Marchette, Enomarchette, Gastromarchette…

Di Fabio Riccio,    

Quale è il confine tra una corretta informazione e quelle che in gergo vengono chiamate “marchette”?

Tema dibattuto e controverso da sempre, ma molto interessante anche per chi scrive di vino, ristoranti e gastronomia in genere.

Così, prima di addentrarci in una (molto superficiale, lo so…) analisi di questo che purtroppo è un fenomeno diffuso, vi racconterò qui dei “fatterelli” che hanno come protagonisti tre persone iscritte all’albo dei giornalisti sia come giornalisti veri e propri, sia come pubblicisti, e che scrivono (oppure hanno scritto), anche sulla carta stampata nazionale (e non…) di enogastronomia.

marchette tariffario

Non preciso, nomi, età e sesso di queste persone.

  • Invito a un pranzo e degustazione di vini in una cantina.

    L’invito è esteso al sottoscritto.

    Cantina quasi nuova di zecca, perfetta in ogni dettaglio, pulizia da sala operatoria, il tutto è anche firmato da un architetto “di grido”.

    Una cantina… modaiola, forse l’aggettivo giusto.

    Titolari gentili e simpatici, enologo ciarliero bel lieto di divulgare il suo “credo, ma vini che non mi sono affatto piaciuti.

    Noiosi e finti i rossi, in gran parte da abuso di legno, da sospetti di gomma arabica e magari uso dell’osmosi inversa per aver più “peso” visto la consistenza “marmellatosa” del tutto.

    Banali e profumati come un dopobarba da grande magazzino i bianchi. Vini da da signorine tacco 12.

    Sono i soliti vini “furnbetti” che vendono a quel tipo di pubblico (di bocca buona) che guarda più alle belle etichette e al marketing, che al reale contenuto o al territorio.

    Ma il tempo passa lo stesso in allegria, l’ambiente è gradevole, il pranzo ottimo e i commensali tutti simpatici.

    Alla fine della giornata chi ha accompagnato (giornalista) mi chiede:

    «Piaciuti i vini?»

    Io nicchio…

    «Bella l’accoglienza ma i vini non mi hanno convinto molto (per non dire che non mi sono proprio piaciuti).»

    «In effetti… non sono la fine del mondo»

    «Vabbè, però scriverai un articolo su questa cantina nel tuo sito?»

    Rispondo:

    «No»

    «Perchè?»

    «Perchè… semplicemente non mi sono piaciuti. Gusto personale a parte, li ho trovati scontati, banali e troppo mistificati in cantina, e io sul mio sito non scrivo di cose che non mi piacciono, e neanche perché mi hanno (gentilissimamente) invitato»

    «Ma, come, ti hanno anche regalato una campionatura di bottiglie, e tu non non gli scrivi neanche due righe?»

    La discussione finisce qui.

    Troppo distanti i punti di vista.

    Mi sa che nonostante un esame passato con lode (quello da giornalista professionista), quello che dovrebbe essere il ruolo della stampa, e in special modo questo in ogni campo, non è per nulla chiaro a questa persona.

  • Cena con vari personaggi della stampa (e non) in occasione di una bella manifestazione legata alla gastronomia.

    Pubblicista di “lungo corso” al mio fianco.

    Persona simpaticissima e gioviale, la cena si annuncia divertente.

    Tra un boccone e l’altro, chiacchierando del più e del meno scopro che il gentile signore pubblicista scrive di vino su un noto sito nazionale del settore.

    Logicamente il discorso subito prende una piega “enoica”. Confrontiamo cantine, e parliamo di vino e di chi lo produce.

    Il pubblicista a un certo punto sposta il discorso su alcune aziende che conosco e che fanno dei vini (in mia opinione – mica ho la verità in mano!) che trovo semplicemente insignificanti, per non dire che la maggior parte delle bottiglie di questi produttori dovrebbero prendere rapidamente la strada del lavandino.

    Il simpatico pubblicista tutto sommato pur se con qualche distinguo la pensa come me.

    A questo punto gli chiedo:

    «Ma visto che ‘sti vini non ti piacciono e non ti convincono, perché ne hai scritto sul sito quasi un inno?»

    Risponde lui.

    «Beh, questi signori mi hanno invitato e tenuto a pranzo. Che faccio, non gli scrivo almeno un articoletto?»

    Rimango senza parole.

    Un noto e autorevole sito, gestito con intelligenza da un bravo giornalista, scende a questi livelli con i collaboratori?

    Rimugino un po’ su tutta la faccenda e poi chiedo…

    «Ma, ti è mai capitato di NON scrivere di un qualche posto dove sei stato ospite?»

    Non risponde, abbassa la testa…

    Reitero la domanda.

    Più volte.

    Non risponde, muto come un pesce. (Cena di carne però)

    Al sesto tentativo finalmente alza la testa e dice:

    «Sarebbe maleducato non scrivere nulla, sono stato loro ospite…»

    Ritorno alla carica.

    «Però così… scrivi cose non vere, o quantomeno “pieghi” la tua opinione.»

    Nessuna risposta.

    Per un po’ mi guarda con aria stranita, poi una provvidenziale chiamata al suo telefono salva la situazione.

    I commenti degli altri commensali sono più stupiti che sorpresi, ma tutti mi fanno molti complimenti. Ho sollevato il “velo della veronica”.

  • Pranzo – cerimonia di apertura di un nuovo locale – molto lontano geograficamente da dove di solito mi muovo.

    Sono tra gli invitati

    Parterre di giornalisti di ogni specie, blogger & “addetti ai lavori”.

    Lo chef è bravo, su questo non si discute, ad avercene di altri Chef così in Italia…

    Magnifico pranzo.

    Ottimi vini.

    Qualcosa da ridire (però) su un singolo vino…

    Un bianco banalissimo, scontato, e permettetemi l’aggettivo, imbarazzante.

    Non ricordo il vitigno, ma in cantina deve aver subito un vero e proprio massacro di profumi e olezzi da acqua di colonia da quattro soldi, tale da renderlo imbevibile, almeno per chi ha una concezione del vino seria. Poteva essere un Trebbiano, un Arneis, un Catarratto, Ribolla, un Bombino, una Malvasia puntinata etc etc… così maltrattato e mistificato, era solo una bibita profumata, Irriconoscibile anche per un palato allenato.

    In sala tra gli invitati c’è un “nome” (parecchio in discesa però) che scrive di vino in più siti sul web e anche sulla carta stampata nazionale.

    Io e il mio vicino iniziamo a discutere su questo vino, e dopo poco lo bolliamo come “banale & imbevibile”.

    Il “nome” non è d’accordo con noi, per nulla.

    Tesse le lodi di questo “vino”, sperticate quasi.

    Trovo imbarazzante glorificare ‘na roba profumata di non so cosa, come un grande successo dell’enologia nazionale.

    Intanto il mio calice di quel vino resta lì sul tavolo, praticamente pieno, quello del mio vicino di tavola pure, quelli degli altri vini servitici no.

    Finisce il pranzo, e sciogliete le righe.

    Ma c’è San Google, protettore degli smartphone, e in più la mia curiosità.

    Inserisco nel motore di ricerca il nome del vino, e il nome & cognome di chi lo ha difeso ben oltre l’evidenza…

    Immaginate il risultato. marchette

    Il nome in discesa” è stato parecchie volte in visita in questa cantina negli ultimi anni, e logicamente ne ha scritto molti (leggendoli, parecchio discutibili) panegirici…

    Magari gli piace pure il loro vino, chissà…

marchette

Ora, torniamo al punto di partenza. marchette

Secondo voi, i tre “fatterelli” narrati sono o non sono delle marchette?

Per chi non lo sapesse, con il termine marchetta si intende un articolo scritto da un giornalista (o blogger) per compiacere qualcuno.

Chi fa questo tipo di “marchette” lo può fare per un ritorno economico qualche volta in denaro, più spesso sotto la forma di “benefits”.

Dico benefits per indicare tutte quelle volte che chi viene invitato ad un evento, o a soggiornare in azienda a spese della cantina, o a partecipare ad una cena dove non c’è un evidente e materiale trasferimento di denaro dall’azienda a chi ne scrive, ma solo di semplici benefici.

Il confine tra un articolo che rientra nel novero delle “marchette” e un articolo libero da “sudditanze” è molto sfumato, perché c’è una zona grigia che comprende una casistica di situazioni al limite della regolarità, e a volte di comportamenti censurabili, proprio come quelli dei quali ho appena scritto.

Quello delle marchette è purtroppo un malvezzo diffuso.

Dalla carta stampata è dilagato sul web. Punto.

Possibile, che solo perché si è stati ospiti, oppure perché ci hanno mandato una campionatura di cibo o di vino, dobbiamo obbligatoriamente scriverne, e spesso, con sprezzo del ridicolo, anche bene?

No, un secco e deciso no.

C’è poco da discutere. marchette

marchette show

Quel che più mi ferisce, è il trovare tutta la faccenda “normale”, anzi: scontata, da parte di chi si piega a questo malvezzo delle marchette credendolo “la regola”.

Anzi, la cosa sconvolgente è il meravigliarsi di chi fa questo, quando lo si fa’ notare.

Per tanti è una cosa normalissima, e in particolare per tante nuove leve, che specialmente sul web, hanno fatto delle “marchette” il loro modus vivendi e ragion d’esistere. marchette

Finché saremo presenti e operativi, su www.gastrodelirio.it, l’indipendenza di giudizio, la correttezza, la scelta di NON scrivere, e il non vendersi (o barattare per un piatto di lenticchie) sono paletti invalicabili.

Forse saremo fuori dal tempo, forse davvero dei sognatori, ma vendersi per una bottiglia di vino o una cena non fa’ per noi. Punto. marchette

Per approfondire e capire meglio, vedi – http://www.gastrodelirio.it/manifesto-di-gastrodelirio/ 

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Fabio Riccio

A proposito di Fabio Riccio

Fabio Riccio - Interessato da più di venti anni al modo del cibo, crapulone & buongustaio seriale. Dal lontano 1998 collabora come autore alla guida dei ristoranti d'Italia de l'Espresso, ha scritto sulla guida le tavole della birra de l'Epresso, ha collaborato a diverse edizioni della guida Osterie d'Italia dello Slow Sood, ha scritto su Diario della settimana e L'Espresso, e quando capita scrive di cibo un po' ovunque. Infine è ideatore e autore di www.gastrodelirio.it - basta questo?

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