Brevi note sull’arte di dare lo schiaffo alla pizza napoletana senza finire in manette in questura…
A Napoli lo schiaffo è una cosa seria
Può essere educativo, affettuoso, teatrale. Può arrivare con le mani, con le parole o con uno sguardo che dice tutto senza dire niente.
E poi c’è lo schiaffo nella pizza, che specialmente a Napoli negli ultimi anni è diventato improvvisamente patrimonio immateriale dell’umanità, completo di colonna sonora incorporata.
Un tempo nessuno lo chiamava così.
Si faceva e basta.
Oggi invece lo schiaffo è raccontato, filmato, rallentato, amplificato. E soprattutto interpretato, come se fosse una tecnica esoterica invece di un gesto di mestiere.
Con il termine schiaffo – o schiaffetto, nella sua versione confidenziale, quella che odora di retrobottega e di banco infarinato – si indica una tecnica di stesura manuale della pizza che prevede il contatto rapido e controllato dell’impasto con il banco, accompagnato da un movimento scambievole delle mani.

Mettiamolo subito in chiaro, come avrebbe detto un vecchio pizzaiolo dei Quartieri, senza girarci troppo intorno: non è prendere la pasta a paccheri!
Non è rabbia repressa, non è sfogo esistenziale, non è nemmeno obbligatoriamente rumore.
Il clack arriva se arriva. E quando arriva, dovrebbe essere una conseguenza, non l’obiettivo.
Lo schiaffo, quando è davvero tale, serve a:
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allargare il disco senza farlo piangere
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redistribuire l’anidride carbonica accumulata in lievitazione
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rispettare il futuro cornicione, che nella pizza napoletana è cosa seria
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lavorare l’impasto senza seviziare la maglia glutinica, soprattutto quando le farine sono deboli o ben poco collaborative (diciamolo così, con enorme diplomazia)

Non è una tecnica codificata, né tanto meno una formula da manuale.
Non esiste lo schiaffo: esistono gli schiaffi.
È un gesto di tradizione, imparato guardando le mani di qualcun altro, spesso in silenzio, affinato sul banco più che sui libri.
E infatti, dettaglio tutt’altro che secondario: nessuno schiaffo è mai uguale a un altro. Come le pizze, come i pizzaioli, proprio come Napoli non è mai uguale a se stessa.
Schiaffo e pizza napoletana: tradizione, tecnica e mito
Lo schiaffo viene storicamente associato alla pizza napoletana tradizionale, soprattutto a quella di un tempo, quando i pizzaioli non spiegavano quello che facevano.
Lo facevano. Punto.
Niente storytelling, niente slow motion, niente “questa è la mia filosofia”.
Ma attenzione a non fare confusione, perché Napoli non è mai stata un posto dogmatico. Nemmeno sulle tecniche di stesura della pizza.

Questo legame non significa che:
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tutti i pizzaioli “di scuola napoletana” usino lo schiaffo
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senza schiaffo la pizza smetta di essere napoletana
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esista una sola tecnica tradizionale degna di rispetto
Anzi. I pizzaioli di una volta – quelli con le mani segnate e poche parole – sceglievano la tecnica in base all’impasto, non in base allo sguardo del cliente.
E oggi, non a caso, nelle scuole di formazione e nei disciplinari ufficiali, la stesura con i polpastrelli o sul bordo del banco (secondo il “verbo” diffuso anche da un noto molino veneto) viene preferita perché più controllabile, più ripetibile e, decisamente, meno incline al disastro.
Soprattutto quando entrano in scena impasti ad alta idratazione: lì la tecnica dello schiaffo nella pizza, se non la conosci davvero, ti presenta il conto. Subito. Senza scontrino.
Lo schiaffo è una tecnica maggioritaria nella pizza napoletana?
Risposta breve, come avrebbe detto un pizzaiolo del centro storico: “No.”
Risposta lunga: lo schiaffo esiste, resiste, ma non governa.
Oggi la maggior parte dei pizzaioli lavora con una stesura mista della pizza, in cui:
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i polpastrelli impostano il disco
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lo schiaffo entra come supporto o rifinitura
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oppure, con banco a vista e clientela curiosa, come concessione folkloristica, magari insieme a spaghetti e mandolino (la pizza c’è già!)
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spesso ridotto a puro effetto sonoro: il famoso clack, che rassicura il pubblico più dell’impasto
Lo schiaffo come tecnica principale resta roba da veterani veri, gente che ha visto più panetti che albe e sa esattamente dove mettere le mani.
È una scelta consapevole, non un esercizio di stile.
E soprattutto non è replicabile su ordinazione, come un numero da circo.
Chi ci prova senza averne il controllo, di solito lo capisce subito.
E raramente con eleganza.
Perché la tecnica dello schiaffo non ha conquistato il mondo
(e forse Napoli lo sapeva già…)
Non perché sia sbagliata, ma perché è esigente.
E Napoli, quando una cosa è esigente, la rispetta. Ma non la impone.
La tecnica dello schiaffo nella stesura della pizza:
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esige impasti maturi e ben equilibrati
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non perdona errori (strappi, gas che se ne va, dischi che diventano mappe)
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è difficile da insegnare e praticamente impossibile da standardizzare
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si adatta male ai ritmi forsennati e alle pizzerie affollate
In un mondo dove la costanza vale più dell’eroismo, la stesura della pizza napoletana pulita, prevedibile e silenziosa spesso vince senza bisogno di applausi.
Non perché sia più bella. Perché porta a casa il risultato.
Il vero problema: lo schiaffo raccontato, non quello fatto
Negli ultimi anni lo schiaffo è diventato un simbolo. Quasi un souvenir sonoro.
Social, video e storytelling gastronomico lo hanno trasformato in una prova di autenticità, quando in realtà è – e dovrebbe restare – solo uno degli strumenti del mestiere del pizzaiolo.
Il rischio è evidente:
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confondere il gesto con il risultato
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scambiare la spettacolarità per competenza
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difendere l’immobilismo chiamandolo tradizione
I pizzaioli di una volta non avrebbero capito il problema.
Avrebbero continuato a lavorare.
E probabilmente, se glielo avessi chiesto, ti avrebbero risposto con un’alzata di spalle.
Conclusione (a volume basso)
Lo schiaffo non è la tecnica prevalente della pizza napoletana contemporanea, ma resta uno dei gesti più riconoscibili e carichi di senso della sua storia artigianale.
Non è un requisito, né una scorciatoia verso la qualità. È un linguaggio.
E come tutte le lingue, la parlano bene solo quelli che ne conoscono davvero la grammatica.
Gli altri fanno accento.
E a Napoli, si sa, l’accento si sente subito…
Fabio Riccio –
Interessato da più di venticinque anni al modo del cibo, crapulone & buongustaio seriale.
Dal lontano 1998 autore della guida dei ristoranti d’Italia de l’Espresso, Scrive sulla rivista il Cuoco organo ufficiale della FIC, ha scritto sulla guidade le Tavole della Birra de l’Epresso, Su Cucina a Sud, sulla guida Osterie d’Italia Slow Food, su Diario della settimana e L’Espresso, e quando capita scrive di cibo un po’ ovunque gli gusta.
Infine è ideatore e autore di www.gastrodelirio.it – basta questo?
