Negli ultimi tempi, tra un’intervista e un microfono piazzato sotto al naso, sembra che alcuni cuochi abbiano messo da parte il mestolo per indossare i panni dei disincantati.
“Non salviamo vite”, “Siamo solo cuochi”, “Alla fine facciamo solo da mangiare bene…”
Parole che avranno fatto sobbalzare più di qualcuno sulla sedia: bestemmie? Depressione?
No: piuttosto antidoti. Antidoti contro il culto ormai ipertrofico dello chef semidio, del cuoco trasformato in santino da venerare, o peggio, in un influencer con la giacca bianca tappezzata di loghi.
Parole che grattano via il luccichio e ricordano che cucinare resta un mestiere bellissimo, ma pur sempre terreno, umano, sudato.

Il mito dello chef semidio
Per anni ci hanno venduto gli chef come supereroi missilistici, pronti a salvare l’umanità a colpi di riduzione all’aceto balsamico.
Adesso qualcuno osa dire: calma, siamo solo cuochi, non chirurghi in sala operatoria. E giù altre polemiche. chef e pizzaioli

Pizzaioli trasformati in “pizzastar”
Nel frattempo, anche tanti pizzaioli si sono trasformati in “pizzastar”: non più (solo) mani infarinate e forni roventi, ma passerelle televisive, linee di abbigliamento, sponsor e pizze a 18 euro con sopra “dei concetti”, mica il pomodoro.
La cucina e il mondo della pizza rischiano così di ridursi a spettacolo, ego e storytelling, mentre i sapori veri finiscono schiacciati sotto i riflettori.
Divismo e conseguenze sulla cucina reale
Perché allora tanti cuochi non vogliono più essere “solo cuochi”? Perché dietro quella massa hanno paura di sparire. Visibilità, follower, stelle Michelin, premi, articoli: il riconoscimento passa anche (e soprattutto) per il divismo.
E diciamolo: chi lavora in un campo creativo non cerca solo soldi, ma vuole essere visto, ricordato, applaudito.
Il problema è che, a furia di correre dietro al mito, si perde il contatto con la cucina reale. Quella dei turni pazzeschi, delle bruciature sulle mani, dei fornitori pronti a fregarti alla prima occasione, e dei clienti che ormai giudicano più dalla foto su Instagram che dal sapore in bocca.
E noi clienti? Colpevoli anche noi. Scegliamo il ristorante non per la pasta e fagioli che commuove, ma per lo scatto da postare. Così alimentiamo il mostro.
Chef-star e pizzastar: due facce della stessa medaglia

Chef-star
- Volto televisivo, libri (spesso ghostwritten), testimonial di pentole, diete miracolose, influencer multitasking. chef e pizzaioli
Pizzastar
- Fenomeno recente: dal banco farina al banco televisivo, tra show, masterclass a pagamento e merchandising. chef e pizzaioli
Entrambi stanno trasformando mestieri concreti in un simulacro astratto, distante dalla realtà.
Chi ci crede acriticamente si nutre di illusioni: anni di gavetta saltati, sacrifici invisibili, turni massacranti nascosti.
E nasce la gerarchia tossica del “chi ce l’ha fatta” contro “chi è rimasto dietro”.
Come tornare coi piedi per terra
- Trasparenza, non solo filtri. Raccontare anche la fatica, gli errori, le rinunce. Non solo mise en place perfette e piatti luccicanti.
- Ridimensionare il culto dell’immagine. Usare i social per mostrare sostanza: materie prime, artigiani, gesti veri. Non la sola opera di un bravo fotografo.
- Il cliente come fine, non come mezzo. Chi mangia non è spettatore di un’opera concettuale: è parte dell’esperienza. Convivialità, gusto, ospitalità valgono più di mille luci.
- Equilibrio tra identità e accessibilità. Alta cucina sì, ma senza “latinorum gastronomico” per pochi eletti. Anche senza stelle si può fare grande cucina.
- Formazione ed etica. Non solo tecnica: serve consapevolezza, senso critico, comunità. Un cuoco (come un pizzaiolo) resta un artigiano del piacere, non un profeta da palcoscenico.
Conclusione: più umanità, meno palcoscenico
Alla fine, la frase “Noi chef non salviamo vite” suona come una bestemmia, in realtà è un salutare pugno nello stomaco.
Ci ricorda che la cucina è importante, il cibo fondamentale, ma restiamo esseri umani, con limiti e fragilità.

Non servono superpoteri per regalare piacere: basta un gesto sincero, un piatto fatto con cura, un tavolo condiviso
Forse uno chef o un pizzaiolo non salva vite. Ma può salvare momenti.
E quei momenti — figli di un pomodoro affettato nella quiete notturna, di una pizza condivisa tra amici, di una zuppa che sa di casa — valgono più di qualsiasi passerella televisiva.
Perché lì non si salvano vite, ma si salva umanità. chef e pizzaioli
E voi?
Preferite lo chef-star televisivo o il cuoco di quartiere che vi fa emozionare con un piatto semplice?
Fabio Riccio –
Interessato da più di venticinque anni al modo del cibo, crapulone & buongustaio seriale.
Dal lontano 1998 autore della guida dei ristoranti d’Italia de l’Espresso, Scrive sulla rivista il Cuoco organo ufficiale della FIC, ha scritto sulla guidade le Tavole della Birra de l’Epresso, Su Cucina a Sud, sulla guida Osterie d’Italia Slow Food, su Diario della settimana e L’Espresso, e quando capita scrive di cibo un po’ ovunque gli gusta.
Infine è ideatore e autore di www.gastrodelirio.it – basta questo?