Da Altilia alla Trattoria da Filomena Bojano

Di Serena Manzoni

Per favore… fatemi scendere! Voglio scendere da questa vita che mi sta un po’ sopraffacendo: mi serve tempo, mi serve più tempo! Ultimamente è un continuo ripetere e pensare questa solfa… troppo lavoro e troppo da fare quando dal lavoro ci si ferma…voglio scendere!

E allora scendiamo… oggi non si lavora… Fabio, andiamo?

E dove?

Questa volta andiamo in Molise bella forza direte voi, già ci state! È vero, ma anche questa Lilliput permette di trovare dei luoghi per l’evasione, per l’andare lontano. Anzi, sono convinta che il Molise sia una delle regioni che ospita diverse occasioni per sentire l’idea della lontananza, almeno per me.

trattoria da Filomena Bojano
Una veduta del sito archeologico di Altilia  (CB)

La città è romana, ma prima dei romani da quelle parti si sono fatti vedere anche i sanniti. C’è un teatro, una basilica, un macellum e una zona termale, come in tutte le città romane che si rispettano l’organizzazione urbanistica si sviluppa sulle due vie principali: il decumano e il cardo che terminano con quattro porte monumentali. C’è un fiume e c’è una montagna: il fiume è il Tammaro e la montagna è il Matese. Siamo ad Altilia, località di Sepino, ancora Molise, quasi Campania. E non è soltanto una zona archeologica di grande interesse, con la sua cinta muraria e le sue stratificazioni, è un luogo dove uscire dal tempo. Forse perché è un luogo “separato”, anche se la strada è decisamente vicina, aperto e nello stesso tempo chiuso, un luogo in cui senti profondamente che ti stai staccando da quella vita che un po’ ti schiaccia, è una pausa, una parentesi.

C’è rumore di acqua, quella che non sgorga più dalla Fontana del Grifo, trattoria da Filomena Bojano quella che ancora è neve sulle cime della possente montagna, quella che sorge in polle tra le pietre e i prati di Altilia che sono pronti a ricevere la primavera, con i primi “occhietti della Madonna” (quale sarà il loro nome in botanica?) ed un cielo che oggi ricorda il loro colore. La strada non si sente, si sente il brucare delle pecore e lo scalpiccio delle capre che in barba al divieto di camminare lungo i muri, si aggirano curiose e affamate. C’è un pastore immobile che ascolta il sole dietro il suo cappello. Anche loro, stratificazioni del tempo, come le case settecentesche cresciute sul semicerchio del teatro, come me che raccolgo una ghianda che proverò a piantare sperando nasca un albero. Paesaggio da Gran Tour, anche se la cronache ci dicono che difficilmente i viaggiatori che lo compivano si spostavano a sud, oltre alle mete di Roma, Napoli e dintorni, anche se con qualche eccezione.

Trattoria da Filomena BojanoEd ora andiamo a mangiare… prendiamo Porta Bojano e andiamo appunto lì, alla Trattoria Da Filomena che, nonostante abbia da un po’ di anni cambiato sede, rimane nella cucina uguale a sé stessa e per questo affidabile. Affidabile appunto,nella sua pasta e ceci e nelle sue scamorze alla brace, nelle sue trote e nei suoi torcinelli, affidabile e stupefacente nelle sue patate fritte che sono quelle vere e nelle sue crostate. La cucina è semplice e ben fatta, l’atmosfera è cortese e accogliente, i tulipani sui tavoli sono freschi, in fondo anche qui siamo in una pausa, una parentesi. Si tratta di uno di quei ristoranti che vorresti ce ne fossero di più, magari senza slanci da alta cucina, ma buoni e genuini.

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Interno della Trattoria da Filomena  Bojano

Ricette semplici e materia prima di gran classe, mette d’accordo palati raffinati alla ricerca di sapori autentici con chi cerca semplicemente una trattoria in cui sostare magari per una pausa pranzo senza fronzoli ma di qualità appurata. Sappiate che la trattoria, a parte il sabato sera, è aperta soltanto a pranzo.

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Una Veduta di Morcone (BN)

E il caffè? Non vogliamo staccarci da questa parentesi, da questa lontananza in cui stiamo così bene e Fabio mi chiede: andiamo a prenderci il caffè in Campania? Raggiungiamo Morcone già in provincia di Benevento, lasciamo la macchina fuori da centro storico e non possiamo che lasciarci camminare su e ancor più su per infinite scale, ancora fuori dal tempo quotidiano, tra un gatto opaco e un suono di campane, passo su passo fino a che le gambe dolgono, dimenticandoci del caffè, dimenticandoci del troppo lavoro e del troppo da fare quando dal lavoro ci si ferma.


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