Food porn: 5 motivi per cui ci ha stufato
C’è stato un tempo in cui il cibo vero era semplicemente… cibo
E allora sì: questa non vuole essere l’ennesima celebrazione, ma una vera e propria critica al food porn.
Lo si cucinava con quello che si aveva; lo si portava in tavola senza troppi fronzoli; lo si mangiava in compagnia; lo si digeriva, e fine della storia. Nessun bisogno di filtri, di ring light o di hashtag pronti a trasformare anche il più innocuo dei piatti in uno show.
Poi è arrivato il famigerato food porn. Da lì in poi niente è stato più lo stesso. È iniziata una gara a chi metteva più filtri al sugo di pomodoro, più contrasto su una fetta di pizza, più saturazione su una fogliolina di basilico. Il risultato? Piatti scintillanti su Instagram, ma cucine sempre più tristi e svuotate di sostanza.
E allora sì: il food porn ci ha ufficialmente rotto. Ecco perché.
1. I piatti veri sono brutti
La lasagna della nonna si presenta in tavola come una maceria fumante; la carbonara autentica ha il guanciale che cola grasso senza pudore e il pecorino che fa grumi, mica la crema perfettamente liscia delle pubblicità; il bollito misto, se vogliamo dirla tutta, pare Frankenstein nel piatto: pezzi di carne afflosciati; brodi torbidi; verdure spappolate.

Eppure, sono proprio queste imperfezioni a rendere un piatto autentico e memorabile. Le foto patinate, invece, sono spesso pura finzione: roba che nella realtà non mangeresti nemmeno sotto tortura, e che al primo morso delude come la promessa di un politicante in campagna elettorale.
2. La vita mica ha il filtro Valencia
Il problema non è Instagram in sé, ma tutte le fandonie che ci propina. Tutto deve apparire perfetto; lucido; brillante; instagrammabile. La realtà però è un’altra: il cibo vero non ha bisogno di ring light, ma di appetito. Nessuno davanti a un piatto fumante ha mai detto: “Wow, guarda che controluce perfetto sul mio ragù!”
Il ragù non ha bisogno di filtri, perché il suo profumo parla da solo. La scarpetta finale, quella che lascia la macchia rossa sul piatto, vale più di mille stories. Oggi però sembra che se un piatto non è fotogenico, non valga la pena mangiarlo. È un paradosso: sacrificare il gusto all’estetica; come se la cucina servisse a raccogliere cuoricini digitali invece di saziare stomaci reali.
3. Più tempo con lo smartphone che con la forchetta

Le tavolate di una volta erano fatte di chiacchiere, vino, racconti e risate. Oggi, invece, sono set fotografici improvvisati. Piatti che raffreddano; amici che sbuffano; camerieri che ti fissano con odio muto mentre cerchi l’angolo giusto per la foto.
Ti alzi, giri attorno al tavolo come un regista di Hollywood, sposti bicchieri e tovaglioli per trovare “l’inquadratura perfetta”. E intanto? La pasta scuoce; la pizza diventa gommosa; il fritto perde croccantezza. Alla fine, l’unica cosa che resta calda è la batteria del telefono. Un teatrino tragicomico che ormai rende secondario il gesto di mangiare rispetto all’atto di fotografare.
4. Il food porn ha standardizzato il gusto
Un tempo ogni città, ogni quartiere, ogni famiglia aveva le proprie ricette. Oggi, invece, apri Instagram e trovi sempre le stesse cose: avocado ovunque; tuorli colanti come se non ci fosse un domani; pizze pentagonali (o rettangolari, o di qualsiasi forma, purché improbabile) solo per sembrare “cool”.

Così perdiamo il senso stesso della diversità gastronomica. Il bello della cucina è l’imperfezione che diventa carattere: la pasta condita a occhio; la zuppa troppo densa; il dolce che non lievita abbastanza ma sa di domenica pomeriggio. Il food porn ci spinge a inseguire un’estetica globale e piatta che livella tutto. Alla fine mangiamo, fotografiamo e desideriamo sempre le stesse cose. Perché? Perché “così fa like”.
5. Il food porn ci ha tolto l’appetito
Mangiare non è solo nutrirsi: è emozione; convivialità; memoria. È sedersi a tavola e ricordare un’estate in campagna; o un Natale passato. È chiacchierare con chi ti siede accanto; rubare una patatina dal piatto del vicino; fare la scarpetta senza ritegno.
Ma, trasformare ogni piatto in spettacolo ha ucciso il lato umano del cibo. Ci lascia solo l’immagine, non la sostanza. Ci lascia la foto, non la soddisfazione. Con una foto non ci si sazia. Anzi, più guardi immagini patinate, meno hai voglia di sporcarti le mani davvero.
Conclusione: viva la cucina brutta (ma vera)
Forse è arrivato il momento di ribellarci. Basta rincorrere l’hashtag #foodporn: torniamo a inzozzarci le mani di sugo, a ridere delle macchie sulla tovaglia, a godere delle salse che colano.
Perché il piatto che resta impresso non è quello che fa 200 like, ma quello che ti riempie la pancia e il cuore.
Ridateci il ragù spatasciato, il fritto unto, la pizza a portafoglio: insomma, i piatti autentici che fanno felici. La pizza piegata a portafoglio. Ridateci il pane che cade a terra; la birra che si sgasifica; la pasta scotta che però sa di casa.
Il vero cibo non fa foto. Il vero cibo fa felici
Fabio Riccio –
Interessato da più di venticinque anni al modo del cibo, crapulone & buongustaio seriale.
Dal lontano 1998 autore della guida dei ristoranti d’Italia de l’Espresso, Scrive sulla rivista il Cuoco organo ufficiale della FIC, ha scritto sulla guidade le Tavole della Birra de l’Epresso, Su Cucina a Sud, sulla guida Osterie d’Italia Slow Food, su Diario della settimana e L’Espresso, e quando capita scrive di cibo un po’ ovunque gli gusta.
Infine è ideatore e autore di www.gastrodelirio.it – basta questo?



Finalmente qualcuno che dice basta alle foto patinate. Molto meglio una carbonara scomposta col pecorino a grumi o un ragù che macchia la tovaglia 😉