluta e, il bicchiere, ha iniziato a svuotarsi con una facilità disarmante.
Più che un’esplosione aromatica, una scarica di adrenalina.
E forse è proprio questa la definizione che meglio descrive ciò che ho trovato dentro quella bottiglia: una autentica scarica di adrenalina da un Susumaniello.
Non quella fatta in laboratorio, non quella che insegue effetti speciali o tecniche di cantina sempre più sofisticate; piuttosto quella che nasce quando un vitigno conserva il coraggio di somigliare a sé stesso.
Nel frattempo continuavo a pensare a quanto fosse curioso il contesto nel quale avevo trovato quella bottiglia. Non so il percorso che l’ha portata fin lì e, francamente, non è questo il punto.
Forse una scelta particolarmente intelligente di chi si occupa di acquisti; forse una fortunata casualità commerciale; forse una di quelle rare deviazioni che ogni tanto il mercato riesce ancora a concedersi.
Fatto sta che il Susumante Brut 2021 era lì, a pochi metri da una quantità impressionante di banalità enologiche senz’anima, e soprattutto a un prezzo che definire conveniente sarebbe riduttivo.
Non perché costasse poco in senso assoluto, ma perché costava il giusto. E negli anni in cui una parte del vino sembra aver smarrito qualsiasi rapporto con la realtà, anche il semplice concetto di prezzo corretto finisce per assumere un valore rivoluzionario.
Ci siamo talmente abituati a bottiglie che pretendono di essere speciali prima ancora di essere buone che, quando incappiamo in un vino autentico a una cifra ragionevole, finiamo quasi per stupircene.
Susumante Brut 2021, qualche considerazione finale
Alla fine della bottiglia mi è tornata in mente una considerazione che faccio spesso. Il vino migliore non è sempre quello che fa più rumore. Non è necessariamente quello che compare nelle classifiche, nelle fotografie patinate o nelle discussioni infinite da social.
A volte è semplicemente quello che ti sorprende quando non te lo aspetti, che si prende il tempo necessario per raccontarsi e che, una volta terminato, lascia il desiderio di berne ancora un calice.
Il Susumante Brut dell’Archetipo ha fatto proprio questo. E se devo essere sincero, trovo rassicurante il fatto che, ogni tanto, una bottiglia del genere compare sullo scaffale di un onesto supermercato di provincia.
In fondo il vino nasce per essere bevuto, non venerato; e se coniuga autenticità, piacere e un prezzo umano, allora compie fino in fondo il proprio mestiere.
Forse il vino può salvarsi solo così; senza fare rumore, senza chiedere applausi e senza costringere nessuno a fotografare l’etichetta prima ancora di stapparlo.
Per continuare a girare intorno all’Archetipo…
Il Susumante Brut non è stata la mia prima deviazione felice dalle parti de L’Archetipo. Qualche anno fa avevo già raccontato il
Greco Bianco de L’Archetipo,
bottiglia capace di ricordare quanto il vino pugliese possa essere molto più sfaccettato di come spesso viene raccontato.
Sempre sugli scaffali dello stesso supermercato, poi, avevo incrociato anche un altro Susumaniello della casa:
il Susumaniello rosato de L’Archetipo,
altra piccola conferma che ogni tanto il vino vero riesce ancora a infilarsi nei posti meno prevedibili.
Per conoscere meglio l’azienda, le sue idee agricole e i suoi vini, il riferimento diretto resta il sito ufficiale:
L’Archetipo.
Fabio Riccio –
Interessato da più di venticinque anni al modo del cibo, crapulone & buongustaio seriale.
Dal lontano 1998 autore della guida dei ristoranti d’Italia de l’Espresso, Scrive sulla rivista il Cuoco organo ufficiale della FIC, ha scritto sulla guidade le Tavole della Birra de l’Epresso, Su Cucina a Sud, sulla guida Osterie d’Italia Slow Food, su Diario della settimana e L’Espresso, e quando capita scrive di cibo un po’ ovunque gli gusta.
Infine è ideatore e autore di www.gastrodelirio.it – basta questo?