Mangiare strano per sentirsi originali (ma poi tutti lo postano uguale)
Il food show permanente tra birre arcobaleno e risotti nelle pantofole

Una volta si mangiava. Oggi si perform-izza.
Nel grande circo del food 2.0 non conta che diavolo hai nel piatto, ma quanto è strano, assurdo, virale. L’importante è che stia bene nei reels instagram e che faccia gridare “wow” anche alla nonna dell’ultimo dei tuoi follower del Laos. Il gusto? Marginale. Il senso? Secondario. La qualità? Roba da passatisti.
Ormai la cucina “alternativa” è diventata più monotona di una mensa scolastica. Tutti pretendono di essere unici, ma alla fine si finisce tutti a mangiare la medesima pizza al carbone attivo E 153, magari fotografata da venti angolazioni diverse, e postata con la stessa caption pseudo-ironica: “Sì, l’ho fatto. #weirdfood”.
Il culto dell’insolito
Che poi, chi l’ha detto che un vino dev’essere rosso, bianco o rosato? Oggi, se non è blu puffo radioso, non se lo beve più nessuno. mangiare strano
C’è stato un tempo in cui la cucina ambiva nuovi orizzonti. Bei tempi! Oggi cerca solo nuovi effetti speciali. E così nascono le birre al wasabi, il gelato al baccalà mantecato con riduzione di liquirizia arsa, la pizza all’alga spirulina e kiwi, e il dessert a base di tofu mentolato in gelatina di sorbe bulgare.
Chi osa anche minimamente criticare questa vera e propria deriva, è bollato come reazionario gastronomico. “Non capisci l’evoluzione!” dicono. Ma se l’evoluzione porta a mangiare uno spaghetto diafano al sapore di “mare emozionale”, allora forse un passo indietro non sarebbe male.
La spettacolarizzazione eccessiva del piatto

Dietro ogni pietanza strampalata, c’è spesso una strategia social più che una ricetta ben studiata.
Non si cucina più per nutrire, né per emozionare il palato. Si cucina per essere instagrammabili. Piatti pensati come scenografie, coreografie da servire sul feed.
Perché la cucina, ormai, non ha più bisogno di fuoco.
Ha bisogno di luci a LED e di ring light. Di parole vuote ma altisonanti, specialmente per l’italiano medio, bipede pensante (poco…) dal vocabolario medio sulle 150 parole per essere generosi.
Di concetti che suonano bene anche se non significano poco o niente. Tipo:
- “attivato” mangiare strano
- “fermentato naturalmente con metodo ancestrale”
- “cotto a bassa empatia”
Una volta c’era la “cottura a bassa temperatura”. Ora c’è la “bassa empatia”: cioè il distacco assoluto dal (povero…) cliente che vuole solo un piatto normale.

Il pubblico: complice o vittima?
La verità è che il pubblico è sempre più parte attiva di questo sgangherato circo e ha la sua buona parte di colpa. Gli avventori sono stati subdolamente convinti a cercare non più piatti buoni, ma piatti e chef che facciano scena. Che possano essere fotografati, postati, condivisi, e magari anche derisi. Perché va bene anche lo sberleffo, purché si parli.
- Il gusto? Robetta secondaria.
- Il piatto è buono? Mah.
- Il ristorante merita? Non importa, basta che è “figo”.
Conta solo che il piatto si becchi il suo minuto di celebrità su TikTok. Che sia una pizza stampata in 3D, un piatto fluorescente, un’insalata servita in una boccia da pesci.
Intanto… il povero tortello burro e salvia, umile e saporito scrigno di bei sapori, poverino viene lasciato marcire nell’anonimato perché, si sa, non fa spettacolo.
La falsa idea di “rivoluzione gastronomica”
Ormai, si spaccia questa caccia allo strampalato come una sorta di rivoluzione culinaria. Una sfida ai canoni, un’apertura mentale.
Ma quale apertura! Sono solo trovate da baraccone, ripetute con variazioni minime da ristorante a ristorante.
- La pizza nera al carbone attivo? Vista.
- La pasta all’inchiostro con crumble di camomilla? Già fatta.
- Il cocktail al gin e alga wakame con vapore al bergamotto? Già bevuto, e anche con un certo pentimento.
La verità è che l’alternativo è già diventata sistema. Non è più sorprendente, è semplicemente stancante.

L’effetto collaterale: il gusto dimenticato
Il problema non è solo estetico. È anche gastronomico. Perché, nella gara allo shock visivo, ormai si cucina più. Il gusto è diventato un qualcosa di collaterale, spesso fastidioso, quasi fuori luogo.
Chi ha il coraggio di dire pubblicamente che il “risotto ai licheni artici con olio di canapa disidratata” sa di proprio di nulla? Nessuno, perché si rischia di passare per ignoranti.
Così si finisce a celebrare il vuoto, travestito da esperienza multisensoriale. Dove tutto è decorato, ma nulla ha senso (e… sapore) compiuto.
Conclusione (ben poco gourmet, ma molto sincera)
Cucinare non è stupire. Cucinare è rispettare l’ingrediente. È dare un senso al piatto creando sapori e da lì emozioni per i sensi. È far venire voglia di tornare.
Il cibo strano ha fatto il suo tempo. Adesso, ci vorrebbe un po’ di umiltà per tornare normali, per fare un arrosto come si deve, per mantecare un risotto senza usare il termine “emozionale”. Magari ci sembrerà retrò. Ma almeno è buono. E questo, al netto dei filtri, vale ancora qualcosa.
mangiare strano
Fabio Riccio –
Interessato da più di venticinque anni al modo del cibo, crapulone & buongustaio seriale.
Dal lontano 1998 autore della guida dei ristoranti d’Italia de l’Espresso, Scrive sulla rivista il Cuoco organo ufficiale della FIC, ha scritto sulla guidade le Tavole della Birra de l’Epresso, Su Cucina a Sud, sulla guida Osterie d’Italia Slow Food, su Diario della settimana e L’Espresso, e quando capita scrive di cibo un po’ ovunque gli gusta.
Infine è ideatore e autore di www.gastrodelirio.it – basta questo?