Quando si parla di etichette del vino, spesso si pensa a DOC e IGT. Ma c’è un altro livello, molto più sottile: quello dei marchi del vino, di nomi, cognomi e toponimi che finiscono in etichetta.
Ci sono pomeriggi in cui ti ritrovi a parlare di vino davanti a un pubblico che, invece di chiederti della macerazione sulle bucce o della solforosa sì/no, potrebbe serenamente citarti un articolo del codice civile, anzi di quello della proprietà industriale, con tanto di interpretazione giurisprudenziali fino all’ultimo comma.
E già questo, diciamolo, basterebbe a rendere la situazione coinvolgente. Se non altro per una sottile, piacevole tensione: chi metterà sotto esame chi? Che succede quando i segni di riconoscimento presenti in etichetta non sono solo DOC e IGT?
Attenzione dunque: qui per etichette del vino non si parla solo di DOC, DOCG o IGT – niente classificazioni da scaffale o guide per neofiti. Il terreno è un altro, decisamente più scivoloso (e interessante): quello dei nomi e dei cognomi, ma anche a volte dei toponimi, che vanno a finire in etichetta “in funzione di marchio”.
Problematiche legali delle etichette del vino
Siamo a Bologna, alla Cantina Bentivoglio. Che non è una “location” nel senso anodino del termine, ma un luogo con memoria. Un posto che ha visto passare musica, facce, storie, bottiglie svuotate con criterio e altre decisamente meno.
Quasi un sacrario (laico…) cittadino dove il vino ha sempre avuto un ruolo da protagonista, spesso accompagnato da jazz e conversazioni fuori copione. Questa volta però niente sax: si è parlato di diritto. O meglio, di quell’incrocio affascinante e un bel po’ spigoloso tra diritto e vino.
L’evento è firmato AIGA Bologna e questo significa una cosa molto semplice: il pubblico è composto esclusivamente da avvocati. Giovani, per statuto, ma già perfettamente attrezzati per riconoscere un cavillo a chilometri di distanza.

Tanti avvocati, seduti con eleganza composta, sguardi attenti, pronti a districarsi all’interno di una etichetta tra denominazioni e segni distintivi con la stessa naturalezza con cui si affronta un’udienza. Tradotto: niente pubblico “facile”.
Etichette del vino e diritto: nomi geografici e cognomi in etichetta
Il titolo era già un piccolo manifesto: I marchi del vino: nomi geografici e segni patronimici in etichetta.
Una di quelle formule che, a leggerla così, potrebbe sembrare materia per pochi iniziati. In realtà è il cuore pulsante di un mondo dove il vino smette di essere “solo” vino e diventa identità, reputazione, tutela. E sì, inevitabilmente, anche terreno di scontro.
Perché dietro una denominazione c’è un territorio, ma anche un sistema di regole. Dietro un marchio in etichetta c’è una storia, ma anche un potenziale conflitto.
E quando questi elementi si incontrano – e si scontrano – entrano in gioco tribunali, sentenze, orientamenti giurisprudenziali e loro interpretazioni. Altro che “bevi e via”.
A tenere il timone ci ha pensato Pandora Poppi, con interventi che non sono stati mera gestione dei turni di parola, ma vera regia: dare ritmo, tenere alta l’attenzione, evitare l’effetto “aula universitaria del lunedì mattina”.
Poi gli interventi. Raffaella Bisceglia ha preso per mano la platea e l’ha accompagnata tra nomi geografici, segni descrittivi e soprattutto marchi, cioè tutto quell’universo di indicazioni presenti in etichetta che spesso noi comuni mortali diamo per scontato.
Precisione chirurgica, sì, ma senza quella freddezza da manuale. Anzi, con una capacità rara di rendere viva una materia che rischierebbe di restare confinata nei codici.
Filippo Calda ha invece spinto sull’acceleratore sui marchi patronimici, portando casi concreti, orientamenti e quelle sfumature interpretative che fanno la gioia degli avvocati – e, sorprendentemente, anche di chi ama il vino.
Perché capisci che dietro a un nome c’è molto più di una scelta stilistica: c’è un equilibrio delicato tra diritto a usare la propria identità e necessità, protetta dall’ordinamento ai massimi livelli, proprio di non creare confusione per il pubblico.
Quando il vino è nel bicchiere (e smette di essere solo teoria)
E poi, inevitabilmente, arriva il momento in cui le parole iniziano a chiedere un riscontro più concreto. Si passa dalle definizioni ai calici.

La degustazione – quella che nel programma è stata, con understatement quasi britannico, definita “piccolo accompagnamento gastronomico” – è diventata il punto di contatto tra teoria e pratica.
Il momento in cui i marchi sulle etichette di vino si sono fatti liquidi.
Insieme a Raffaella Bisceglia abbiamo provato a tradurre i concetti in sensazioni, profumi, consistenze tangibili.
Non è stato un gioco. Perché quando hai davanti un pubblico di avvocati, sai che ogni parola viene pesata, soppesata, eventualmente impugnata. E scopri che anche ogni sorso subisce lo stesso trattamento: analisi, confronto, giudizio (per fortuna non definitivo).
I vini: approcci diversi e nessuna guerra ideologica
I vini degustati? Una selezione che, senza far troppo rumore, ha raccontato mondi diversi del territorio emiliano-romagnolo.
Senza bisogno di sventolare bandiere o infilarsi in sterili contrapposizioni ideologiche.
Diciamo che tra le bottiglie degustate, due ammiccavano a pratiche più “consapevoli”, mentre le altre hanno percorso strade più classiche. Ma tutte, senza eccezione, si sono mosse su un livello qualitativo decisamente alto.
Proprio questo il punto: il confronto silenzioso
Nessuna dichiarazione di appartenenza, nessun manifesto. Solo calici, naso, bocca e cervello. Ognuno libero di costruirsi la propria idea, senza bisogno di etichette – e qui il gioco di parole è fin troppo scontato.
Il tagliere (che poi tanto piccolo non era)
Il tagliere, dal canto suo, è stato “piccolo” solo nella definizione ufficiale.

In realtà ha svolto un ruolo fondamentale, accostandosi ai vini con quella concretezza che serve per non perdere il contatto con la realtà.
Perché va bene parlare di diritto del vino, di marchi, di identità, ma poi qualcosa di solido da addentare ci sta bene. Un ancoraggio. Un equilibrio.
Il vero punto: attenzione, ascolto, linguaggio
La cosa più interessante, alla fine, non è stata tanto la qualità – pur alta – di ciò che è finito nei calici.
Né la complessità dei temi affrontati.
È stata l’attenzione. Quella vera. Quella di chi arriva da un mondo diverso, ma decide di mettersi in ascolto.

Avvocati che annusavano, assaggiavano, facevano domande. Che collegavano concetti giuridici alle sensazioni gustative.
Che scoprivano, forse, che il vino non è solo un prodotto, ma un linguaggio.
Un linguaggio fatto di territorio, di persone, di scelte produttive. E sì, inevitabilmente, anche di diritto.
Etichette del vino (epilogo senza contenzioso)
Alla fine, nessun contenzioso. Nessuna eccezione sollevata. Ma chissà.. forse un rinvio sì (si spera).
Solo calici vuoti, qualche sorriso in più e la sensazione che in questo incontro tra mondi tutto ha funzionato.
Perché diritto e vino, a ben vedere, condividono più di quanto sembri: equilibrio, interpretazione, e quella sottile linea tra regola e libertà.
Un po’ come in un buon blend…

Fabio Riccio –
Interessato da più di venticinque anni al modo del cibo, crapulone & buongustaio seriale.
Dal lontano 1998 autore della guida dei ristoranti d’Italia de l’Espresso, Scrive sulla rivista il Cuoco organo ufficiale della FIC, ha scritto sulla guidade le Tavole della Birra de l’Epresso, Su Cucina a Sud, sulla guida Osterie d’Italia Slow Food, su Diario della settimana e L’Espresso, e quando capita scrive di cibo un po’ ovunque gli gusta.
Infine è ideatore e autore di www.gastrodelirio.it – basta questo?