Addio a una stella storica: cosa ci dice davvero questa scelta

Mi ci sono voluti un po’ di giorni — paucos dies qui — direbbero i nostri antenati latini, per lasciare sedimentare la notizia e capire da dove partisse quel fastidio sottile, quel brontolio di fondo che sentivo salire per la schiena. Non è tanto che Arnaldo – Clinica Gastronomica di Rubiera abbia perso la stella. È cosa comporta quella perdita. Perché lì, a Rubiera, non è caduto solo un riconoscimento: si è spezzato un filo, uno dei pochi che ancora collegavano la guida rossa a ciò che per decenni ha legittimato il suo sguardo sul mondo della tavola italiana.
Arnaldo perde la stella più longeva d’Italia che scompare senza troppo clamore: una cesura netta, una porta che sbatte forte. E con lei, quel tipo di innocenza gastronomica che da tempo si è ridotta a un lumicino, ma che esiste ancora come memoria e come possibilità. Perché diciamocelo: nella guida rossa, nei “piani alti-stellati” osterie, trattorie, rustici “elegantoni” e tutte quelle infinite sfumature di cucina vera, di territorio, di barbaglio identitario… non se ne vedono quasi più. O, più onestamente, non ce n’è più nemmeno una. Corregetemi se sbaglio.
Il paradosso del “format”
Il paradosso è che una guida che, sulla carta, dovrebbe raccontare la qualità del mangiare in tutte le sue forme, oggi sembra mostrare solo un’unica faccia ben stirata: quella del format. Che poi, chiariamoci, non è nemmeno un male in sé, anzi. Il percorso degustazione a tappe, la sala che brilla come un bisturi, il personale moltiplicato, il sommelier che parla del terroir in lingue morte… tutto bello, tutto legittimo.

Ma, quando la stella arriva – magari a un locale che non se l’aspettava (capita a volte…) – il format diventa gabbia.

E così inizia la corsa: rifare gli interni, alzare le luci, abbassare le luci, cambiare mise en place, aggiungere un sous-chef, poi un pastry-chef, poi un mixologist, poi il tizio che viaggia col trolley pieno di tisane. La cucina che si affolla e il conto che sale. E il cliente? Paga quello che qualche architetto definirebbe “superfetazioni”: aggiunte su aggiunte che a volte servono, a volte no, ma che pesano sempre, sul conto principalmente.
Il ricordo di una trattoria da due stelle
Intanto, nel frattempo, uno come il “mitico” Cantarelli — sì, proprio lui, quello sperso nella nebbia padana di Samboseto — negli anni ‘70 aveva due stelle facendo la trattoria vera, non lo spettacolo. Due. Stelle. E io ancora mi mangio le mani per non averci mai messo piede per meri motivi anagrafici.
Arnaldo perde la stella e l’apparenza supera il gusto
È allora inevitabile domandarsi: quando è successo che l’apparenza ha cominciato a correre più veloce del gusto? Quando il racconto ha scalzato la sostanza? La Michelin ci ricorda, ogni anno, che i suoi criteri sono cinque, e tutti condivisibilissimi: qualità dei prodotti, tecnica, armonia dei sapori, personalità dello chef, costanza della proposta.
Tutto giusto. Tutto rispettato. Ma — e qui casca l’asino — non sono certo solo i ristoranti nella rossa guida a rispettarli. Ce ne sono decine, centinaia, sparsi per l’Italia, che quei criteri li incarnano alla lettera e che invece restano fuori come comparse silenti.
La verità, probabilmente, sta nel fatto che la rossa oggi non fotografa più del tutto “la cucina di qualità”: fotografa una tipologia di qualità. Un’idea precisa di esperienza gastronomica che passa per un certo tipo di mise en scène, un certo tipo di racconto, un certo tipo di sala, un certo tipo di percorso culinario. E se non entri nel frame, non esisti. È un po’ come giudicare un romanzo usando il metro della poesia: non sbagli, ma perdi un mondo.
Un codice che si autoalimenta
Non sto dicendo che sia un complotto dietro al fatto che Arnaldo perde la stella, né che siano tutti ciechi. Semplicemente, si è creata una traiettoria e ora quella traiettoria si autoalimenta. Ogni anno un po’ di più. punto. È diventata una lingua, un codice. E come tutti i codici, riconosce e privilegia ciò che più gli somiglia.
Che poi la Michelin continua a essere importante, certo che lo è! E’ quella che muove più prenotazioni, sposta le attenzioni, fa dialogare pubblico e cuochi. Però comincia a essere sempre più chiaro che quel dialogo riguarda solo una parte del mondo gastronomico, non più il mondo intero. E quando la stella più vecchia d’Italia scompare, quel che percepisci non è solo la fine di una storia: è la conferma che ormai si gioca su un solo campo.
Perché certe guide contano ancora
A questo punto qualcuno potrebbe chiedermi: ma perché te la prendi così, se da trent’anni lavori per un’altra guida dei ristoranti? Perché alla fine per tutti noi che amiamo la tavola — davvero, non per moda — le guide, quelle vere, che non sono molte poi, (non le innumerevoli che per inserirti inviano un conto da pagare — magari regolarmente fatturato — al ristoratore scalpitante che vuole emergere) restano delle bussole per capire dove siamo e dove stiamo andando. Sono barometri, specchi, guide, appunto.
E se lo specchio smette di riflettere pezzi di realtà, allora qualche domanda bisogna farsela.
Riscoprire la semplicità prima che sia tardi
Forse siamo arrivati a un punto in cui servirebbe una riscoperta del semplice. Non del banale: del semplice. Della cucina che non corre dietro ai fuochi d’artificio, ma alla felicità pura del piatto. Della sala che non deve giustificare ogni piccolo gesto non in linea. Dell’oste che non ha bisogno di raccontarti la vita del pomodoro, perché tanto si sente già da solo.
Non morirà nessuno, se Arnaldo perde la stella, ovviamente, e la cucina italiana continuerà a correre forte, a cambiare, a stupire. Meno male. Ma, se vogliamo che resti fedele a sé stessa, dobbiamo anche imparare a guardare oltre quel che brilla. Perché a volte, come succede spesso in campagna, la luce più calda è quella che non si vede da lontano, ma quella che ti scalda quando ci entri.
E forse — dico forse — sarebbe bello che una guida che da oltre un secolo vuole raccontare il meglio del mondo gastronomico, si ricordasse che il “meglio” è fatto anche di luoghi come Arnaldo. E che perderli non è solo un aggiornamento dell’elenco: è una sconfitta culturale.
Fabio Riccio –
Interessato da più di venticinque anni al modo del cibo, crapulone & buongustaio seriale.
Dal lontano 1998 autore della guida dei ristoranti d’Italia de l’Espresso, Scrive sulla rivista il Cuoco organo ufficiale della FIC, ha scritto sulla guidade le Tavole della Birra de l’Epresso, Su Cucina a Sud, sulla guida Osterie d’Italia Slow Food, su Diario della settimana e L’Espresso, e quando capita scrive di cibo un po’ ovunque gli gusta.
Infine è ideatore e autore di www.gastrodelirio.it – basta questo?
Mia moglie avrebbe detto: la Michelin con Arnaldo aveva creato un mito e i miti non si toccano.