In questo articolo racconto l’ origine della Tarte Tatin, un dolce che deve tutto a un errore fortunato.
Ci sono dolci che nascono da ricette perfette, studiate al milligrammo, ordinate come un plotone di soldatini…

E poi c’è la Tarte Tatin, uno dei dolci francesi più famosi, “figlia illegittima” di una catastrofe ai fornelli, dolce rivoluzionario che, prima ancora di conquistare il mondo, ha messo in crisi la pazienza dei francesi e la capacità degli italiani di pronunciarla senza creare imbarazzanti orrori fonetici.
L’ho sentita definire Tarte Tatìn, Tartetàtan, Tartan Tatèn, taratatà, Tattaratà, perepepè… roba che farebbe risorgere Escoffier solo per darci una mestolata in fronte.
Ma lasciamo da parte le vocali: Qui racconto la vera origine della Tarte Tatin, forse il dolce “a testa in giù” più famoso di Francia perchè l’essenza della Tarte Tatin non è come la dici; è come nasce. E nasce maluccio…
Anzi: nasce benissimo, proprio perché nasce male. Un ossimoro da dessert?
Origine della Tarte tatin e leggende – C’era una volta un errore
Siamo a Lamotte-Beuvron, Francia centrale. Fine Ottocento. L’Hotel Tatin è gestito dalle sorelle Stéphanie e Caroline Tatin. Due donne toste, pratiche, che tengono insieme un albergo, una cucina e una piccola leggenda gastronomica senza nemmeno saperlo.
La storia (forse…) la conoscono tutti, ma vale sempre la pena ripescarla, perché è la prova che la Tarte Tatin, questo celebre dolce capovolto francese, nasce da un destino che ha senso dell’umorismo.
Stéphanie, la cuoca delle due, fa una cosa banalissima: dimentica le mele sul fuoco. Troppo burro, troppo zucchero, troppa sicurezza. Le mele iniziano a caramellare, poi a spappolarsi, poi a diventare una sorta di marmellata rovente e appiccicosa. Una cosa che oggi qualche chef definirebbe “riduzione spontanea” e farebbe pagare 19 euro al cucchiaino, ma che allora era semplicemente panico allo stato puro, di quello che fa sudare le mani anche al più zen dei cuochi.
E cosa fai quando hai un servizio da mandare avanti e una pentola che sembra piena di sabbie mobili?
Inventi
Stéphanie prende della pasta brisée, la butta “alla brutta” sopra il disastrato ammasso di mele, ficca tutto in forno e spera che il cielo (gastronomico) la perdoni.
Il risultato? Un capovolgimento logico oltre che fisico: un dolce sottosopra, frutta sotto e pasta sopra, come se qualcuno avesse deciso che il modo corretto di servire una crostata fosse il contrario di quello che l’umanità aveva fatto fino a quel momento.
Il miracolo: dal panico alla santificazione!

Quando la torta esce dal forno, succede una cosa che ancora oggi affascina: non solo è buona, è quasi migliore così che “dritta”.
Il burro e lo zucchero, caramellando troppo, hanno creato quella laccatura lucida che pare disegnata da un artista, un’ambra dolce che avvolge le mele e incolla la pasta creando un equilibrio strambo, imperfetto, ma irresistibile.
È un dolce che non vuole piacere a tutti: vuole comandare. Se ti piace, bene. Se non ti piace, arrangiati! È nata da un errore, e non prova neppure a nascondere il suo carattere sfrontato.
Non è una di quelle torte furbette che fanno i complimenti, e forse proprio per questo è diventata un’icona della pasticceria francese tradizionale. Ed è proprio qui l’ origine della Tarte Tatin così come la conosciamo oggi.

Il fascino dell’imperfezione – oggi più che mai
Perché ci piace così tanto la storia di un errore diventato genio?
Perché proprio l’ origine della Tarte Tatin è la dimostrazione che in cucina la creatività non nasce dal controllo, ma dalla resa.
Dalla stanchezza, dalla fretta, dal “oh no, e adesso?”.
È un dolce che non sarebbe mai nato se tutto fosse andato come doveva.
In un’epoca in cui i dessert sembrano operazioni di chirurgia estetica — specchi, gelatine perfette, glasse lucide come sedie di design — la Tatin rimane un atto anarchico.
Ti guarda e dice: “Io sono così, stortignaccola, scura, caramellata fino quasi a bruciare. Capovolta. Eppure eccomi qua”.

Uno dei pochissimi dolci francesi che non fanno sentire in colpa se ti esce rozzo e diseguale: anzi, più rozzo è, più è giusto. E poi, c’è la famosa questione della pronuncia…
Ma poi, diciamolo: se un dolce nasce dal caos, perché dovrebbe pretendere ordine nella fonetica?
Gli italiani ci provano, con risultati degni di un cabaret gastronomico.
Ogni pasticceria, ogni ristorante, ogni zia che la prepara a Natale tira fuori una nuova variante linguistica.
E forse è proprio questo il bello: la Tarte Tatin è talmente potente da fregarsene anche del suo nome.
Chiamala come vuoi: lei resta la regina.
Morale della favoletta… benedetto l’errore che ribalta le cose!
Se non ci fosse stato quel momento di distrazione, oggi mangeremmo l’ennesima crostata di mele.
Invece abbiamo un dolce capovolto con un carattere tutto suo, che ha fatto scuola e che continua a insegnare una verità semplice: in cucina, spesso, gli errori non rovinano le ricette, le creano.
E allora magari la prossima volta che qualcosa ti scappa di mano, invece di imprecare, prova a pensarci: Stéphanie Tatin con un disastro in pentola ci ha regalato un simbolo.
Chissà che qualche altro pasticcio non diventi…
Fabio Riccio –
Interessato da più di venticinque anni al modo del cibo, crapulone & buongustaio seriale.
Dal lontano 1998 autore della guida dei ristoranti d’Italia de l’Espresso, Scrive sulla rivista il Cuoco organo ufficiale della FIC, ha scritto sulla guidade le Tavole della Birra de l’Epresso, Su Cucina a Sud, sulla guida Osterie d’Italia Slow Food, su Diario della settimana e L’Espresso, e quando capita scrive di cibo un po’ ovunque gli gusta.
Infine è ideatore e autore di www.gastrodelirio.it – basta questo?