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Pascal Barbato, il fornaio filosofo del Gargano

Pascal Barbato è uno dei nomi più originali dell’arte bianca italiana. Ma definirlo solo un fornaio sarebbe riduttivo

Ci sono fornai che si limitano a impastare farina e acqua. Poi ci sono quelli, come Pascal Barbato, che nel suo panificio a San Marco in Lamis, ci mette la sua visione del mondo. Pascal appartiene a questa seconda specie. Siamo a San Marco in Lamis, sulle prime alture del Gargano, provincia di Foggia, dove l’aria sa di vento, ulivi e pietra antica, e dove il pane – quello vero – non è mai stato solo cibo, ma identità, profonda.

Un ritratto di Pascal Barbato, fornaio del Gargano e interprete originale del pane contemporaneo.

Dalla giurisprudenza al forno: una deviazione necessaria

Pascal Barbato è uno di quei personaggi che sembrano usciti da un romanzo di formazione. Figlio di un legale, sembrava destinato a una carriera tra codici e tribunali. E invece no: a un certo punto devia, cambia strada, rompe il percorso previsto.

Lascia giurisprudenza dopo due anni, attraversa una stagione imprenditoriale e infine prende in mano il panificio di famiglia, quello del ramo materno. Non è una scelta nostalgica, ma una rifondazione.

E qui avviene il cortocircuito interessante: mentre impara i segreti dell’arte bianca, si laurea in lettere. Non è un dettaglio: è la chiave di lettura di tutto il suo lavoro. Per Pascal Barbato, il pane non è mai solo tecnica, ma linguaggio. È racconto. È interpretazione.

Il pane come atto culturale

In un’epoca in cui l’arte bianca spesso si riduce a performance tecnica – alveolature estreme, idratazioni da laboratorio, estetiche da Instagram – Barbato va in direzione ostinata e contraria. Non perché rifiuti la tecnica, anzi, ma perché la subordina a qualcosa di più grande: il senso.

Il suo è un pane che, anche nelle declinazioni più creative, continua a parlare la lingua della Daunia, del Gargano e di San Marco in Lamis, ma senza diventare folkloristico oppure peggio ancora, macchiettistico.

C’è il territorio, certo i grani, i profumi, le consistenze. Ma c’è anche un’interpretazione personale, quasi autoriale.

Barbato non replica, traduce. 

Nel suo forno, non c’è solo pane, ma una idea, forte.

E qui torna la sua convinzione – condivisibile o meno, ma sicuramente stimolante – sul primato della formazione umanistica su quella meramente tecnica. Qui torna una delle sue convinzioni più nette: una formazione umanistica, se è vera formazione, allena uno sguardo più libero, meno meccanico, più capace di trovare soluzioni dove altri vedono solo procedure. Una creatività che non segue gli schemi, ma li reinventa.

Nel suo forno questo si traduce in prodotti che non cercano di stupire con effetti speciali, ma di convincere nel tempo. Pane che evolve, che cambia, che racconta stagioni e territori senza mai diventare prevedibile.

Pane e focacce artigianali nel panificio di Pascal Barbato sul Gargano

L’anomalia come metodo

Definire Barbato “anomalo” non è un vezzo giornalistico, è una constatazione. In un settore spesso diviso tra tradizionalisti puri e innovatori compulsivi, lui sta in una terza via: quella della consapevolezza.

Non è schiavo della tradizione, ma nemmeno la tradisce. Non rincorre le mode, ma le osserva con un certo distacco, quasi ironico. Il suo stile – anche personale, con quei baffoni a manubrio che sembrano usciti da un manifesto della Belle Époque, magari disegnato da Toulouse-Lautrec.– è coerente con il suo pensiero: elegante, colto, mai gridato.

Entrare nel suo forno, a San Marco in Lamis, è un’esperienza che chiarisce subito una cosa.

Non c’è fretta, non c’è spettacolarizzazione. C’è lavoro. C’è studio. C’è una cura quasi ossessiva per i dettagli che però non si esibisce, si percepisce.

Interno del panificio di Pascal Barbato a San Marco in Lamis

Il gusto secondo Pascal barbato è una narrazione

Parlare dei prodotti di Barbato senza cadere nel tecnicismo è difficile, ma necessario. Perché il punto non è il gergo tecnico con cui oggi si cerca di nobilitare ogni impasto. Il punto è cosa ti lascia.

Impasto di pane artigianale lavorato a mano nel panificio Barbato

I suoi pani hanno croste che raccontano il fuoco e molliche che raccontano il tempo. Non sono mai neutri. Hanno sempre una voce, un carattere. E soprattutto, una memoria: quella di un territorio che non viene messo in vetrina, ma interiorizzato.

Anche nelle altre produzioni – dai lievitati ai prodotti più “di conforto” – si ritrova questa idea di fondo: il gusto non è solo piacere immediato, ma esperienza. È qualcosa che resta, che ti accompagna anche dopo.

Perché Pascal Barbato conta davvero

In un panorama nazionale sempre più affollato di nomi dell’arte bianca, Barbato si distingue non solo per la qualità (che è altissima), ma per la sua visione. Non è semplicemente un bravo fornaio, è un interprete del pane contemporaneo.

Il suo lavoro ci ricorda una cosa semplice ma spesso dimenticata: il pane non è solo un prodotto. È un processo. È cultura. È identità.

E forse è proprio questo il suo contributo più importante: aver riportato il discorso sul pane fuori dal laboratorio e dentro un orizzonte più ampio, dove tecnica e pensiero si incontrano.

Non capita spesso di uscire da un forno con la sensazione di aver capito qualcosa in più, non solo sul pane, ma anche sul modo in cui lo si dovrebbe guardare. Con Pascal Barbato succede. Senso per le cose, senso per i sapori.

Uscendo dal forno di Pascal Barbato, a San Marco in Lamis, resta una sensazione rara: quella di aver capito qualcosa in più, non solo sul pane, ma sul modo in cui lo si dovrebbe guardare.

E di questi tempi, non è poco.

2 commenti su “Pascal Barbato, il fornaio filosofo del Gargano”

  1. La tua capacità di trasformare in poesia, il racconto dell’operato di un uomo, è veramente straordinaria. Pascal è veramente come lo descrivi. Aggiungerei, il suo sorriso, oltre ai baffi in stile belle Èpoque, con il quale affronta la vita nella sua interezza

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